sabato 19 gennaio 2019

OIM, ecatombe nel Mediterraneo. Nel primo naufragio dell'anno sono 117 i dispersi

Secondo l'Organizzazione Internazionale per Migrazioni i morti nel naufragio di ieri sarebbero 117.


Gli unici tre superstiti, salvati dalla Marina Militare italiana, confermano che su quel gommone partito dalla Libia erano in 120. Sono rimasti in mare per ore e adesso si trovano a Lampedusa.

Ecatombe nel Mediterraneo
117 migranti risultano dispersi in un naufragio davanti alle coste della Libia. Il gommone era stato avvistato venerdì notte al largo di Tripoli. La ong Sea Watch aveva subito contattato le autorità italiane, offrendosi di aiutare i soccorsi, ma la Guardia Costiera italiana ha girato l’offerta alla Libia, «quale autorità coordinatrice dell’evento»

Del naufragio era stata allertata la Guardia Costiera libica che, evidentemente, non è intervenuta

«Acquisita la notizia - chiarisce la nota della nostra Guarda costiera - come previsto dalla normativa internazionale sul Sar, abbiamo immediatamente verificato che la Guardia Costiera libica fosse a conoscenza dell’evento in corso all'interno della sua area di responsabilità, assicurando la massima collaborazione»

In mare senza soccorsi per ore
Un rimpallo di responsabilità inaccettabile. Sea Watch, la nave di Medici senza Frontiere, quando è venuta a conoscenza delle difficoltà dell'imbarcazione dei naufraghi, si trovava a tre ore di navigazione e allora avvisa la Guardia Costiera italiana che gira l'informazione ai libici affinché intervengano perché la zona è quella di loro competenza.

Ma la Guardia Costiera libica comunica semplicemente il luogo del naufragio a un mercantile di passaggio che però risponde semplicemente che non vede nessun naufragio.

Solo a quel punto la Guarda Costiera italiana, resasi conto che nel frattempo nessuno è intervenuto, fa partire nella notte un elicottero della Marina Militare italiana che non può far altro altro che salvare gli unici tre superstiti. Gli unici tre che hanno avuto la forza di restare in balia delle onde per diverse ore.

«I tre sopravvissuti arrivati a Lampedusa ci hanno detto che erano in 120 — spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell'Organizzazione internazionale dei migranti (Oim) — Dopo 11 ore di navigazione hanno imbarcato acqua, hanno cominciato ad affondare e le persone ad affogare. Sono rimasti diverse ore in mare. Tra i dispersi ci sono 10 donne, di cui una incinta, e due bambini, di cui uno di 2 mesi»

Sul gommone erano imbarcati migranti dell'Africa Sub-Sahariana e tra di loro molti uomini e donne provenienti dalla Nigeria. Si tratta del primo naufragio, di cui si abbia conoscenza, avvenuto nel 2019.
(Corriere della Sera)


Condividi su Facebook



Maris Davis Joseph

Mafia Nigeriana e il giallo del traffico di organi che tocca Asti

Non solo prostituzione e spaccio di droga negli affari della mafia nigeriana ad Asti, ma persino interessi legati al traffico illecito di organi umani.


La notizia, balzata in prima pagina il 14 gennaio su un quotidiano italiano, su una trattativa telefonica per la vendita di un rene avvenuta tra un nigeriano residente ad Asti e un connazionale non trova conferma negli ambienti giudiziari torinesi e astigiani e tra le forze di polizia che da tempo seguono l’evolversi della criminalità sul territorio.

Le due pagine del giornale ripercorrevano la gestione nazionale del traffico d’organi, che corre lungo l’Autostrada del sole, dove sono stati rinvenuti resti di cadaveri smembrati, e si annida nella provincia di Caserta, luogo degli espianti clandestini.

Le indagini di quest’orrido business, che macina a livello globale 1,7 miliardi di dollari, sono iniziate nel 2010 e se ne sta interessando anche l’Fbi. In Italia le procure di Torino, Roma, Napoli e Palermo hanno aperto fascicoli.

La zona di Caserta
L’epicentro del business degli orrori sarebbe Castelvolturno. Ma c’è un elemento, non confermato, che ingloberebbe anche Asti a questo terrificante fenomeno. Una telefonata, che il pm di Torino Stefano Castellani non ricorda, sposterebbe gli interessi anche in Piemonte.

Otto anni fa Sajeed Kolynton Lawual, noto con lo pseudonimo Arab e residente ad Asti e Abdul Abolade, di Lagos, suo compagno di riciclaggio d’auto rubate, avrebbero discusso al telefono, nella loro lingua, del presunto valore di un rene: 60 mila euro, 12 milioni di naira in moneta nigeriana.

L’intercettazione sarebbe finita in un’informativa in mano alla procura di Torino e i magistrati stanno ancora cercando di capire se Arab abbia davvero concorso a una trattativa di organi con la Nigeria. Ci stanno lavorando anche i federali statunitensi, perché il giro si spinge oltreoceano.

Le smentite
Intanto ad Asti non ci sono conferme dagli ambienti investigativi. Episodi del genere non si sarebbero mai verificati negli ultimi anni secondo carabinieri e polizia.

«Non siamo a conoscenza di fatti del genere - risponde il questore Alessandra Faranda Cordella - La comunità nigeriana è attenzionata come altre. Il livello di controllo del territorio è alto e non ci risultano indagini su questo fenomeno particolare»

Riti per il potere
Resta un giallo l’intercettazione della telefonata tra i due connazionali sulla quotazione dell’organo. In Nigeria però l’espianto di organi e il vilipendio dei cadaveri per rituali scaramantici fatti da stregoni che preparano pozioni e incantesimi, sarebbero fenomeni diffusi. Lo scriveva persino il Daily Trust, principale quotidiano del Paese africano, con articoli di uccisioni rituali. Riti per avere potere, ricchezza e fortuna motivati solo dalla superstizione e dall’ignoranza.

Asti
Nell’Astigiano, invece, le infiltrazioni mafiose nigeriane risalgono a circa dieci anni fa e sono legate ai giri di prostituzione e droga, nonostante il business più redditizio sia a Torino. Asti è un mercato marginale, ma è pur sempre una piazza dove si fanno "affari" con le ragazze nigeriane, ingannate e portate in strada a vendersi e minacciate con riti di magia nera. Anche la richiesta di eroina, secondo le forze di polizia locali, si è fatta più consistente negli ultimi cinque anni.
(La Stampa)

Condividi su Facebook



Maris Davis Joseph

giovedì 17 gennaio 2019

Gare irregolari al Cara di Gradisca d'Isonzo. Anche due prefetti tra i 42 indagati

Si tratta dell'attuale prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto, e dell'ex prefetto di Treviso, Maria Augusta Marrosu. Tra le principali accuse frode e turbativa d'asta.


Sono 42 gli indagati che hanno ricevuto l'avviso di conclusione delle indagini nell'ambito dell'inchiesta della procura di Gorizia sulla gestione del Cara di Gradisca d'Isonzo.

Tra gli indagati anche alcuni nomi eccellenti. Si tratta di quelli dei due ex prefetti di Gorizia, Maria Augusta Marrosu e Vittorio Zappalorto. Insime a loro indagati anche due viceprefetti operanti nell'Isontino nel periodo tra il 2011 e il 2015, Gloria Allegretto e Antonio Spoldi.

Si tratta del terzo filone investigativo relativo alla gestione del CARA (ex-CIE) di Gradisca d'Isonzo, che è già finito al centro di una processo in corso al Tribunale di Gorizia.

I reati
Tra le principali accuse c'è la turbativa d'asta in ordine allo svolgimento della gara di appalto che "si era conclusa con l'aggiudicazione della gestione del Centro di Gradisca al Consorzio Connecting People", consorzio di rilevanza nazionale, gestore di altri grandi centri di accoglienza, e sotto sotto inchiesta in diversi filoni di indagine di altre procure, e attualmente in "concordato preventivo", ovvero sull'orlo del fallimento.

Per quanto riguarda il Cara di Gradisca d'Isonzo, che attualmente ospita poco più di 200 migranti, si parla anche di associazione per delinquere in riferimento a diverse figure della Connecting People, con i prefetti Marrosu e Zappalorto e il viceprefetto Allegretto, in presunto concorso esterno. Altro reato ipotizzato è quello di frode in pubbliche forniture, oltre all'ipotesi di truffa ai danni dello Stato.
(Il Piccolo)


Condividi su Facebook




Castel Volturno. Chiesto l'intervento dell'esercito contro la mafia nigeriana

Interrogazione alla Camera. L’esercito contro la mafia nigeriana, Giorgia Meloni strappa un sì al ministro della difesa. Ma la competenza dell'ordine pubblico è del ministro dell'Interno.


«Se c’è un’organizzazione paramilitare come la mafia nigeriana che ha deciso di occupare un pezzo di territorio italiano come Castel Volturno per farci la Capitale dello sfruttamento di essere umani e dell’espianto di organi, Fratelli d’Italia crede che lo Stato italiano debba rispondere con fermezza. E la fermezza chiede la presenza dell’Esercito perché l’Esercito serve anche al controllo dei confini e a difendere il territorio nazionale dagli invasori»

Nell’aula della Camera il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, replicando al ministro della Difesa Trenta nel corso del question time presentato da Fratelli d'Italia sull'utilizzo dell’Esercito a Castel Volturno, ha ribadito l’idea che contro le gang mafiose nigeriane vadano usate le maniere forti.

«Fratelli d’Italia ringrazia il ministero della Difesa della disponibilità ad utilizzare gli uomini dell’Esercito a Castel Volturno contro la mafia nigeriana e interrogherà il ministro dell’Interno Salvini per capire se c’è questo intendimento da parte del governo. Noi crediamo che ci debba essere perché a Castel Volturno si stima la presenza di 25 mila immigrati clandestini e 22 mila case occupate e c’è un controllo ormai totale da parte di un’organizzazione criminale internazionale, che ha deciso di mettersi a fare a casa nostra il traffico di essere umani, di organi e di donne portate in Italia e costrette a prostituirsi con i riti woodoo.

Tutto questo avviene nel silenzio dei grandi sostenitori dell’accoglienza e dell’antimafia a giorni alterni, che fanno finta di non vedere la mafia nigeriana. Mi piacerebbe sapere dove sono i De Magistris e i Saviano quando si parla di questi temi. E mentre qualcuno vuole mandare i militari a tappare le buche che la Raggi non sa tappare da sola, noi pensiamo che i militari debbano andare a cacciare la mafia nigeriana da Castel Volturno», conclude il presidente di Fratelli d’Italia.



Il tema è forte
E per chi come noi di Foundation for Africa, che da anni denuncia la mafia nigeriana, e lo sfruttamento di ragazze nigeriane in Italia, non possiamo che essere d'accordo con la "denuncia" fatta ieri in Parlamento da Giorgia Meloni.

In questi anni la mafia nigeriana si è rafforzata, ha occupato territori, e Castel Volturno è l'esempio più eclatante. Ha stretto rapporti sempre più stretti con le mafie locali. Una crescita avvenuta nella sostanziale indifferenza di tutti, dei media, delle autorità giudiziarie e di polizia, e soprattutto dei politici, locali e nazionali.

Se è vero che ci sono stati arresti e indagini, se è vero che ci si sono svolti processi finiti con condanne, dobbiamo però sottolineare che è sempre troppo poco, gocce in un mare, per combattere con efficacia un fenomeno che come una piovra si è insediata in Italia con forza e arroganza, e sempre di più si insinua in città e territori come Castel Volturno che oggi, non a torto, è considerata la capitale della Mafia Nigeriana in Europa.

L'invio dell'esercito è una soluzione estrema che va valutata con attenzione, ma è comunque un'ipotesi che ha un senso.

Noi chiediamo che tutte le ragazze nigeriane costrette a prostituirsi nelle strade d'Italia, irregolari o in attesa di perfezionare il loro status giuridico, siano prese e affidate ai circuiti di protezione (anche contro la loro volontà), o comunque rispedite in Nigeria

Togliere la "merce" dalle mani degli sfruttatori è fondamentale, e poi punire i "clienti" che pagano prestazioni sessuali con ragazze sfruttate.

Chiediamo inoltre, che queste ragazze non siano considerate semplicemente delle migranti, ma che siano considerate per quello che effettivamente sono, vittime di tratta.




Articolo a cura di
Maris Davis


Condividi su Facebook




venerdì 11 gennaio 2019

Report ONU. In aumento la tratta di esseri umani

Ha destato scalpore l’ultimo rapporto dell’ONUDC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di crimine e lotta alla droga.


Il documento, pubblicato all'inizio di questa settimana, ha enfatizzato l’aumento del traffico di esseri umani gestito da organizzazioni criminali che approfittano dell’esodo di milioni di persone, in fuga da guerre e condizioni economiche insostenibili.

I trafficanti possono contare sulla complicità di governi corrotti soprattutto nelle aree più povere del pianeta, e su intere regioni dove non esiste una vera e propria autorità statuale.

Il rapporto dell’ONUDC dedica particolare attenzione alla situazione in Africa e nel Medio-Oriente, dove i conflitti armati hanno toccato il loro apice da trent’anni a questa parte, dalla guerra civile siriana alla difficile transizione irachena, passando dall’anarchia che regna in Libia per arrivare alla corruzione sistematica che contraddistingue la Nigeria.

In questa tragedia umanitaria sono le donne a pagare il prezzo più alto

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite, quasi il 60% delle donne costrette all’esodo subiscono violenze sessuali, come testimonia la storia di Nadia Murad, la ragazza yazida fuggita dalle catene dello Stato Islamico dopo anni di prigionia e violenze indescrivibili, a cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2018. Nadia Murad è diventata il simbolo delle migliaia di donne yazide, spesso solo bambine, diventate schiave sessuali alla mercé delle milizie islamiste, il cui destino è spesso sottovalutato dai media internazionali e dai leader mondiali, a cominciare dal Presidente americano Donald Trump, responsabile della decisione di ritirare le truppe speciali statunitensi dal teatro dei combattimenti nel nord della Siria, privando le unità curde, le uniche che hanno fatto argine ai crimini commessi dallo Stato Islamico, di un appoggio fondamentale.

Senza andare molto lontano anche in Italia la situazione del traffico degli esseri umani è particolarmente grave

Lo testimonia l’indagine ancora in corso condotta dall’FBI insieme alla nostra Polizia di Stato, sulle attività criminali perpetrate dalla Mafia Nigeriana nella zona di Castel Volturno e del litorale domizio.


Secondo gli inquirenti i clan mafiosi nigeriani obbligano migliaia di donne provenienti dall'Africa a prostituirsi, dopo averle private del passaporto e minacciato le loro famiglie in patria.

Uno sfruttamento a cui è impossibile sottrarsi, visto che le poche “ribelli” sono state torturate ed uccise. Le intercettazioni parlano addirittura di un tariffario di organi umani, secondo il quale il costo di un rene si aggirerebbe intorno a 5mila euro.

Un crimine così aberrante da rivoltare le coscienze e che dovrebbe indurre le nostre autorità a sradicare una volta per tutte le organizzazioni criminali che operano in maniera così efferata sul territorio italiano.


Global Report on Trafficking in Persons




Articolo a cura di
Maris Davis


Condividi su Facebook




Elezioni R.D. Congo, a sorpresa vince il leader dell'opposizione Tshisekedi

Le elezioni si sono svolte domenica 30 dicembre, dopo due anni di rinvii e dopo decine e decine di manifestazioni popolari che hanno causato anche diverse vittime.

Il candidato vincitore Felix Tshisekedi al seggio

Quasi a sorpresa vince il leader dell'opposizione Tshisekedi con il 38,5% delle preferenze, il suo oppositore più autorevole si ferma al 34,8%. Finisce l'era Kabila, il presidente uscente era al potere da 18 anni. Esce sconfitto il suo “delfino” ed ex-ministro dell’Interno, Emmanuel Ramazani Shadary.

Non si è votato (voto rinviato) in quattro province a causa della presenza di milizie armate e della contemporanea diffusione del virus Ebola che ha già provocato 350 morti.

Nella Repubblica Democratica del Congo ha vinto Félix Tshisekedi, ossia l’alternanza democratica, poiché è il candidato dell’opposizione a trionfare alle prime presidenziali che si sono svolte senza spargimenti di sangue nel giorno in cui si è votato.

Dopo essere stata per giorni oggetto di critiche e accuse per le lungaggini dello spoglio, la Commissione elettorale indipendente ha finalmente annunciato i risultati, provvisori, delle elezioni del 30 dicembre scorso. Da giorni in rete circolavano percentuali non confermate, con il timore sempre maggiore di nuove violenze, perciò già nel pomeriggio di ieri la polizia s’era dispiegata nei luoghi strategici della capitale Kinshasa.

I congolesi attendevano dalla fine del 2016 di andare alle urne, una data rinviata più volte a causa del rifiuto di lasciare di Kabila, al potere dal giorno dell’omicidio di suo padre Laurent-Désiré, nel gennaio 2001.

Con il 38,5% delle preferenze, Félix Tshisekedi, 55 anni, membro dell’Assemblea nazionale congolese, ha vinto con un buon margine, sbaragliando gli altri 19 candidati.

Esce sconfitto il “delfino” di Kabila, l’ex ministro dell’Interno, Emmanuel Ramazani Shadary, e assieme a lui anche l’altro candidato dell’opposizione, Martin Fayulu, ex-dipendente della multinazionale del petrolio Tycoon, che avendo ottenuto 34,8 % di voti ha immediatamente contestato l’esito del voto e invitato i suoi sostenitori a scendere nelle piazze. «Questo risultato non ha niente a che vedere con la verità nelle urne», ha detto Fayulu, parlando di numeri «assurdi» e di «golpe elettorale»: «Il popolo del Congo è stato defraudato delle proprie elezioni e non accetterà mai una frode del genere». Accanto a Fayulu s’è schierata subito la Francia, con il suo ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian che chiede «chiarezza sui risultati di un voto non conformi alle attese»

Entrambi certi di vincere, Tshisekedi e Fayulu avevano assicurato due giorni fa di non avere lo spirito “vendicativo” nei confronti di Kabila e del suo entourage. I due hanno avevano anche auspicato che il cambio di regime fosse accettato da tutti gli attori politici, dalle forze di sicurezza e dai grossi imprenditori che sfruttano le miniere del Paese. Gli appelli alla “verità delle urne” sono proseguiti fino all'ultimo in un Paese dove i risultati elettorali sono quasi sistematicamente contestati con il pretesto di “frodi massicce

Al cuore del processo di voto sono stati gli oltre 40mila osservatori elettorali della Conferenza episcopale nazionale della Repubblica democratica del Congo, una delle poche istituzioni degne di credibilità. «Adesso la nazione vuole festeggiare il nuovo presidente e di certo non vuole violenze», ha detto un portavoce della Conferenza episcopale.

Il presidente uscente Joseph Kabila ha cercato di dividere le opposizioni, operazione in parte riuscita visti i 20 candidati, ma che l'esito del voto (seppur non del tutto definitivo perché in quattro province non si è ancora votato ma che danno un buon margine di sicurezza al vincitore) ha comunque segnato la sua sconfitta.

In questo Paese-continente di 80 milioni di abitanti, la cui superficie ricopre 2,3 milioni di chilometri quadrati, e poverissimo malgrado le sue enormi ricchezze naturali, la Commissione elettorale aveva acquistato dalla Corea del Sud ben 106mila macchinari per il voto elettronico. Ebbene, un gigantesco incendio nel deposito dove erano stati sistemati al loro arrivo i macchinari, ne ha danneggiati più della metà. Quanto alle autorità di Kinshasa, hanno rifiutato ogni aiuto internazionale per un pacifico svolgimento del voto, compreso quello offerto dalla missione Onu in Congo, la Monusco, che è la più importante al mondo per via dell’annosa guerra che ancora funesta le regioni più orientali del Paese.

Durante la campagna elettorale il “delfino” di Kabila si era sempre detto certo della sua vittoria, anche per via del «peso leggero» del suo principale avversario. Il quale dal canto suo aveva ricordato che il candidato del presidente «è nel mirino dell’Unione europea per crimini contro l’umanità commessi tra 2016 e il 2018»

Certo è che se fosse stato eletto Emmanuel Ramazani Shadary, Kabila avrebbe mantenuto una buona fetta di potere. C’è chi prevedeva che avrebbe potuto diventare addirittura Primo ministro, e perfino ricandidarsi nel 2023. Ma entro la fine del mese sarà finalmente costretto a lasciare la poltrona che ha occupato per 18 lunghi anni.

Il vincitore Félix Tshisekedi eredita un Paese seduto su una polveriera, un decennale stato di guerra nel Kivu, un paese con il più alto numero di stupri al mondo, poverissimo ma ricco di risorse minerarie e naturali che fanno gola a potentati economici stranieri mondiali, ma soprattutto europei, in particolare francesi, che non vedono di buon grado la sua ascesa al potere.
(la Repubblica)


Condividi su Facebook




mercoledì 9 gennaio 2019

Sea Watch e Sea Eye. Accordo raggiunto, è finita l'odissea dei 49 migranti. Sbarcheranno a Malta

Finita l'odissea per i 49 migranti a bordo delle navi ong. L'annuncio del premier Muscat, in corso il trasbordo a terra.


Anche l'Italia ne prenderà una quindicina. Conte prevale nel braccio di ferro con Salvini che polemizza: "La UE cede al ricatto degli scafisti"

L’odissea dei 49 migranti da 19 giorni a bordo della Sea Watch e della Sea Eye sta per finire. Il premier maltese Joseph Muscat ha appena annunciato che l’accordo con la Ue è stato trovato e che a breve gli immigrati verranno trasbordati dalle due navi umanitarie su mezzi militari maltesi e portati a terra per poi essere redistribuiti tra otto Paesi europei. Tra questi, ha confermato Muscat, c’è anche l’Italia, qui i migranti arriveranno in aereo. Il premier Conte, che ieri nel braccio di ferro con Salvini aveva ribadito la disponibilità dell’Italia a prendere una quindicina di persone, ha avuto dunque la meglio sul ministro dell’Interno.

E proprio Salvini reagisce duramente: "L'Europa si propone di accogliere altri immigrati cedendo ai ricatti di scafisti e ong e questo rischia di diventare un enorme problema. Sono e rimango assolutamente contrario a nuovi arrivi in Italia. A Bruxelles fanno finta di non capire: cedere alle pressioni e alle minacce dell'Europa e delle ong è un segnale di debolezza che gli italiani non meritano"

Decisiva è stata la mediazione di Bruxelles che è riuscita a trovare la quadra e a redistribuire oltre ai 49 delle Ong anche i 200 salvati nei giorni precedenti da motovedette delle forze armate de La Valletta.

Questa mattina il premier maltese Joseph Muscat ha incontrato a La Valletta il premier libico Al Serraji in un vertice bilaterale convocato nel tentativo di trovare una soluzione al traffico di essere umani. “Dobbiamo trovare accordi per la sicurezza di tutti i Paesi del Mediterraneo e parlare di come i migranti vengono trattati nel vostro Paese”, ha detto Muscat consapevole che la Libia non può essere considerato un porto sicuro e dunque nessuno stato europeo e nessuna Ong consegnerebbe migranti alle motovedette libiche.

Siamo disponibili al dialogo ma dobbiamo valutare tutto passo dopo passo, abbiamo grossi problemi di stabilità politica”, ha risposto Al Serraji.

"L'Unione europea rilascia i suoi 49 ostaggi". Così Sea Watch ha commentato su Twitter la notizia del via libera di Malta allo sbarco dei migranti fermi da giorni in mare.


Anche gli sforzi del presidente della commissione europea per l’immigrazione Avramopoulos sono da tempo tesi a trovare una soluzione definitiva condivisa, un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti a prescindere dal porto di sbarco. Ma gli Stati membri nicchiano e dunque, ogni volta, tocca mettere insieme le singole disponibilità.

Ieri Germania e Olanda hanno aumentato la loro a 50 migranti a testa, l’Italia prenderebbe una quindicina di persone e altri quattro paesi hanno acconsentito a prendere piccoli gruppi. Gli altri Paesi che hanno dato la disponibilità sono Francia, Portogallo, Irlanda, Romania e Lussemburgo. “In segno di buona volontà da parte di coloro che hanno riconosciuto le missioni di salvataggio effettuate da Malta nei giorni scorsi altri 131 migranti già a Malta saranno trasferiti in altri stati membri”. Gli altri resteranno a La Valletta e 44, provenienti dal Bangladesh, verranno rimpatriati.

Migranti a bordo della Sea Watch
Muscat ha sottolineato che Malta ha dato il via libera allo sbarco nonostante "il caso delle navi Sea Watch 3 e Prof Albrecht Penck è avvenuto fuori dalle zone di responsabilità di Malta" perché "non eravamo le autorità responsabili e non eravamo il porto sicuro più vicino"

La Valletta ha sollevato la questione di altri 249 migranti salvati da Malta e attualmente sull'isola. "Durante il nostro impegno con la Commissione Ue per la risoluzione di questa crisi (dei 49 sulle navi di Sea Watch e Sea Eye ndr.), abbiamo ricordato a tutti che Malta ha salvato unilateralmente altre 249 persone in mare, le cui vite erano chiaramente in pericolo. Queste missioni sono avvenute in zone in cui Malta è responsabile: abbiamo allora sottolineato che non ha senso che un meccanismo di solidarietà ad hoc venga applicato solo nel caso in cui viene negato un porto sicuro, mentre quando gli Stati membri rispettano i loro obblighi vengono ignorati", ha detto Muscat, che ha ringraziato Commissione Ue per avere coordinato gli sforzi per arrivare a una soluzione. "Ribadisco, come già fatto, che questo caso non deve costituire un precedente e ho la rassicurazione che ciò non accadrà da parte delle istituzioni europee". "Tutti, Stati membri e ong dovrebbero seguire le regole appropriate, piuttosto che agire di propria iniziativa aspettandosi che gli altri risolvano i problemi che vengono creati"

Intanto su Twitter il Commissario Ue per le Migrazioni, Dimitris Avramopoulos dichiarava: "Sono felice che i nostri sforzi per far sbarcare i migranti a Malta abbiano portato risultati e che tutti coloro che sono a bordo vengono sbarcati adesso. Elogio Malta per avere consentito questo sbarco e gli Stati membri che hanno mostrato solidarietà attiva accettando i migranti"
(la Repubblica)


Condividi su Facebook