lunedì 20 luglio 2015

Si chiamava Raghad e aveva 11 anni, veniva da un paese in guerra

Raghad, 11 anni
Gli scafisti hanno gettato l'insulina in mare e l'undicenne è morta al quinto giorno in mare.

Si chiamava Raghad e aveva 11 anni, veniva da un paese in guerra. Lasciando la riva per raggiungere la barca che li aspettava avevano gettato in acqua i loro effetti personali. Mohammad gridò agli scafisti. "Per favore aiutatemi, devo salvare lo zainetto in cui sono custodite le medicine di mia figlia".

"Dio maledica la sua anima" risposero quei criminali strappandoglielo dalle mani e gettandolo nell'acqua. È stato l’inizio dell’agonia della piccola siriana malata di diabete, che amava infinitamente la vita. Mohammad riuscì a recuperarlo lo zainetto, ma il contenuto ormai era danneggiato e non avrebbe potuto più salvare la vita di Raghad. La sua agonia è durata due giorni e due notti tra le braccia della madre dentro una fragile barca.

Il desiderio di Raghad, salendo sulla barca, era di incontrare i delfini. Li incontrò quando era ancora in vita e anche dopo, dopo la sua sepoltura in mare. La sua malattia e la speranza di poterla guarire aveva spinto la famiglia ad affrontare il viaggio in mare, al confine tra la vita e la morte. Per proteggere la famiglia dalla ferocia che sta devastando la Siria, nel 2012 Mohammad decise di lasciare Aleppo e rifugiarsi in Egitto.

Voleva mettere in salvo le sei giovanissime figlie, voleva che studiassero e crescessero forti e indipendenti. Ma anche l’Egitto nel corso degli anni cambiava volto, diventando sempre più insicuro, e Mohammad ricominciò a temere per le sue creature. Se mai gli fosse successo qualcosa, si chiedeva come avrebbero fatto. Per questo, aveva deciso di tentare quel pericoloso viaggio in Europa, in Germania, e anche per curare Raghad. Aveva scelto di non partire solo con lei, ma tutti insieme. Non potevano separarsi.

Raghad con il papà
Un uomo e tante donne, la moglie, le figlie e un’amica della moglie, una vedova con figli piccoli. Non si era tirato indietro quando gli avevano chiesto di aiutarli a pagare il viaggio, di non lasciarli soli e di poter condividere la speranza. Dopo la morte di Raghad, sulla barca in mezzo al mare ha detto alle figlie ‘’Credo che non potrete mai perdonarmi per avere preso questa decisione’’ Le figlie gli hanno risposto ‘’No papà, la decisione l’abbiamo presa anche noi, l’abbiamo presa insieme’’.

Nella barca impregnata di brutti odori, il profumo buono di Raghad si spargeva come una brezza leggera. La barca profumava di lei, profumava di buono
Selima, mediatrice culturale di EMERGENCY al Porto di Augusta

La fuga dalla Siria. Nel 2013, in fuga dalla guerra in Siria, la famiglia Hasoun si era trasferita in Egitto. Inizialmente si era ben inserita pur perdendo giorno dopo giorno i risparmi d’una vita. Le bimbe studiavano, praticavano sport; la maggiore aveva cominciato l’università, facoltà di Farmacia. Negli ultimi mesi, nel caos egiziano tra rivoluzione e restaurazione, l’ostilità nei confronti degli stranieri si è aggravata.

"Noi siriani siamo stati messi nel mirino. Non potevamo più stare. Avevo paura per le mie figlie. E neppure al Cairo, la città che avevamo scelto per vivere, c’era la possibilità di curare al meglio Raghad. Così avevo pensato di raggiungere la Germania. Volevamo provare con le cellule staminali"
(Corriere della Sera)



Nessun commento:

Posta un commento