giovedì 23 aprile 2015

La maledizione delle risorse insanguinate della Repubblica Democratica del Congo

Gli enormi introiti derivanti dal contrabbando di risorse naturali finanziano decine di gruppi armati nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo alimentando un conflitto che dura da 20 anni. La settimana scorsa l'Onu ha pubblicato gli ultimi dati su un sistema ormai consolidato. Ieri il caso delle multinazionali Usa: l'80% non sa da dove provengono i minerali che vende.

È da molto tempo che è cosa risaputa e ormai assodata. Il crimine organizzato e il commercio illegale di risorse naturali continua ad alimentare il conflitto e l’instabilità nell'est della Repubblica democratica del Congo (Rdc) nelle regioni del Nord e Sud Kivu e del Katanga. La settimana scorsa un nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) con la collaborazione dell’Interpol, di Ong, e di istituzioni congolesi, lo ha riconfermato, pubblicando anche alcuni dati.

Ogni anno oro, minerali, legname, carbone e prodotti della fauna selvatica come l'avorio, per un valore che si aggira intorno a 1 miliardo e 200 mila dollari all'anno (722-862 milioni se si esclude il traffico dei diamanti), vengono contrabbandati illegalmente fuori dalla zona di conflitto nelle zone circostanti all'interno del paese e anche al di fuori di esso nei paesi confinanti della martoriata regione dei Grandi Laghi.

Dall'oro si otterrebbero fino a 120 milioni di dollari all’anno, dal legno tra i 16 e i 48, dal carbone tra i 12 e i 35 e dai minerali tra i 7,5 e i 22,6 (Sempre con l’esclusone dei diamanti che hanno varie provenienze, non solo dall’est della Rdc) e poi bracconaggio, tassazioni illegali e altre risorse, che assieme fanno un profitto che varia dai 14,3 ai 28 milioni.

Da 20 anni il governo Kinshasa, sostenuto dalla missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite, Monusco (la più grande missione di pace dell’Onu con 20mila unità di personale in uniforme che costa 1.4 miliardi di dollari all’anno), deve affrontare una situazione di instabilità politica e di conflitto che è costata la vita a diversi milioni di persone. Oltre a tutto ciò si deve combattere contro un numero crescente di operazioni illegali condotte da gruppi criminali militarizzati della zona che, tramite collegamenti transnazionali gestiti da organizzazioni criminali, contrabbandano su larga scala risorse naturali.

La suddivisione del bottino. Secondo l’Unep circa il 98% dell'utile netto derivato dallo sfruttamento illegale delle risorse naturali - in particolare oro, carbone e legname – finisce nelle mani delle reti di organizzazioni criminali transnazionali che operano dentro e fuori dal paese. In particolare nei paesi limitrofi Rwanda, Burundi, Uganda e Tanzania.

Al contrario, dei profitti netti derivanti dal traffico illegale, i gruppi armati basati nella Rdc conservano solo il 2%, pari a 13,2 milioni di dollari all'anno. Questo reddito però basta a provvedere ali costi di sussistenza di base e all’acquisto di armi per gli almeno 8.000 miliziani armati che ogni anno compongono le file di almeno 25 dei 49 gruppi che operano nel paese. Un introito che consente anche ai gruppi sconfitti o disarmati di riorganizzarsi continuamente e di proseguire a destabilizzare la regione.

La strategia del “divide et impera” Il rapporto sottolinea come le organizzazioni criminali transnazionali che tramano dietro al traffico, cerchino di fomentare gli scontri tra i gruppi ribelli nell'est della R.D.C. con l’obiettivo di evitare che un singolo gruppo armato ottenga una posizione dominante di monopolio sulle estrazioni rispetto agli altri e possa interferire con lo sfruttamento illegale gestito dalle reti internazionali. Mantenere l’instabilità per fare affari migliori quindi.

«È un sistema estremamente complesso in cui l'insurrezione politica sembra essere mantenuta viva da un sistema di affari economici - se così si può dire – generando così un ciclo infinito che fa sì che il conflitto continui a lungo» ha commentato ai microfoni di Rfi nei giorni scorsi, Ibrahim Thiaw, vicedirettore esecutivo dell’Unep. Thiaw ha poi aggiunto: «La Repubblica Democratica del Congo è ricchissima di risorse naturali. Ormai è un dato di fatto statistico in Africa che gli stati africani ricchi di risorse crescono due/tre volte più lentamente dei paesi che ne possiedono di meno. Pertanto, è come se la ricchezza di risorse naturali sia diventata, in qualche modo, una disgrazia più che una fortuna».

Risorse che potrebbero essere usate per altro.  «Non ci sono dubbi» sostiene, Achim Steiner, sottosegretario generale dell’Onu e direttore esecutivo dell'Unep, «che, oltre alla violazione del diritto internazionale e all'impatto sull’ambiente, la pace e la sicurezza, la criminalità ambientale priva i paesi di entrate che avrebbero potuto essere spese per lo sviluppo sostenibile e l'eliminazione della povertà».

Concetto ribadito anche Martin Kobler, capo della missione Onu in Rdc, Monusco, che ha dichiarato: «Queste risorse perse a causa delle bande criminali he continuano ad alimentare il conflitto avrebbero potuto essere utilizzate per costruire scuole, strade, ospedali e un futuro migliore per il popolo congolese». «Immaginate se potessimo spendere questi centinaia di milioni di dollari dei ricavi illegali delle bande criminali nella Rdc orientale, per pagare insegnanti, medici e promuovere opportunità di business e turismo» ha concluso.

Virunga in pericolo. A rimetterci, oltre alla martoriata popolazione congolese, sono anche l’ambiente e gli animali. I gruppi armati, spinti dalla possibilità di facili guadagni, disboscano per il legname prezioso o per ricavare carbone. A pagare sono gorilla di montagna il cui habitat si restringe sempre più o gli elefanti uccisi per l’avorio. Ciò avviene soprattutto nella zona del Parco nazionale di Virunga, dove molti ranger sono morti nel tentativo di contrastare questo commercio.

Caso Usa-Minerali “insanguinati.  Queste risorse, in particolare quelle minerarie, finiscono ovviamente nei mercati degli utilizzatori finali. L’occidente con le sue multinazionali continua a farne uso, pur sapendo da tempo di alimentare indirettamente molti conflitti come quello nell’Est della Rdc.

È acclarato anche questo e proprio ieri è arrivata un’ulteriore conferma, se ce n’era ancora bisogno. Non riguarda un consumatore qualsiasi, bensì dagli Usa, specchio del mercato mondiale. Secondo una relazione congiunta di Amnesty International e Global Witness, quasi l'80% delle società statunitensi che fanno uso di minerali come coltan, tungsteno, diamanti, oro etc. non sono in grado di dire se i prodotti che vendono contengono minerali provenienti da zone di conflitto in Africa centrale, come la Rdc appunto. Tutto ciò nonostante dal 2010 gli Usa abbiano emesso una legge denominata Dodd-Frank (entrata in vigore nel 2014) che richiede alle aziende di determinare l'origine dei minerali che compongono i loro prodotti per evitare di finanziare il sistema dei gruppi armati nelle zone di conflitto di cui si è parlato sopra.

Su 100 rapporti di altrettante aziende statunitensi, ben 79 non sono state in grado di tracciare la catena di approvvigionamento dei minerali utilizzati. E in molte multinazionali come la Apple o la Boeing è stata rilevata una mancanza di rigore nei dati presentati. Per Amnesty e Global Witness, non si tratta di costi elevati o di difficoltà logistiche, ma di mancanza di volontà delle imprese che forse sanno ma preferiscono tacere, è più conveniente.
(Fonte - Nigrizia)

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