sabato 20 luglio 2019

Coppa d'Africa. Ha vinto l'Algeria, un auto-goal a inizio gara ha deciso la finale con il Senegal

Coppa d'Africa 2019, manifestazione che si è tenuta in Egitto. La finale termina 1-0, rete al 2' di Bounedjah, il cui tiro è deviato in maniera decisiva da Sané. Erano 29 anni che le 'Volpi del Deserto' non si imponevano nella manifestazione africana.


L'Algeria ha vinto la Coppa d’Africa battendo in finale il Senegal per 1 a 0. Per la nazionale di Riyad Mahrez, Sofiane Feghouli e Ismaël Bennacer è il primo titolo dal 1990, e il secondo nella sua storia. Il gol decisivo lo ha segnato Baghdad Bounedjah, attaccante della squadra qatariota dell’al Saad, che ha portato in vantaggio l’Algeria al secondo minuto, su deviazione decisiva del senegalese Sané. La finale si è giocata al Cairo, in Egitto.

La squadra nordafricana ha mantenuto un assetto piuttosto difensivo per il resto della partita, finché nel secondo tempo al Senegal è stato concesso inizialmente un rigore per un tocco di mano, ma poi revocato dal VAR.

Il Senegal, una delle nazionali da sempre più forti e prestigiose dell’Africa, non ha mai vinto il titolo, e arrivava al torneo di quest’anno con un’ottima squadra, guidata dall'attaccante del Liverpool Sadio Mane.

Per le posizioni di rincalzo la Nigeria batte la Tunisia per 1-0 nella finale di consolazione e finisce al terzo posto.

Nella storia della manifestazione sportiva del calcio africano che ha avuto inizio nel 1957, l'Egitto che quest'anno ospitava la Coppa d'Africa, è la nazione che l'ha vinta più volte, sette. L'Algeria, vincitrice di questa edizione, non vinceva dal lontano 1990. La Nigeria ha vinto tre edizioni (1980, 1994, 2013). Il Senegal, considerata una delle nazionali di calcio più forti del continente africano, non ha mai vinto.


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venerdì 19 luglio 2019

Mafia Nigeriana. Sgominata cellula dei Maphite attiva in Emilia Romagna. Svelati i segreti della "Green Bible"

Provvedimenti restrittivi per gli appartenenti al culto 'Maphite', assoggettati a un rigido 'manuale di comportamento', oltre che a un rito di iniziazione codificato nella Bibbia Verde (Green Bible)


Sono 19 i fermi eseguiti dalla squadra mobile della Questura di Bologna, in collaborazione con i colleghi di altre province dell' Emilia Romagna e di Bergamo, in un'operazione contro la mafia nigeriana. Altre due persone che si trovano all'estero saranno raggiunte da un mandato d'arresto europeo. Agli indagati è contestata l'associazione di tipo mafioso.

I provvedimenti restrittivi e una serie di perquisizioni, emessi dalla Dda e dalla Procura della Repubblica di Bologna, colpiscono un elevato numero di appartenenti al culto 'Maphite' (o Green Circuit association), molto diffuso e potente, fino ad oggi rimasto all'ombra rispetto alle altre cosche. Le città coinvolte sono Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Forlì, Cesena, Ravenna e Bergamo.


Parla il Procuratore Capo di Bologna Amato

Tra i destinatari non solo i semplici "soldati" ma anche soggetti che ricoprivano un ruolo di primo piano all'interno dell'organizzazione criminale. In particolare: coloro che decidevano le nuove iniziazioni, gestivano la prostituzione, mantenevano i rapporti di forza con le altre organizzazioni criminali e organizzavano lo spaccio di droga nelle piazze cittadine.

L'operazione di polizia ha impiegato più di trecento poliziotti

Così è strutturata la mafia nigeriana
L’indagine, avviata nel 2017, grazie anche alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, ha consentito di ricostruire ruoli, gradi, gerarchie e regole di funzionamento all'interno dell’organizzazione criminale, nonché i diversi reati che hanno permesso all'organizzazione stessa la propria sopravvivenza e il dominio in alcuni ambiti criminali, spaccio di sostanze stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, uso indebito di strumenti di pagamento elettronico, oltre a frequentissimi e violenti scontri con organizzazioni criminali nigeriane contrapposte.

Tipico e conosciuto soltanto dagli adepti il modo di comunicare, i rituali, e un prestabilito modo di ingresso all'interno dell’organizzazione, di affiliazione, rigidissime le regole di comportamento e puntualmente codificate che ripercorrono in parte quelle più conosciute delle organizzazioni di tipo mafioso italiane.


Green Bible. Il codice della 'Bibbia Verde'
La mafia nigeriana aveva un codice chiamato la 'Green Bible'. Un vero e proprio manuale di istruzioni per gli affiliati, nel quale, per esempio, il piano di riciclaggio di denaro nei Paesi di origine era indicato come 'Mario Monti'. Grazie alla 'Bibbia Verde', contenuta in un pacco inviato dalla Nigeria all'Italia e intercettato a Torino, gli investigatori sono riusciti a ricostruire la struttura del clan Maphite, le regole, le cariche e le investiture, i riti di iniziazione, le punizioni.

Il giuramento col fuoco per entrare nel clan
"Giuro di essere leale e fedele all'organizzazione dei Maphite. Se domani deciderò di svelare questi segreti, questo fuoco brucerà me e le cose che mi appartengono; ovunque mi trovi i Maphite mi faranno a pezzi sino alla morte". I nuovi affiliati che entravano a far parte della mafia nigeriana erano sottoposti ad una sorta di rito tribale, prima venivano picchiati dagli altri membri e poi dovevano tenere tra le mani dei pezzi di carta infuocati, per dimostrare il loro valore.


La spartizione dell'Italia tra diverse "famiglie"
Gli investigatori bolognesi sono riusciti a ricostruire la spartizione del territorio delle diverse famiglie che facevano parte del clan Maphite. La 'Famiglia Vaticana', oggetto dell'indagine, egemone oltre che in Emilia-Romagna anche in Toscana e Marche. La 'Famiglia Latino', nell'Italia nord-occidentale, la 'Famiglia Rome Empire', nel centro Italia e la 'Famiglia Light House of Sicily', presente in Sicilia e Sardegna.

Per rappresentare il potere sul territorio ed essere riconosciuti dai loro connazionali, gli affiliati del culto nigeriano Maphite indossavano baschi o abiti con il colore verde.

I rami dell'indagine
L'inchiesta ha riguardato anche il Piemonte, dove sono stati impegnati centinaia di agenti. L'operazione di polizia, che ha permesso di smantellare una cosca della mafia nigeriana, ha condotto all'esecuzione di decine di fermi anche a Torino.

"Simili alle organizzazioni mafiose italiane"
"È la prima volta in Emilia-Romagna, e una delle prime in Italia, che viene contestata l'associazione di tipo mafioso a una organizzazione nigeriana", ha detto il procuratore capo di Bologna Giuseppe Amato. "Nel corso delle indagini abbiamo apprezzato tutti i tratti caratteristici dell'associazione mafiosa, come l'intimidazione violenta e l'assoggettamento dei connazionali nigeriani. Abbiamo sgominato i vertici e acceso un faro su un fenomeno criminale importante, dotato di una struttura verticistica e di un organigramma che emula le nostre organizzazioni criminali, come la Mafia siciliana e la 'Ndrangheta. L'eroina gialla che in questi mesi ha creato grossi problemi per la salute pubblica e decessi per overdose è un prodotto che viene introdotto sul mercato proprio dalle associazioni criminali nigeriane"

Alla faccia di chi negava l'esistenza della Mafia Nigeriana in Italia
- La Mafia Nigeriana in Italia -
(Il Resto del Carlino Bologna)


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giovedì 18 luglio 2019

OMS. Epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo, ora è "Emergenza Mondiale"

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha classificato l'epidemia di ebola nella RD del Congo come un'emergenza mondiale. Secondo l'Unicef contagiati 750 bambini.


Il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che "è il momento che il mondo prenda atto dell'epidemia", ma ha raccomandato che le frontiere con i paesi vicini restino aperte. Finora ebola ha ucciso quasi 1.700 persone in poco più di un anno. Il Rwanda ha sconsigliato i viaggi 'non indispensabili' nella vicina Repubblica Democratica del Congo senza però chiudere il confine.

Cresce l'allarme per l'epidemia di Ebola in corso nella Repubblica democratica del Congo. Oggi l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha deliberato lo stato di 'Emergenza Internazionale di Salute Pubblica'. La decisione è stata presa dal Comitato istituito dall'Oms, che si è riunito a Ginevra per la quarta volta dall'inizio dell'epidemia nel paese africano, lo scorso ottobre. Ieri il Rwanda, confinante con la città di Goma, aveva sconsigliato i viaggi 'non indispensabili' in Rdc senza però chiudere il confine.

Nei giorni scorsi il virus è arrivato per la prima in una grande città della Repubblica democratica del Congo. Si tratta di Goma ai confini con Rwanda, dove ieri è morto il pastore infettato, che aveva viaggiato in autobus dalla città nord-orientale di Butembo, e dove "i casi sospetti sono 22 non direttamente correlati a quello del pastore". I contatti diretti con l'uomo sono stati sottoposti a vaccinazione.

L'Oms aveva valutato già nel giugno scorso l'opportunità di decretare lo stato di emergenza sanitaria internazionale per l'Ebola in Rdc, concludendo tuttavia che, benché ci fosse "grande preoccupazione, anche perché la risposta continua a essere insidiata dalla carenza di fondi adeguati e di risorse umane dedicate", l'epidemia allora non costituiva un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

"La dichiarazione è una misura che riconosce il possibile aumento del rischio nazionale e regionale, e il bisogno di una azione coordinata e intensificata per gestirlo"

Ora a preoccupare gli esperti è l'espansione geografica dell'epidemia, con i casi che ora coprono un'area di 500 chilometri quadrati. "Nessun paese dovrebbe chiudere i propri confini o porre restrizioni ai viaggi o ai commerci. Queste misure sono implementate di solito in base alla paura e non hanno basi scientifiche". La risposta, ha sottolineato il direttore generale Oms Thedros Adhanom Ghebreyesus, è stata ritardata anche dalla mancanza di fondi.

"È tempo che il mondo prenda coscienza e raddoppi gli sforzi. Dobbiamo lavorare insieme in solidarietà con il Congo per mettere fine all'epidemia e costruire un sistema sanitario migliore. Un lavoro straordinario è stato fatto per quasi un anno nelle circostanze più difficili. Dobbiamo a questi operatori un contributo maggiore"

Fino ad oggi, a causa dell'ultimo focolaio, quasi 2.500 persone sono state contagiate in Congo, di cui 1.665 sono morte. E la situazione era stata giudicata particolarmente allarmante già nei giorni scorsi, dopo il primo contagio avvenuto a Goma, grande città nell'est del Congo.

"Se l'epidemia si dovesse diffondere in una città di oltre un milione di abitanti come Goma sarebbe un vero e proprio disastro umanitario"

Anche l'Unicef lancia un allerta per la tragedia che sta colpendo in particolar modo i bambini. In Congo 750 bambini sono stati colpiti dal virus Ebola (31% dei casi) ed il 40% ha meno di 5 anni. Questa epidemia, ha avvertito Marixie Mercado, portavoce dell'Unicef al Palazzo delle Nazioni a Ginevra, "sta contagiando un maggior numero di bambini rispetto alle precedenti. Al 7 luglio, si erano verificati 750 contagi fra i bambini. Questo numero rappresenta il 31% del totale dei casi, rispetto a circa il 20% nelle epidemie precedenti"

I bambini piccoli, con meno di 5 anni, sono particolarmente colpiti e a loro volta stanno contagiando le donne. Fra gli adulti, le donne rappresentano il 57% dei casi. Il portavoce dell'Unicef ha inoltre sottolineato che il tasso di mortalità della malattia per i bambini con meno di 5 anni è del 77%, rispetto al 67% di tutti i gruppi di età. "Prevenire i contagi fra i bambini deve essere al centro della risposta all'Ebola", ha affermato. E c'è anche un'altra grave emergenza che sta emergendo: "I bambini che sono rimasti orfani a causa della malattia hanno bisogno di cure e supporto a lungo termine, fra cui la mediazione con le famiglie allargate che però si rifiutano di accoglierli per paura di essere a loro volta contagiati"

Dobbiamo ricordare che l'epidemia è scoppiata in una zona di guerra, dove scorrazzano bande armate e le violenze, anche contro la popolazione civile, sono all'ordine del giorno. Operatori sanitari e volontari stanno lavorando in condizioni estreme e rischiano concretamente la propria vita per cercare di circoscrivere il contagio e aiutare la popolazione colpita dal virus.
(La Repubblica)

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Uccise Anthonia e la gettò nel fiume. La Cassazione conferma 25 anni, ma lui è fuggito

Anticipò in un romanzo l'omicidio di una prostituta. Ora è latitante.

Anthonia, aveva 20 anni quando fu uccisa
Daniele Ughetto Piampaschet, uccise Anthonia Egbuna, nigeriana allora ventenne, e poi gettò il suo corpo nel fiume Po'. Condannato definitivamente a 25 anni, è sparito nel nulla.

Qualcuno lo ha soprannominato lo "scrittore assassino", e secondo la Cassazione lo è, visto che lo ha condannato in via definitiva. Daniele Ughetto Piampaschet è accusato di aver anticipato in un libro i contorni del delitto, che poi avrebbe commesso. Ora l'aspirante romanziere torinese è latitante, non ha atteso le manette, ed è svanito nel nulla.

Deve scontare 25 anni di carcere, ma dal 3 luglio ha fatto perdere le sue tracce e le ricerche, fino ad ora, sono state senza esito. Il Piampaschet si è sempre dichiarato innocente per il delitto della ragazza nigeriana con cui ha avuto anche una breve relazione.

La ragazza fu trovata senza vita, con segni di numerose coltellate, il 26 febbraio 2012 sul greto del Po', nel torinese. Un particolare già scritto in precedenza da Daniele Ughetto nel suo romanzo, e mai pubblicato, 'La rosa e il leone'. Coincidenza inquietante, che aveva attirato su di lui i sospetti.

Daniele Ughetto Piampaschet
Ma non tutti negli anni lo hanno ritenuto colpevole, infatti la sua è stata una vera odissea giudiziaria. Fu assolto in primo grado, poi fu condannato in appello a 25 anni e 6 mesi per omicidio volontario, era il 2015. Nel 2016 la Cassazione aveva annullato la sentenza e rinviato il caso alla Corte d'assise d'Appello. Un via vai dalle aule fino allo scorso 2 giugno, quando è arrivata la condanna definitiva.

"L'attesa giudiziaria mi ha cambiato la vita. Ora vivo in campagna con la mia famiglia. Conduco una vita raccolta, sto ristrutturando un casolare e continuo a scrivere", aveva detto dopo uno dei tanti processi. Ma il carcere no, e quando i carabinieri si sono recati a Giaveno (Torino) per arrestarlo, lui non c'era. C'era però il padre che li ha aggrediti rimediando un arresto per resistenza a pubblico ufficiale.

Ora di Daniele Ughetto Piampaschet non si sa nulla, il telefono è staccato, e gli appelli degli investigatori e del suo avvocato difensore sono caduti nel vuoto. Chi lo conosce pensa si sia nascosto in qualche cascinale, magari per scrivere un altro capitolo della sua vita, cercando di evitare che siano i giudici a scriverlo per lui.

Lo scorso anni, dopo la condanna in secondo grado, il pubblico ministero aveva chiesto l'arresto ma il giudice non ritenne fondato "il pericolo di fuga" e il Piampashet rimase in libertà in attesa della sentenza definitiva. Una motivazione clamorosamente smentita dai fatti di questi giorni.
(Quotidiano.net)


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martedì 16 luglio 2019

Biafra, la Nigeria riconosce risarcimenti a 50 anni dalla guerra

La guerra che è costata la vita a oltre 1,2 milioni di persone pesa ancora oggi sul Biafra. Altri due milioni morirono di fame e malattie, la metà erano bambini. Alla fine del conflitto oltre 5 milioni di persone furono costrette ad abbandonare le loro terre per far posto ai pozzi petroliferi.


Se da una parte il governo di Abuja riconosce un risarcimento alle vittime e inizia a bonificare le aree infestate da ordigni abbandonati, dall'altra dichiara "terroristica" l'organizzazione che chiede l'indipendenza.

In uno dei rari tentativi di affrontare la questione della guerra del Biafra e di sanare le profonde cicatrici che ha lasciato su milioni di nigeriani, nei giorni scorsi il governo di Abuja ha accettato di risarcire con 139 milioni di dollari le vittime del confitto, concluso cinquant’anni fa. E oltre a versare l’indennizzo, saranno stanziati 105 milioni di dollari per bonificare dagli ordigni abbandonati, i territori che furono teatro degli aspri combattimenti tra il 1967 e il 1970.

Gli esperti governativi hanno riconosciuto lo status di reduci di guerra a 685 persone. A quasi 500 di esse, incluse quelle che avevano inizialmente citato in giudizio il governo, è stato anche accordato un risarcimento per essere stati vittime dell’esplosione di mine e bombe. La decisione della Nigeria è il risultato di una risoluzione extragiudiziale, che ha fatto seguito a un procedimento presentato contro il governo federale nel 2012.

Una lunga scia di violenza nel sud-est della Nigeria
Il provvedimento giunge dopo mesi di crescenti tensioni nel sud-est della Nigeria causate dalle rinnovate richieste di secessione avanzate dal movimento dei popoli indigeni del Biafra (IPOB), che dopo mezzo secolo continua a rivendicare l’indipendenza del Biafra.

La radicalizzazione violenta del confronto si era manifestata lo scorso 12 settembre, quando l’esercito nigeriano ha fatto irruzione nella casa del leader dell’Ipob, Nwannekaenyi “Nnamdi” Kenny Okwu Kanu, per arrestarlo. Nel conflitto a fuoco che ne è seguito sono morti 20 militanti del gruppo separatista.

Poi, lo scorso 15 settembre, le truppe nigeriane dispiegate nella regione hanno lanciato l’operazione Python Dance II nei cinque stati sud-orientali, Abia, Anambra, Ebonyi, Enugu e Imo, per porre fine alla campagna di secessione del movimento. Nel corso dell’operazione, terminata il 10 ottobre, sono morti quattro membri dell’IPOB, mentre il leader Nnamdi Kanu, da allora non è più comparso in pubblico.

Movimento per indipendenza Biafra definito “terrorista
Pochi giorni dopo, il ministro della Giustizia nigeriano, Abubakar Malami, ha emesso un provvedimento che bollava l’IPOB come un’organizzazione terroristica, per aver agito contro funzionari della sicurezza e cittadini nigeriani.

La decisione di classificare l’IPOB come un’organizzazione terroristica ha suscitato le critiche degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Inoltre, questa scelta stride col fatto che il gruppo indipendentista è ufficialmente riconosciuto a livello internazionale, da quando le Nazioni Unite l’hanno annesso nell’Ecosoc, l’organismo che raccoglie più di 3.200 ong internazionali.

Nel frattempo, il sentimento anti-nigeriano dei biafrani ha continuato a covare sotto le ceneri emergendo periodicamente e dando luogo a sanguinosi scontri fra i separatisti biafrani e l’esercito federale, sempre repressi con violenza dai militari nigeriani.

La guerra del Biafra oggi è ancora un tabù in Nigeria
Nel paese africano molti sperano che il risarcimento deciso dal governo serva a stemperare le tensioni degli ultimi mesi e sia un segnale della volontà di discutere la pluridecennale questione dell’eredità e delle divisioni lasciate dalla guerra, che dopo cinquant'anni in Nigeria è ancora considerata un argomento tabù.

Certo è che nell’immediato dopoguerra, le ritorsioni applicate dal governo federale nei confronti degli Igbo (l’etnia della popolazione biafrana) furono pesantissime, come la limitazione all’accesso ai conti correnti e le discriminazioni nell’impiego pubblico e privato. Mentre l’amministrazione di alcune delle città con forte presenza Igbo venne affidata a gruppi etnici rivali come gli Ijaw e Ikwerre.

Senza contare che il nome Biafra è stato cancellato da tutte le mappe geografiche della Nigeria e quello che per tre anni fu uno Stato indipendente, adesso è smembrato in nove entità territoriali diverse.

Senza dubbio, è troppo tardi per i programmi di riconciliazione, ma oltre ai risarcimenti, anche l’apertura di un dialogo tra governo e movimenti pro-Biafra può avere un ruolo importante nell'aiutare i molti nigeriani, che ancora portano le cicatrici di uno dei conflitti più devastanti del secolo scorso.

Fame e malattie. L’emergenza umanitaria del Biafra
Un conflitto che costò la vita a più di un milione e 200 mila persone e produsse un’emergenza umanitaria senza precedenti, che culminò in una drammatica carestia che provocò la morte di altri due milioni di uomini, donne e bambini.

Tutto questo, mentre i filmati in bianco e nero trasmessi dai telegiornali dell’epoca mandavano in onda le terribili immagini dei volti scavati di bambini biafrani sofferenti con l’addome gonfiato dal liquido ascitico.

La mobilitazione generale delle organizzazioni non governative internazionali fu così impressionante che sotto la guida del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Icrc), Oxfam, Africa Concern, Catholic Relief Services, Caritas International, Quaker-Service-Nigeria e altre organizzazioni che operavano sotto il cappello della Joint Church Aid (Jca), diedero vita alla più importante operazione umanitaria della loro storia dopo i programmi di assistenza ai rifugiati della seconda guerra mondiale.



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- foundation4africa.it -


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venerdì 12 luglio 2019

Kenya. Silvia Romano a Natale era viva, poi fu ceduta ad un'altra banda

Della sorte della cooperante italiana rapita a Malindi lo scorso novembre parlano due dei banditi che la sequestrarono e ora finiti in carcere.


Presto gli inquirenti italiani torneranno a Nairobi. Per il suo rapimento ancora ricercate cinque persone.

Ci sono elementi concreti per ritenere che Silvia Romano, la cooperante milanese di 23 anni, rapita in Kenya il 20 novembre 2018, fosse in vita almeno fino al giorno di Natale.

La circostanza è emersa nell'ambito del vertice che le autorità giudiziarie e investigative italiane e kenyote hanno svolto oggi a Roma. A confermare l’esistenza in vita della ragazza almeno fino a quella data sono stati due cittadini kenyoti, criminali comuni, arrestati il 26 dicembre del 2018 perché ritenuti tra gli esecutori materiali del sequestro. La ragazza, secondo quanto riferito dai due che saranno processati a Nairobi il 29 e 30 luglio prossimi, è stata poi ceduta a un’altra banda.

Nel corso del vertice, cui hanno preso parte il procuratore generale del Kenya Noordin Mohamed Haji e il pm Sergio Colaiocco, titolare del procedimento aperto a Roma, sono state ricostruite nei dettagli le fasi del sequestro avvenuto nella Contea di Kilifi: protagonista un gruppo di otto persone armate di Ak47 e granate che ha fatto irruzione nel centro commerciale di Chacama.

Silvia fu pedinata per giorni prima di essere rapita
Il rapimento sarebbe riconducibile a criminali locali che per l'operazione avevano acquistato fucili e granate e avevano seguito la giovane nei giorni precedenti. Silvia Romano, che è stata portata via senza cellulare e senza passaporto, fu caricata su una moto che si è diretta verso una boscaglia nei pressi del fiume Tana.

Degli otto banditi che presero parte al rapimento, cinque sono attualmente ricercati, mentre i due che saranno processati a breve sono finiti in manette il giorno di Santo Stefano. Un terzo elemento fermato dalla polizia è un cittadino somalo di 35 anni trovato in possesso di una delle armi utilizzate in quel blitz in cui rimasero feriti anche due minori, ha ammesso le sue responsabilità.

A breve nuova missione dei Ros in Kenya
Una squadra dei carabinieri del Ros tornerà a breve a Nairobi. La nuova missione, dopo quella svolta già nello scorso mese di aprile, è stata definita oggi nell'ambito del vertice organizzato a Roma tra le autorità inquirenti e investigative italiane e kenyote.

I carabinieri, su delega del pm Sergio Colaiocco, partiranno per il Kenya per acquisire nuovo materiale probatorio raccolto dalle autorità locali che sono al lavoro per catturare cinque degli otto elementi della banda di sequestratori.

E sempre nell'ambito dell’incontro di oggi, le autorità giudiziarie italiane si sono impegnate a garantire, tramite la Guardia di Finanza, un supporto investigativo alla magistratura del Kenya impegnata a indagare su un caso di corruzione collegato alla costruzione di tre dighe il cui appalto era stato vinto da una ditta romagnola.
(Corriere della Sera)



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martedì 9 luglio 2019

RD Congo, sentenza della CPI. "Terminator", ex-signore della guerra, colpevole di crimini contro l'umanità

I giudici della Corte penale internazionale hanno ritenuto l’ex warlord filorwandese responsabile di diciotto capi d’accusa per crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nella Repubblica democratica del Congo, con la complicità del Rwanda.


L’ex signore della guerra congolese, Bosco Ntaganda, tristemente noto come “Terminator”, è stato giudicato colpevole dalla Corte penale internazionale (Cpi) per 18 capi d’accusa relativi a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Tra questi spiccano: esecuzioni sommarie, stupri di massa, schiavitù sessuale, mutilazioni, trasferimento forzato della popolazione civile e arruolamento di bambini soldato. Il tribunale dell’Aia ha stabilito che l’entità della condanna che dovrà scontare in carcere, sarà determinata in una successiva udienza.

Chi è stato Bosco Ntaganda
Il quarantacinquenne Ntaganda, di etnia tutsi, è stato accusato di aver diretto e pianificato il massacro di civili compiuto dai suoi soldati nella regione dell'Ituri, nell’est della Repubblica democratica del Congo, tra il 2002 e il 2003. All'epoca, l’imputato era al comando delle operazioni militari delle Forze patriottiche per la liberazione del Congo (Fplc), l’ala armata del gruppo ribelle che rispondeva all'altisonante nome di Unione dei patrioti congolesi (Upc), ma non era niente altro che una delle numerose sanguinarie milizie attive da anni nel paese.

La carriera militare dell’ex capo ribelle è iniziata nel 1990, quando, ad appena 17 anni, si unì al Fronte patriottico rwandese (Fpr), oggi al potere a Kigali (Rwanda). Da allora, ha fatto parte di diversi gruppi armati e nel gennaio 2008, dopo la cattura dell’ex generale filorwandese Laurent Nkunda in Rwanda (che sarebbe stato tradito proprio da Ntaganda), è diventato il leader dei ribelli tutsi del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo). Il 23 marzo 2009 ha firmato un accordo di pace con il governo di Kinshasa e, nonostante si fosse macchiato di efferati crimini, venne integrato con il grado di generale insieme a tutti i suoi uomini, nei ranghi dell’esercito regolare congolese.

Nell'aprile del 2012, esasperato dalle promesse non mantenute dell’allora presidente congolese Joseph Kabila, insieme a circa altri 700 soldati a lui fedeli disertò, tornando sulle colline del Nord Kivu dove creò il nuovo gruppo M23 (richiamandosi proprio agli accordi del 23 marzo 2009) che nel giro di qualche mese riuscì a prendere Goma, capitale della provincia del Nord Kivu e città strategica del Congo orientale.

Il processo
Nel corso delle udienze cominciate il 2 settembre 2015, le decine di testimoni, tra cui un elevato numero di ex bambini soldato, hanno fornito ai pubblici ministeri orribili particolari sul trattamento riservato alle vittime delle violenze dell’Upc. I giudici hanno anche accertato che Ntaganda uccise personalmente un sacerdote cattolico. Gli attacchi della milizia paramilitare, composta principalmente da uomini di etnia Hema, presero di mira specifici gruppi etnici come Lendu, Bira e Nande.

Gli attivisti per i diritti umani hanno accolto favorevolmente la decisione della corte. «Coltiviamo la speranza che il verdetto di oggi offra qualche consolazione alle migliaia di persone colpite dai crimini di Ntaganda e spiani loro la strada per ottenere finalmente giustizia», ha twittato Amnesty International.

Mentre le organizzazioni congolesi che hanno raccolto le prove per contribuire a garantire la condanna di Ntaganda, hanno detto che altri sospetti criminali godono ancora di impunità e che numerose atrocità continuano a essere commesse nella Repubblica Democratica del Congo.

Bosco Ntaganda era rimasto in libertà per sette anni dopo che nel 2006 la Corte dell'Aja aveva spiccato il mandato di arresto nei suoi confronti, suscitando l’irritazione dei giudici del Tribunale internazionale per le sue frequenti apparizioni in pubblico.

La paura di essere ucciso dai suoi stessi uomini
Poi, con una mossa a sorpresa, nel marzo 2013, si è consegnato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kigali, in Rwanda. I motivi all'origine della resa di Ntaganda, potrebbero essere riconducibili alle guerre intestine che minarono l’M23 e sancirono la sconfitta della fazione guidata dall'ex signore della guerra, che per evitare di essere eliminato nella faida interna si rifugiò all'interno dell’ambasciata americana in Rwanda. Da dove chiederà di essere estradato all'Aia per rispondere delle accuse formulate nei suoi confronti.

Bosco Ntaganda è uno dei cinque ex signori della guerra congolesi che sono comparsi dinanzi ai giudici della Cpi, istituita nel luglio 2002 per giudicare i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e i genocidi, in qualunque posto e in qualunque momento siano stati commessi.

Nel luglio 2012, la Corte ha condannato a 14 anni di carcere il fondatore dell’Upc, Thomas Lubanga, per la coscrizione forzata di bambini soldato, mentre negli anni recenti ha prosciolto diversi imputati. Tuttavia, alcuni paesi africani hanno ripetutamente accusato l’istituzione internazionale di concentrare la propria azione solo sugli africani, mentre crimini di guerra e contro l'umanità vengono compiuto in continuazione ovunque, soprattutto in Asia e in Medio-Oriente.


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