lunedì 28 marzo 2022

Nigeria ancora violenza. Rapito un altro sacerdote

Si tratta di don Felix Zakari Fidson, della diocesi di Zaria, nello Stato di Kaduna, nel nord del Paese. Un altro parroco, ancora in ostaggio, è stato sequestrato l'8 marzo nella stessa regione.

Un altro sacerdote è stato rapito in Nigeria. Si tratta di don Felix Zakari Fidson, della diocesi di Zaria, nello Stato di Kaduna, nel nord del Paese. Secondo un comunicato appena giunto all’agenzia Fides don Felix Zakari Fidson è stato rapito il 24 marzo, subito dopo aver lasciato la sua residenza. «Chiediamo le preghiere dei fedeli per il rilascio di don Felix Zakari Fidson e delle altre persone rapite, in questo giorno della Solennità dell’Annunciazione» conclude il comunicato firmato dal cancelliere della diocesi di Zaria, padre Patrick Adikwu Odeh.

Prima di don Felix, un altro sacerdote era stato rapito l'8 marzo scorso, ed è ancora nelle mani di una banda di criminali: don Joseph Akete Bako che è parroco della chiesa cattolica di San Giovanni, a Kudenda sempre nello stato di Kaduna. Lo Stato d Kaduna, un tempo controllata in buona parte dai jihadisti di Boko Haran, da mesi è invece teatro delle azione di bande criminali che con l'indebolimento del gruppo fondamentalista operano soprattutto sequestri a scopo di estorsione. E i rappresentanti della Chiesa, come nelle regioni meridionali del Paese in prossimità del fiume Niger, sono il bersaglio privilegiato di questi delinquenti.

mercoledì 9 febbraio 2022

Nigeria, ennesimo disastro ambientale. Esplode petroliera nel Delta del Niger

Esplode la petroliera Trinity Spirit al largo del porto di Warri, nel Delta del Niger. Inevitabile l'ennesimo disastro ambientale causato dalle compagnie petrolifere che "rubano" il petrolio della Nigeria.

Dieci i marinai dispersi, sversati in mare migliaia di barili di petrolio
Un'esplosione si è verificata a bordo di una nave per lo stoccaggio e la produzione di petrolio ancorata a largo del porto di Warri, città più popolosa dello Stato del Delta del Niger, nel sud della Nigeria. A bordo c'erano 10 membri dell'equipaggio di cui non si conosce la sorte. Le immagini rimbalzate sui social mostrano la nave in fiamme affondare nella zona del delta del fiume Niger. L'ennesimo disastro ambientale nella zona del Delta.

Stando a quanto riferisce il quotidiano locale The Cable, che ha anche pubblicato un video della nave in fiamme, al momento della deflagrazione erano a bordo tutti e dieci i membri dell'equipaggio. Per adesso non ci sono notizie di feriti o di vittime. Il vascello, un'unità galleggiante di produzione, stoccaggio e scarico di petrolio, è denominato Trinity Spirit ed è operato dalla società nigeriana Shebah Exploration and Production . L'imbarcazione ha una portata stimata di circa due milioni di barili.

Confermando l'esplosione l'amministratore delegato della compagnia ha reso noto che "la causa dell'esplosione è attualmente oggetto di indagine" e che si "sta lavorando con le parti necessarie per contenere la situazione". La piattaforma nigeriana opera su un giacimento noto con il nome di Ukpokiti, che stando agli ultimi numeri forniti dal governo nigeriano ha una produzione in calo costante da diversi anni. Vicino si trova però il sito di Escravos, da cui il gigante americano del comparto Chevron estrae circa 200mila barili al giorno.

Il Delta del Niger è il cuore della produzione petrolifera della Nigeria ed è già stato più volte teatro di disastri ambientali e fuoriuscite di petrolio legate al comparto degli idrocarburi.

Nigeria, un paese ricco di petrolio ma povero di benzina

martedì 9 novembre 2021

Niger, incendio in una scuola. Muoiono 26 bambini

Le fiamme hanno distrutto una scuola costruita con la paglia nel centro della città meridionale di Maradi. 26 bambini sono morti, decine gli ustionati.

Orrore in Niger
, dove almeno 26 bambini sono morti in un rogo della loro scuola di paglia e legno. È successo a Maradi nel sud del Paese. "È un incendio che ha decimato una scuola ma non abbiamo ancora un bilancio definitivo", ha dichiarato Issoufou Arzika, segretario generale del sindacato degli insegnanti.

È terribile il bilancio dell'incendio divampato nella scuola. Oltre ai 26 morti accertati, ci sono circa 80 bambini rimasti ustionati. Il governatore regionale Chaibou Aboubacar ha comunicato all'agenzia stampa Dpa che le cause del rogo non sono ancora note.

Le fiamme hanno distrutto tre classi della scuola Afn, un edificio di legno e paglia nel centro della città meridionale di Maradi, capitale economica del Niger. Sul posto sono intervenuti i pompieri, aiutati dalle forze dell'ordine e la popolazione locale.

Il Niger, con i suoi 25 milioni di abitanti, è uno dei paesi più poveri del mondo e, secondo i dati dell'Onu, ha fra i più bassi tassi di alfabetizzazione dell'Africa. Le scuole sono insufficienti e spesso si tratta di costruzioni precarie di legno, paglia e lamiera. In alcune zone rurali, le lezioni si svolgono all'aperto, all'ombra degli alberi. L'anno scorso, 20 bambini sono morti nell'incendio di un'altra scuola a Niamey, la capitale. Le autorità avevano allora annunciato un piano di edilizia scolastica.


domenica 7 novembre 2021

Madagascar. Emergenza alimentare per la prolungata siccità

Nella Grande Isola il primo caso di carestia legata alla crisi climatica

Nel sud del paese quattro anni di siccità hanno azzerato le capacità di sopravvivenza di almeno 1,3 milioni di persone, con circa mezzo milione di bambini che soffrono di malnutrizione. Ma è tutto il continente a pagare il prezzo più alto dei cambiamenti climatici in atto.

Quello che sta avvenendo nel sud del Madagascar può essere considerato il primo caso di carestia legato alla crisi climatica. È quanto ritiene l’Onu, che sottolinea che questo sia l’unico luogo oggi al mondo in cui condizioni di carenza alimentare di tale portata sono riconducibili solo al clima e non ad un conflitto. Le carestie in altre parti del mondo, come lo Yemen, il Sud Sudan o la regione del Tigray, in Etiopia, sono infatti il risultato indiretto di conflitti armati.

Il Programma alimentare mondiale, braccio operativo delle Nazioni Unite, sta lanciando l’allarme da mesi ormai, mentre già da un anno la fame imperversa e con tutta probabilità si aggraverà nei prossimi mesi. A meno che non si intervenga con aiuti massicci alla popolazione. Una toppa in un vestito che si sta lacerando. Ma almeno salverebbe vite umane.

Va considerato che lo stato di siccità perdura da ormai quattro anni e alla perdita dei raccolti non si può più supplire (e ormai da tempo) con scorte. A determinare l’estrema siccità, che si è sommata negli anni scorsi alle tempeste di sabbia e alle invasioni di locuste, sarebbe il riscaldamento globale, di fatto fuori controllo.

Almeno 1,3 milioni di persone (ma secondo alcuni sarebbero molti di più) hanno bisogno di assistenza alimentare di emergenza, di queste già 30mila sono colpite dalla carestia. Circa mezzo milione di bambini nella regione soffrono di malnutrizione e 110mila rischiano di perdere la vita se non riceveranno subito assistenza.

Molte le testimonianze di persone che per sopravvivere mangiano qualunque cosa: dagli insetti ai fiori dei cactus rossi, a ogni tipo di tubero. E la stagione di magra, quella che va dalla semina ai raccolti (di cui ora pare non ci sia grande speranza), è appena cominciata. Ovviamente tale situazione, aggravata dalla pandemia e dall’isolamento che questa ha determinato, si ripercuote su vari ambiti della vita quotidiana, dalla salute all’istruzione, visto che molti bambini non vanno più a scuola.

Secondo il Programma alimentare mondiale servono almeno 69 milioni di dollari per finanziare quegli aiuti umanitari che sono indispensabili per affrontare (anzi, in realtà per tamponare) una tale situazione di emergenza. Il Madagascar, quarta isola più grande del mondo, è oltretutto particolarmente esposto ai cicloni per la sua posizione geografica nell’Oceano Indiano.

Si calcola che in media, 1,5 cicloni colpiscono la costa malgascia ogni anno e che ognuno di questi mega-eventi colpisca in media 700mila persone. Ora, dicono i climatologi, questi numeri stanno aumentando a causa del riscaldamento globale. La regione del sud ne risulta particolarmente colpita. E si tratta dell’area più povera del paese che soffre di una cronica mancanza di infrastrutture e investimenti pubblici.

Ma nel complesso è tutto il paese a dover fare i conti con una situazione difficile, basti pensare che il 77% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e ancora un 77% della popolazione urbana vive in baraccopoli. Anche qui, come nelle aree colpite da siccità, anche se per motivi diversi, scarseggia l’acqua così come l’elettricità, i servizi igienici e sanitari. Mentre la scarsità di cibo, causata dalla mancanza di mezzi, determina una condizione di malnutrizione acuta per migliaia di bambini.

L’Africa il continente più colpito

Oggi è il Madagascar. Domani sarà un altro paese, altre popolazioni. Nessun presagio di disgrazia a buon mercato. Facciamo parlare le osservazioni e le analisi scientifiche. L’ultimo decennio in Africa è stato il più caldo mai registrato (temperatura di circa 1,2°C più alta della media) e si prevede che molti paesi, certamente quelli fino a 15 gradi di latitudine dall’equatore, sperimenteranno (e stanno sperimentando) ondate di calore più frequenti.

In particolare, Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica del Congo, le regioni costiere dell’Angola settentrionale e della Repubblica democratica del Congo, ma anche, in Africa orientale, Uganda, Etiopia e Kenya. Una situazione legata al manifestarsi di eventi climatici estremi, aumentati nell’Africa subsahariana più velocemente che nel resto del mondo. Eventi che minacciano già 120 milioni di persone, secondo l’ultimo report dell’Organizzazione meteorologica mondiale.

Una prova di tutto ciò è data dallo scioglimento dei ghiacciai dell’Africa orientale, che subiranno la completa deglaciazione in soli due decenni a partire da ora. Rispetto agli anni ’70 la frequenza della siccità è quasi triplicata, le tempeste quadruplicate e le inondazioni decuplicate. Più del 20% delle inondazioni e più di un terzo delle siccità registrate sul pianeta negli ultimi dieci anni si sono verificate nell’Africa sub-sahariana.

Tutto questo si ripercuote sulle colture e sulla capacità dell’essere umano di gestire una terra costantemente violentata e incapace di adattarsi velocemente a situazioni climatiche così estreme. Un aumento della temperatura di 1°C, è associato a una diminuzione del 2,7% della produzione agricola.

Gli effetti saranno ancora più gravi nel continente africano, appunto, dove il sostentamento di milioni di famiglie dipende esclusivamente da attività sensibili ai fenomeni meteorologici: colture, allevamento, pesca. La diminuzione della produzione alimentare alla fine vuol dire la fuga, il tentativo di milioni di persone di cercare rifugio e salvezza altrove.

È stato calcolato che, nello scenario peggiore del riscaldamento globale, più di 86 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana si metterebbero in marcia, diventando di fatto degli sfollati. E con 19,3 milioni di sfollati, ovvero circa il 9% della popolazione, si stima che sarà il nord-africa la regione più colpita, in gran parte a causa della crescente scarsità d’acqua.

Se il trend attuale, fatto di crisi climatiche a cui si aggiungono quelle sociali, dovute ai conflitti e anche alla pandemia, continuerà, tra meno di dieci anni 840 milioni di persone nel mondo saranno affamate. Oggi sono 768 milioni, mentre 1 miliardo di persone non hanno cibo a sufficienza. Ovviamente si trovano tutti nei paesi a basso e medio reddito.

Le aree più critiche, evidenziate nella HungerMap, oltre a quelle in conflitto, l’India e zone del sud-est asiatico, si trovano nel continente africano. 8 dei 15 paesi in condizione di grave crisi alimentare sono in Africa. E non vanno dimenticati i “moltiplicatori di crisi”, i conflitti appunto, come quello in corso nel Tigray, quello civile in Camerun (che ormai va avanti da 5 anni) o le situazioni di instabilità, come quella in Sudan e nel Sahel, o dove sono molto attivi gruppi terroristici, come in Nigeria.

Secondo l’ND-GAIN Country Index, dei 20 paesi ritenuti più vulnerabili ai cambiamenti climatici, 16 si trovano in Africa. E la maggior parte di questi vive anche condizioni di forte precarietà sociale, sul fronte economico e della sicurezza.