lunedì 18 febbraio 2019

Nigeria. Rinviate improvvisamente le elezioni di una settimana

A poche ore dall'apertura dei seggi la decisione di rinviare le elezioni. Problemi organizzativi e logistici, così si è giustificato il Comitato elettorale. Tutto è stato rinviato di una settimana.


Il Comitato elettorale nazionale indipendente della Nigeria ha annunciato un rinvio del voto di una settimana, a poche ore dall'apertura dei seggi per le elezioni presidenziali e politiche che si sarebbero dovute tenere oggi. Secondo il capo del Comitato, Mahmood Yakubu, non c’erano le condizioni per “procedere con le elezioni come previsto, a causa di problemi organizzativi e logistici”.

Le presidenziali e le elezioni per rinnovare l’Assemblea nazionale (Camera e Senato) si terranno quindi il prossimo sabato 23 febbraio, mentre le elezioni per i governatori e altre istituzioni federali si terranno il 9 marzo.

La decisione del Comitato è stata duramente criticata dai due principali partiti politici nigeriani. Il Congresso di tutti i Progressisti, attualmente forza di governo, e il Partito Democratico Popolare. I loro principali esponenti si sono accusati a vicenda di volere condizionare le elezioni e di volerne manipolare i risultati.

Yakubu e il resto del Comitato non hanno però fornito molti dettagli sulla decisione di rinviare le elezioni. In un comunicato si parla della necessità di mantenere libero il voto e più in generale la qualità del processo elettorale, ma non vengono fornite informazioni chiare su cosa abbia determinato la scelta del rinvio.

Nelle ultime settimane erano state segnalate carenze organizzative, con la mancanza di schede elettorali in alcuni dei 36 stati che formano la federazione nigeriana. Erano anche stati segnalati episodi violenti e di vandalismo, con la distruzione di migliaia di dispositivi per la lettura delle tessere elettroniche utilizzate per il riconoscimento ai seggi.
(Il Post)

Nigeria: eccesso di democrazia o manovre di potere?

La Nigeria è la più grande e importante democrazia del Continente Africano, ma non smette di stupire. A sole quattro ore dall'apertura delle urne per le presidenziali la consultazione è stata rinviata di una settimana dopo una riunione d’emergenza notturna della Commissione Elettorale e mentre in molte parti del paese la gente fosse già in fila per esercitare il proprio diritto al voto.

Cosa è successo. Ufficialmente le elezioni sono state rinviate perché alcuni centri elettorali sono stati dati alle fiamme e perché in qualche seggio non era arrivato il materiale elettorale. Difficile valutare se si è trattato di problemi che avrebbero messo realmente in discussione la correttezza del voto o meno.

Sta di fatto che il rinvio aumenta sensibilmente il rischio di nuove violenze e di proteste tra i sostenitori dei due principali candidati (in realtà i candidati sono ben 73), il presidente uscente Muhammadu Buhari e il suo rivale Abubakar Atiku, uomo d’affari ricchissimo ma non nuovo alla politica perché alla fine degli anni novanta è stato il vice presidente di Olusegun Obasanjo, il primo presidente democraticamente eletto.

I sostenitori dei due candidati si sono ovviamente accusati a vicenda di essere responsabili del rinvio e in alcune zone ci sono stati scontri e disordini.

Ad attenuare i rischi c’è il fatto che i due candidati sono entrambi del nord, sono entrambi di religione musulmana, ed entrambi di etnia fulani.

Ciò che è certo è che le valutazioni sullo svolgimento corretto di una consultazione in Africa sono profondamente differenti.

Un esempio recente è la Repubblica Democratica del Congo dove si è votato lo stesso e si è proclamato un nuovo presidente nonostante per un milione e mezzo di persone il voto è stato rinviato di due mesi, nonostante non fossero arrivate tutte le schede alla commissione elettorale, nonostante fossero state bruciate le macchinette informatiche per il voto elettronico.

In Nigeria invece il voto è saltato, probabilmente per molto meno.


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Maris Davis Joseph

martedì 12 febbraio 2019

Nigeria. Attacchi a ripetizione di Boko Haram alla vigilia delle elezioni

L’attentato di sabato a Madagali nel nord del paese è stato una «vendetta contro l’esercito. Vogliono anche destabilizzare l’ambiente in vista delle presidenziali»


Proseguono senza sosta gli attentati di Boko Haram nel nord della Nigeria alla vigilia delle elezioni presidenziali, che si terranno il 16 febbraio prossimo. Sabato alle 18 i terroristi islamici hanno attaccato la città di Madagali, costringendo la popolazione a rifugiarsi sulle montagne. Solo il pronto intervento dell’esercito ha impedito una strage, con i combattimenti che sono andati avanti fino a mezzanotte, quando i militanti sono fuggiti.

Sparavano all'impazzata. Volevano vendicarsi
«I miliziani di Boko Haram sono entrati in città sparando all'impazzata. La gente è fuggita e almeno una persona è morta. Probabilmente volevano vendicarsi». Lo ha dichiarato padre Joseph Fidelis, dopo aver parlato con un prete di Madagali.

Padre Joseph, sacerdote nigeriano della diocesi di Maiduguri, che comprende Madagali, è convinto che i terroristi abbiano colpito la città per rifarsi dell’attacco fallito al villaggio di Shuwa del 4 febbraio. In quell'occasione i terroristi avevano costretto tutti gli ospiti del seminario minore della diocesi a fuggire nella boscaglia, ma l’offensiva è stata respinta dai militari provenienti appunto da Madagali.

Destabilizzare il Paese prima delle elezioni
Oltre alla vendetta, è probabile che i terroristi siano a corto di viveri nella loro roccaforte, la foresta Sambisa. Si comportano sempre così: quando finiscono il cibo, escono allo scoperto attaccando una città, costringono a scappare la popolazione e poi fanno razzia di tutto. La città di Madagali è stata colpita più volte e molti cristiani se ne sono andati. Ora in tanti sono tornati e questo nuovo attacco renderà la permanenza più difficile.

Oltre a vendicarsi e a cercare viveri per il proprio sostentamento, Boko Haram vuole anche destabilizzare il paese in vista delle imminenti elezioni. Come riportato dal blog nigeriano Punch, la commissione elettorale nazionale dello stato di Adamawa ha annunciato che «anche a Madagali le elezioni si svolgeranno come previsto. Non ci faremo intimidire». Ma è chiaro che l’attacco alla città che contava 50 mila abitanti costituisce un segnale a tutto il nord del paese.

I risultati di Buhari
Più di 84 milioni di elettori saranno chiamati alle urne soprattutto per giudicare il mandato del presidente uscente Muhammadu Buhari. Buhari, ex dittatore del paese negli anni '80 e presidente uscente, sarà il candidato del partito Apc (All Progressives Congress) e nonostante l’elevato numero di sfidanti, l’unico che ha qualche possibilità di vincere è il magnate ed ex vicepresidente Atiku Abubakar, del partito Pdp (People’s Democratic Party). Entrambi provengono dal nord del paese e sono musulmani di etnia Fulani.

Buhari aveva frettolosamente dichiarato «tecnicamente sconfitto» Boko Haram, ma la realtà dimostra il contrario. In questi anni, inoltre, la sicurezza dei nigeriani è decisamente peggiorata, soprattutto nella Middle Belt, dove i pastori musulmani Fulani hanno massacrato migliaia di cristiani senza mai essere condannati per le loro azioni (nel 2018 hanno fatto più vittime di Boko Haram).

Buhari non ha ottenuto buoni risultati neanche sul fronte economico: dal 2014 al 2018 il Pil pro capite, complice anche il crollo del prezzo del petrolio, è infatti sceso da 2.700 a 2.000 dollari. Nello stesso intervallo di tempo la disoccupazione è passata dal 6,4 al 23 per cento.

Lo sfidante Abubakar
Lo sfidante Abubakar, meglio conosciuto come Atiku, ha 26 figli e interessi che spaziano dal petrolio al gas all'industria del cibo. Ha promesso di privatizzare vasti settori dell’economia e molti sperano che con lui la Nigeria possa conoscere un nuovo periodo di prosperità, tema chiave per il paese di 200 milioni di abitanti che nel 2050 dovrebbe vedere raddoppiare la sua popolazione.

I vescovi della Nigeria hanno invitato la popolazione a non farsi scoraggiare dalle difficoltà e a recarsi alle urne, senza vendere il proprio voto. Ai candidati hanno invece raccomandato di fare il bene di tutti i nigeriani, e non solo della propria parte politica, una volta eletti.

Appello dei Vescovi nigeriani
Si moltiplicano in Nigeria gli appelli dei vescovi agli 84 milioni di cittadini con diritto di voto, perché contribuiscano a fa sì che le elezioni politiche e presidenziali del 16 febbraio non siano inficiate da brogli e compravendita di voti.

Dopo i vescovi della Provincia ecclesiastica di Lagos, che avevano messo in guardia i fedeli sulla vendita del proprio voto, George Jonathan Dodo, vescovo di Zaria (nel nord della Nigeria) ha avvertito i politici di non ricorrere alle frodi e all'incitamento alla violenza per vincere le elezioni. «Come nigeriani abbiamo la responsabilità di prendere il certificato elettorale e di usarlo per andare a votare per il bene della Nigeria nella sua interezza. Bisogna dire no alla compravendita del voto, e votare per i candidati che siano responsabili e timorati di Dio»

Monsignor Dodo ha quindi esortato a «votare per qualsiasi candidato di vostra scelta che pensiate abbia buone qualità e la capacità di difendere, di migliorare e di aggiungere valore alla vostra vita e alla vostra dignità». Il vescovo di Zaria ha inoltre affermato che è dovere della Chiesa sensibilizzare ed educare i fedeli e i laici sulle loro responsabilità civiche, ma non ha il compito di indicare ai cattolici per chi votare, perché i suoi membri non appartengono ad uno specifico partito politico.

La Chiesa Cattolica nigeriana è stata duramente colpita negli ultimi mesi da una serie di sanguinosi attacchi ed era scesa in campo con appelli al governo per fermare le aggressioni armate ai cristiani e alle loro istituzioni.
(Tempi)



Articolo a cura di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

Cooperazione in Africa. L'Unione Europea stanzia 255 milioni per nuovi programmi di sviluppo

Europa e Africa, firmati nuovi accordi di cooperazione. L'Unione Europea  stanzia 225 milioni.


Il 9 febbraio il commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica, ha firmato ad Addis Abeba accordi del valore di 225 milioni di euro a supporto di programmi regionali che interessano 25 paesi africani. Mimica ha dichiarato che il nuovo stanziamento comincia a dar attuazione agli impegni presi nel quadro di riferimento della nuova alleanza tra Africa ed Europa, annunciata dal presidente europeo Jean-Claude Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione del 12 settembre 2018.

I fondi europei finanzieranno concretamente tre nuove tipologie di azioni. 125 milioni di euro serviranno a creare lavoro e sviluppo nell'Africa orientale e meridionale, 80 milioni di euro a supportare lo sviluppo costiero e 20 milioni di euro ad assicurare la sicurezza marittima nella zona del Mar Rosso.

Gli accordi sono stati firmati con cinque organizzazioni regionali. Il Mercato comune per l’Africa dell’est e del sud (Common market for eastern and southern Africa - COMESA), la Comunità Africa orientale (East African community - EAC), l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Intergovernmental authority on development - IGAD), la commissione dell’Oceano Indiano (Indian ocean commission - IOC) e la Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (Southern Africa development community - SADC).

Con questo stanziamento, il contributo europeo per i programmi nell’Africa orientale e meridionale ammonta a 1.490 milioni di euro per il periodo 2014-2020, in tre aree prioritarie: l’integrazione economica regionale, pace, sicurezza e stabilità regionale, e gestione regionale delle risorse naturali.

La firma dei nuovi accordi è avvenuta durante la visita ufficiale di Mimica in Etiopia, dove ha incontrato anche il presidente dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, e il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa. Si è infine recato in visita in Eritrea dove ha incontrato il presidente Isaias Afeworki.
(Commissione Europea)

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Maris Davis Joseph

giovedì 7 febbraio 2019

Mattarella in Angola. L'Italia prova ad avere un ruolo più importante in Africa

L'Italia prova ad avere un ruolo sempre più importante in Africa. Mattarella in Angola per aprire nuove strade per collaborazioni e investimenti.


Italia, ruolo sempre più importante in Africa
Non solo povertà e migranti. L'Africa può anche essere una terra di opportunità oltre che di problemi e l'Italia sembra che lo stia capendo sempre di più negli ultimi mesi. Dopo le visite di Conte in Maghreb e Sahel e la visita del premier etiope Abiy a Palazzo Chigi, ecco la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Angola.

La massiccia presenza della Cina in Angola
L'Angola è uno dei paesi al di fuori della cosiddetta Françafrique, cioè quel gruppo di ex colonie francesi che restano ancora in qualche modo collegate strettamente a Parigi, per esempio con la moneta franco CFA

L'Angola, ex colonia portoghese, protagonista di una lotta per l'indipendenza guidata da un movimento marxista filosovietico, è invece uno di quei paesi africani che sta beneficiando degli ingenti investimenti della Cina per rilanciare il proprio sviluppo. Siamo dunque nella cosiddetta Cinafrica, quella parte di continente nero in cui Pechino sta portando ingenti masse di capitali e progetti infrastrutturali. Fin troppo ingenti, forse, se si considera che il 70 per cento del debito estero dell'Angola è proprio nei confronti della Cina. Proprio per questo il governo angolano sta provando a diversificare gli investimenti esteri e punta forte sull'Europa. Anche e soprattutto in questo senso va visto il viaggio di Sergio Mattarella in Angola, dove si è incontrato con il presidente Joao Lourenco.

Lourenco vuole diversificare e chiede investimenti dall'Italia
"L'Angola vuole diversificare la sua economia e per questo chiede all'Italia di essere più presente con le sue aziende pubbliche e private" ha non a caso chiesto il presidente Lourenco, al termine del colloquio con Mattarella. "I rapporti bilaterali sono buoni ma possono essere migliorati. L'Eni ha costruito un suo ruolo negli anni e ci piacerebbe che altre aziende italiane riuscissero ad avere lo stesso ruolo e la stessa presenza che ha l'Eni in Angola". Per questo il presidente si è augurato anche una maggior presenza di "imprenditori angolani in Italia. Bisogna aprire nuove strade".

Mattarella. Più margini di collaborazione tra Italia e Angola
Gli ha fatto subito eco Mattarella. "Ci sono ampi margini di aumento della collaborazione tra Italia e Angola in diversi settori: oltre che nel campo petrolifero anche per quello agroalimentare e delle infrastrutture", ha detto il presidente della Repubblica.

"L'amicizia tra i due Paesi si è manifestata in tutte le circostanze e condizioni, particolarmente in quella fondamentale dell'indipendenza dell'Angola. Ho espresso al presidente l'apprezzamento e l'ammirazione dell'Italia per la sua azione di governo riformatrice e per il ruolo fondamentale che l'Angola svolge nel continente africano e in questa regione dell'Africa per la stabilità e la collaborazione tra i Paesi"


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Maris Davis Joseph

lunedì 28 gennaio 2019

Sgominata cellula della mafia nigeriana operativa all'interno del Cara di Mineo

Catania, 19 i fermi per la mafia nigeriana. "Il Cara di Mineo centrale operativa"


Agli indagati vengono contestati l'appartenenza alla "Vikings confraternity" e reati gravissimi tra i quali lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione e il ricorso alla violenza per assoggettare gli altri ospiti del centro di accoglienza.

Su delega della procura distrettuale antimafia di Catania, la polizia ha eseguito il 23 gennaio il fermo di 19 persone gravemente indiziate, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere di tipo mafioso denominata Vikings o Supreme Vikings Confraternity. Secondo la ricostruzione dell'accusa, la banda aveva la sua base nel Cara di Mineo.

Al Cara dettava legge la mafia nigeriana
Il più grande centro di accoglienza d'Europa era diventato una succursale della “Supreme Viking Confraternity”, una banda armata dedita alla spaccio di droga, marijuana e cocaina, alle rapine, alle estorsioni e alle violenze sessuali di loro connazionali, donne e ragazze ospiti del Cara che venivano costrette a prostituirsi, sia all'interno che nelle zone limitrofe e fino a Catania e Messina.

Indagini partite da un pentito
È stato un pentito, arrestato e condannato a Palermo, a svelare i retroscena dell'organizzazione, che può essere paragonata alla alla mafia italo-americana degli anni Settanta-Ottanta. A far partire l’inchiesta della polizia, avviata a settembre dell’anno scorso, è stata la denuncia di un immigrato nigeriano che aveva subito aggressioni e rapine da parte dei suoi connazionali.

Da qui gli investigatori hanno rilevavano l’esistenza di un’organizzazione criminale nigeriana di matrice cultista denominata “CataCata” che faceva capo ad un ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi stati europei caratterizzata dalla presenza di una struttura di carattere gerarchico.

Le intercettazioni svelavano in diretta un rituale caratterizzato da canti che inneggiavano allìunità della confraternita durante il quale ciascun singolo appartenente esclamava "voglio essere Norseman". Una situazione paradossale, che oggi ha portato sulla stessa lunghezza d’onda il procuratore Zuccaro con il ministro Salvini sulla chiusura del Cara.

"È sotto gli occhi di tutti che un Cara come quello di Mineo, che ospita un numero di persone così rilevante, che non può essere controllato, al quale accedono anche persone non autorizzate e consente di gestire i traffici illeciti, non può che essere un errore enorme che si paga in termini di controllo della legalità. Credo che l'esigenza di chiudere il Cara di Mineo così come funziona adesso, sia avvertita da tutte le forze politiche, e indubbiamente il ministro dell'Interno recepisce quella che è una necessità che tutti noi avvertiamo"

Così il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, durante la conferenza stampa sull'operazione. "Da operatore del diritto constato che, così com'è, il Cara di Mineo non funziona assolutamente, non svolge il compito per cui è stato concepito e anzi diventa snodo per i traffici di sostanze stupefacenti, luogo nel quale entrano ed escono criminali e nel quale si svolgono episodi di una violenza e crudeltà impressionante"

"È mia intenzione chiudere il Cara di Mineo entro quest'anno. Più grossi sono i centri più facile è che si infiltrino i delinquenti". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, in un'intervista radiofonica a Rtl. Ma, aggiungiamo noi, Matteo Salvini avrebbe dovuto occuparsi subito dei grandi centri di accoglienza che non funzionano anziché prendersela con le piccole realtà che stavano funzionando.

La gerarchia della Mafia Nigeriana in Sicilia
Al vertice della cellula nigeriana della Sicilia denoninata “CataCata” specializzata nello spaccio di droga al Cara, ma anche a Caltagirone e Catania vi era un cosidetto FF del gruppo del Vikings, William Ihugba, detto detto “Unoma” capo supremo in grado di nominare i sottocapi detti “executioner

Poi c’era in capo di Catania individuato in Kingrney Ewiarion detto “Jogodò”. In tutto i fermi sono stati sedici su diciannove effettuati mercoledì scorso. Scoperto anche un fatto di violenza sessuale ai danni di una giovane nigeriana, avvenuta al Cara.

A tutti i fermati viene contestata l'aggravante dell'essere parte di organizzazione armata, l'associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, detenzione, trasporto e cessione di cocaina e marijuana, con l'aggravante dell'aver commesso il fatto al fine di agevolare l'associazione mafiosa denominata "Vikings", violenza sessuale aggravata e sfruttamento della prostituzione.
(La Repubblica)

Da anni denunciamo la situazione insostenibile al Cara di Mineo, finalmente qualcuno si è degnato di verificare e di indagare in uno di quelli che noi chiamiamo "lager di Stato"

CARA di Mineo, terra di nessuno alla mercé di sfruttatori e mafie
- leggi il nostro ultimo articolo sull'argomento -


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Maris Davis Joseph

sabato 26 gennaio 2019

Baby nigeriane rese schiave e fatte prostituire. Cinque arresti a Messina

Sgominata cellula criminale che gestiva un traffico di prostituzione nigeriana a Messina. Coinvolto anche un italiano, un volontario della protezione civile, che segnalava al gruppo dei nigeriani che gestivano il traffico le nuove ragazze arrivate sull'isola e destinate ai centri di accoglienza.


Giovanissime e subito avviate alla prostituzione in Italia, erano almeno 25 le baby nigeriane "gestite" dalla cellula della mafia nigeriana sgominata in Sicilia.

Un metodo consolidato
Quello della banda scoperta dai carabinieri era un metodo consolidato. Le indagini hanno portato all'arresto di 5 persone componenti di una cellula criminale di matrice nigeriana, con agganci in Libia e in Italia, “specializzata” nell’organizzazione di viaggi dalla Nigeria all'Italia di giovani minorenni da avviare alla prostituzione.

Le accuse e gli aresti
Le accuse sono, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata a favorire l’ingresso e la permanenza clandestina di minori nigeriane nel territorio italiano, allo sfruttamento della prostituzione minorile, alla riduzione in schiavitù ed alla tratta di persone.

I reati associativi sono stati contestati ai nigeriani Rita Iharama 38enne e Monday Imarhaghe, 32enne, promotori e organizzatori dell’associazione a delinquere, al 72enne messinese Giovanni Buscemi ed ad una quarta donna è attivamente ricercata, che però si troverebbe all'estero (probabilmente rientrata in Nigeria), e dalla quale è partita l'indagine: gli atteggiamenti particolari e gli abiti griffati che indossava avevano insospettito un'operatrice dei centri d'accoglienza.

La donna nigeriana sfuggita all'arresto si recava nei centri di accoglienza e si presentava come garante delle minorenni nigeriane ospiti non accompagnate. Secondo l'accusa era proprio l'italiano, volontario della protezione civile, che segnalava le ragazze e dove sarebbero state ospitate.

Un quinta ordinanza di custodia cautelare per il reato di tratta di persone è stata eseguita in carcere a Messina contro un 20enne nigeriano, Precious Ovbokhan Igbinomwanhia, già detenuto per altri reati.

Un sistema ormai collaudato
Il modus operandi era sempre lo stesso. Venivano reclutate giovani nigeriane, convincendole a lasciare il Paese di origine con la promessa di un lavoro dignitoso in Europa. Una volta arrivate in Italia le ragazze venivano costrette a prostituirsi per riscattare i costi del trasferimento anticipati dall'organizzazione criminale. Le giovani venivano anche sottoposte, prima della partenza dalla Nigeria, a riti tribali di “magia nera

La particolarità di questa cellula della mafia nigeriana era proprio quella di reclutare solo ed esclusivamente ragazzine minorenni

L'italiano arrestato
Si chiama Giovanni Buscemi, un uomo di 72 anni, ufficialmente presidente della sede di Messina dell'Associazione Vigili del fuoco volontari di Protezione civile.

In cambio di informazioni chiedeva sesso con ragazzine minorenni. Le accuse a suo carico sono di tratta di esseri umani e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina di minorenni da avviare alla prostituzione. Si sta valutando la contestazione di un terzo reato, ovvero quello di pedofilia, un reato che scatta quando il sesso è consumato con minori di 14 anni.

"Forniva ai nigeriani informazioni privilegiate sull'arrivo nel porto di Messina di navi umanitarie che avevano sa bordo ragazzine nigeriane. In cambio pretendeva favori sessuali con le giovani migranti"

Buscemi, scrive il gip Salvatore Mastroeni nella sua ordinanza di custodia cautelare, "... passava le informazioni sugli sbarchi all'associazione, per reclutare schiave e schiavi, e chiedeva bimbe nere in cambio... donne bambine destinate alla prostituzione, a Messina in Italia in Europa"
(Gazzetta del Sud)

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Maris Davis Joseph

sabato 19 gennaio 2019

OIM, ecatombe nel Mediterraneo. Nel primo naufragio dell'anno sono 117 i dispersi

Secondo l'Organizzazione Internazionale per Migrazioni i morti nel naufragio di ieri sarebbero 117.


Gli unici tre superstiti, salvati dalla Marina Militare italiana, confermano che su quel gommone partito dalla Libia erano in 120. Sono rimasti in mare per ore e adesso si trovano a Lampedusa.

Ecatombe nel Mediterraneo
117 migranti risultano dispersi in un naufragio davanti alle coste della Libia. Il gommone era stato avvistato venerdì notte al largo di Tripoli. La ong Sea Watch aveva subito contattato le autorità italiane, offrendosi di aiutare i soccorsi, ma la Guardia Costiera italiana ha girato l’offerta alla Libia, «quale autorità coordinatrice dell’evento»

Del naufragio era stata allertata la Guardia Costiera libica che, evidentemente, non è intervenuta

«Acquisita la notizia - chiarisce la nota della nostra Guarda costiera - come previsto dalla normativa internazionale sul Sar, abbiamo immediatamente verificato che la Guardia Costiera libica fosse a conoscenza dell’evento in corso all'interno della sua area di responsabilità, assicurando la massima collaborazione»

In mare senza soccorsi per ore
Un rimpallo di responsabilità inaccettabile. Sea Watch, la nave di Medici senza Frontiere, quando è venuta a conoscenza delle difficoltà dell'imbarcazione dei naufraghi, si trovava a tre ore di navigazione e allora avvisa la Guardia Costiera italiana che gira l'informazione ai libici affinché intervengano perché la zona è quella di loro competenza.

Ma la Guardia Costiera libica comunica semplicemente il luogo del naufragio a un mercantile di passaggio che però risponde semplicemente che non vede nessun naufragio.

Solo a quel punto la Guarda Costiera italiana, resasi conto che nel frattempo nessuno è intervenuto, fa partire nella notte un elicottero della Marina Militare italiana che non può far altro altro che salvare gli unici tre superstiti. Gli unici tre che hanno avuto la forza di restare in balia delle onde per diverse ore.

«I tre sopravvissuti arrivati a Lampedusa ci hanno detto che erano in 120 — spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell'Organizzazione internazionale dei migranti (Oim) — Dopo 11 ore di navigazione hanno imbarcato acqua, hanno cominciato ad affondare e le persone ad affogare. Sono rimasti diverse ore in mare. Tra i dispersi ci sono 10 donne, di cui una incinta, e due bambini, di cui uno di 2 mesi»

Sul gommone erano imbarcati migranti dell'Africa Sub-Sahariana e tra di loro molti uomini e donne provenienti dalla Nigeria. Si tratta del primo naufragio, di cui si abbia conoscenza, avvenuto nel 2019.
(Corriere della Sera)


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Maris Davis Joseph