mercoledì 14 novembre 2018

Tanzania, è caccia agli omosessuali

Task Force governativa incaricata di rintracciali e arrestarli, e per farlo ogni mezzo è lecito, perfino spiare tra i profili dei social network. Chiesto l'aiuto anche alla popolazione perché "segnali" i sospetti.


Chiuse le cliniche per curare l'HIV, promuovono i rapporti omosessuali
Aperta una vera e propria caccia ai gay in Tanzania. La politica repressiva del presidente John Magufuli continua e dopo la chiusura delle cliniche per curare l'HIV perché sospettate di promuovere i rapporti omosessuali, è stato stabilito che i gay saranno condannati a 30 anni di carcere.

I provvedimenti del presidente vedono il sostegno anche da parte di Paul Makonda, giovane governatore della regione di Dar es Salaam e membro del partito di governo Chama Cha Mapinduzi (CCM). Una vera e propria caccia alle streghe è stata aperta, una violazione dei diritti civili che rischia di causare non pochi problemi a tutto il paese.

Il presidente della Tanzania John Magufuli

Gay e Lesbiche perseguitati
Gli omosessuali verranno, di fatto, letteralmente perseguitati visto che verrà istituito un corpo di guardiani che si occuperanno di scovarli e arrestarli. Il team è già operativo da inizio novembre e includerà agenti di polizia, psicologi e membri del Tanzania Communication Regulatory Authority (Autorità delle telecomunicazioni postali ed elettroniche) e del Tanzania Film Board (Autorità per il controllo del cinema e dei video in rete).

I cittadini sono stati invitati a cancellare filmati a luci rosse sui propri dispositivi per evitare di intralciare le indagini

Omosessualità illegale fin dall'epoca coloniale
L'omosessualità in Tanzania è considerata illegale sulla base degli articoli del Codice Penale n.154-157, in vigore dall'era coloniale, che all'epoca prevedeva una pena fino a 14 anni di prigione. Nel 2004 è stata introdotta una nuova legge che prolunga la prigionia fino a 25 anni. Oggi, con questa nuova caccia alle streghe, gli anni di prigione diventano 30.

L'omosessualità femminile non viene menzionata ma è comunque punita allo stesso modo, e così per una volta donne e uomini in Tanzania sono "uguali". Questo governo ha inasprito le pene, come ha detto lo stesso leader, «per il volere di Dio»




Articolo a cura di
Maris Davis


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Desirée. Cade l'aggravante dello stupro di gruppo, l'hanno stuprata uno alla volta

Ridicolo, una barzelletta, ma è tragicamente vero. Il Tribunale del riesame ha derubricato l'accusa di violenza sessuale di gruppo in abuso sessuale aggravato dalla minore età della vittima. Caduta anche l'accusa di omicidio per due degli arrestati.

Desirée
La Procura. "Aspettiamo di conoscere le motivazioni ma il nostro quadro accusatorio non cambia di una virgola"

Cade anche l'accusa di omicidio ma restano ugualmente in carcere Chima Alinno e Brian Minthe, due dei quattro africani fermati per la morte di Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna di Latina trovata senza vita nella notte tra il 18 e il 19 ottobre in un palazzo abbandonato in via dei Lucani, nel quartiere San Lorenzo.

La decisione è del tribunale del Riesame di Roma che ha ritenuto non sussistente l'ipotesi dell'omicidio volontario sostenuta dalla procura. Il tribunale della Libertà, accogliendo le istanze delle difesa, ha derubricato anche l'accusa di violenza sessuale di gruppo in abuso sessuale aggravato dalla minore età della vittima. I due restano quindi in carcere.

"Sono contenta per il mio assistito. Alla sua innocenza, anche alla luce delle indagini svolte, ho sempre creduto. Mi dispiace perché le indagini condotte in tal modo rischiano di non rendere giustizia a quella povera ragazza", così l'avvocato Pina Tenga, legale di Chima Alinno.

La Procura però non cambia idea e il suo impianto accusatorio ritiene la sedicenne vittima di uno stupro di gruppo e di un omicidio volontario. I PM di piazzale Clodio restano fermamente convinti che gli elementi fin qui raccolti a carico degli indagati diano forza all'iniziale pista investigativa seguita dalla polizia. "Siamo ancora nella fase degli indizi, e quindi è giusto che il Tribunale faccia le sue valutazioni. Aspettiamo di conoscere le motivazioni del provvedimento. Il nostro quadro accusatorio però non cambia di una virgola. Anzi"

«Andiamo avanti, per noi non cambia nulla. Le indagini e i risultati delle analisi mostrano chiaramente che la morte di Desirée fu provocata da chi la riempì di droghe, farmaci e metadone»

Sono sconcertati i pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sulla morte della sedicenne nel palazzo di San Lorenzo. Il procuratore aggiunto Maria Monteleone coordina da anni il pool che si occupa di reati di violenza sessuale e questo caso l’ha seguito personalmente dal primo istante. Ha trascorso giorni e notti in questura, ha ascoltato testimoni e indagati. Ha incrociato i loro racconti con l’esito degli esami di laboratorio, esplorato ogni dettaglio con un unico obiettivo: dare giustizia a una ragazzina che alla fine era stata abbandonata alla sua dipendenza. E per questo ha depositato nuovi atti proprio in tribunale.

Oggi, intanto, davanti allo stesso collegio del Riesame sarà discusso il ricorso del terzo arrestato, l'altro senegalese Mamadou Gara, e anche in questo caso è plausibile immaginare che l'esito sarà uguale a quello degli altri.

E sempre oggi, davanti al gip, si svolgerà nel carcere di Regina Coeli l'interrogatorio di convalida del fermo di Marco Mancini, romano di 36 anni, l'uomo accusato di aver venduto agli aguzzini gli psicofarmaci utilizzati nel mix letale che ha stroncato l'adolescente. Mancini, a carico del quale è stata chiesta l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, deve rispondere di detenzione e cessione illecita di sostanze stupefacenti, quali cocaina, eroina e psicofarmaci capaci indurre effetti psicotropi, a persone (compresa Desirée) che frequentavano lo stabile di via dei Lucani 22.
(La Repubblica Roma)


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martedì 13 novembre 2018

RD Congo. Paese nel caos tra ebola e massacri. L'allarme dei Vescovi

La situazione sembra precipitare nel Paese africano, in preda ad una crisi tra le quattro peggiori del mondo. Le recenti violenze rendono difficile l’isolamento del virus.



L'ultima epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo è la peggiore nella storia del Paese

Lo afferma il ministero della Sanità, spiegando che da agosto sono morte almeno 200 persone, e sono oltre 300 gli ulteriori casi di infezione confermati. Il programma di vaccinazione ha finora interessato 25mila persone. L'attuale epidemia è la decima divampata nel Paese e la più grave dal 1976, quando venne segnalato il primo focolaio.

La tragedia in cui è precipitata la Repubblica Democratica del Congo non sembra avere fine. Il Paese, teatro di sanguinosi conflitti e scontri susseguitisi, con brevi pause, praticamente dal 1960, anno dell’indipendenza dal Belgio, è ormai sprofondato in una fase drammatica che lo fa annoverare tra le quattro peggiori crisi umanitarie in atto nel mondo accanto a Siria, Yemen e Sud Sudan.

Il momento che si appresta a vivere, prima di una tornata elettorale tra le più travagliate della sua storia (23 dicembre), presenta alcuni aspetti inquietanti. All'instabilità politica ormai perdurante da anni dovuta al rifiuto del presidente Kabila a farsi da parte, si aggiungono l’ennesima esplosione del virus Ebola (oltre duecento i decessi accertati e 300 casi confermati nelle due enormi province del Kivu settentrionale e dell’Ituri) e la situazione di violenza diffusa che sfocia spesso in veri e propri massacri in varie zone del Paese.

L’Unhcr il mese scorso ha diramato un preoccupato comunicato in cui si denuncia che «il numero degli sfollati nel Nord Kivu supera il milione, circa mezzo milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case solo quest’anno. Negli ultimi mesi si è verificato un brusco aumento degli abusi contro i civili e del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case nell'area di Beni (solo in agosto erano circa 13mila)»

«Quando è troppo è troppo!», sembrava urlare monsignor Sikuli Paluku, vescovo di Butembo-Beni, epicentro dei feroci scontri degli ultimi giorni, all'indomani dell’ennesimo massacro di una ventina di persone. «Mentre stiamo facendo ogni sforzo nella lotta contro la pericolosa e mortale malattia del virus Ebola, ci troviamo costretti ad affrontare ancora una volta, attacchi sanguinosi alla nostra popolazione di Beni»

Manifestazioni in Congo in vista delle elezioni

Sotto accusa sono tutte le forze di sicurezza. «Come è stato possibile che una simile strage si verificasse sotto gli occhi di un imponente dispiegamento delle forze armate (Fardc) e una massiccia presenza della Monusco (le forze di pace Onu)?»

Gli fa eco monsignor Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani. «Ci chiediamo chi ci sia dietro questi massacri e chi siano i perpetratori, così forti da sfidare il nostro esercito nazionale che a sua volta è assistito dalla Monusco? Terroristi? Chi beneficia di questi crimini che minacciano il processo elettorale il cui successo è la garanzia di una pace duratura nella Repubblica Democratica del Congo? Esprimiamo la nostra indignazione per l’inerzia del governo congolese e della comunità internazionale, che risultano impotenti nel porre rimedio ai massacri e ai rapimenti di esseri umani»

In tutta la zona di Butembo-Beni le attività normali sono sospese. I ragazzi non vanno a scuola, il lavoro e i trasporti procedono a singhiozzo. E si teme che da un momento all'altro si precipiti nel caos totale. Le tensioni, inoltre, rendono impossibili gli interventi di contenimento di Ebola, proprio mentre si registra una recrudescenza del virus. È Peter Salama, responsabile emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a parlare di «tempesta perfetta» per una nuova diffusione.

La situazione che peggiora di giorno in giorno, torna ad alimentare i sospetti che dietro a tali disordini, se non proprio Kabila (il presidente attuale), ci sia una strategia del caos che miri a destabilizzare un Paese già in ginocchio, allo scopo di rendere indispensabile una permanenza del presidente sulla scena politica a garanzia della sicurezza. Alcune testimonianze denunciano infatti, oltre all’acquiescenza dell’esercito dispiegato nella zona, la sospetta lentezza degli interventi se non addirittura la partecipazione di alcuni effettivi delle forze armate nei massacri.

«La Chiesa e la società civile denunciano ormai quotidianamente la situazione e la totale assenza di sicurezza, ma il governo risponde con silenzio o cinismo. Il governatore della nostra regione, ha sostanzialmente irriso i tantissimi dimostranti che gli chiedevano ragione di uno stato di terrore in cui si vive da tempo: “Davvero pensate di farci paura minacciando uno sciopero?”, ha dichiarato alla folla che se ne è andata frustrata. Ci aspettiamo che di fronte a queste prese di posizione chiare della Chiesa e della società civile le autorità si attivino per fermare i massacri. Ma vediamo che l’esercito continua a rimpallare la responsabilità delle uccisioni a milizie straniere in azione in Congo. Per conto nostro, siamo sempre più convinti, invece, che dietro a queste stragi ci sia proprio l’esercito. Ultimamente ciò è stato avvalorato anche da dichiarazioni della stessa Monusco: non è un caso, infatti, che Kabila, durante la scorsa Assemblea Generale dell'Onu a New York della fine di settembre, abbia chiesto alla Missione Onu di lasciare la Repubblica Democratica del Congo»
(Vatican Insider)

Martin Fayulu
Ieri a Ginevra i leader dei sette principali partiti d’opposizione della Repubblica democratica del Congo hanno scelto il candidato unico che correrà alle elezioni presidenziali del 23 dicembre contro il delfino del presidente Joseph Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary.

Sorprendendo più di un osservatore, gli oppositori hanno scelto come loro rappresentante Martin Fayulu, il “terzo uomo”, rispetto ai due favoriti, Felix Tshisekedi e Vital Kamerhe.

"Un uomo che non ha mai commerciato con il potere di Kabila", secondo i suoi amici politici, "un estremista", invece, agli occhi della maggioranza presidenziale. Martin Fayulu non è molto conosciuto fuori della capitale congolese, Kinshasa, dove è nato 62 anni fa. Molto vicino alle posizioni della società civile e dei movimenti dei cittadini, Fayulu è considerato un “combattente”. Fu arrestato almeno due volte per la sua partecipazione a manifestazioni vietate dalle autorità. Anche per questo incarna in un certo senso l’ala dura dell'opposizione che non intende cedere alle principali rivendicazioni: l’esclusione del macchinario per il voto elettronico e la revisione della lista elettorale. La minaccia è il boicottaggio delle elezioni.

Dopo gli studi a Parigi e San Francisco negli Stati Uniti, è entrato a far parte del gruppo petrolifero Mobil nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) dove ha fatto carriera, fino a diventare direttore generale per l'Etiopia. Il suo impegno politico risale agli anni '90, quando partecipò alla National Sovereign Conference. Già all'epoca era nel campo d’opposizione al maresciallo Mobutu Sese Seko.

Nel paese, oltre alle elezioni presidenziali, si svolgono anche elezioni legislative nazionali e legislative delle 26 province.
(Radio France Internazionale)


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lunedì 12 novembre 2018

Ancona, 22enne stuprata per mesi. Arrestato pusher nigeriano irregolare

La 22enne, al fine di procurarsi lo stupefacente, avrebbe subito abusi per tre mesi. In carcere un 36enne nigeriano che però nega ogni accusa.


Sesso in cambio di droga. Ad Ancona una giovane di 22 anni è stata salvata dalla squadra mobile della polizia, andava a rifornirsi di eroina dal pusher, la assumeva in un tugurio occupato anche da altri nigeriani, e poi veniva sistematicamente stuprata dal 36enne 'boss' del gruppo che oltre a incassare il prezzo dello stupefacente, approfittava del suo stato di stordimento. L'uomo, il 36enne Adetifa Adejoju Isaac, irregolare, è stato arrestato.

Avrebbe abusato di lei almeno una quindicina di volte negli ultimi tre mesi

Una storia simile, fortunatamente si differenzia nel finale, alla tragedia di Pamela Mastropietro a Macerata, che risale allo scorso gennaio, e a quella più recente di Desirée Mariottini, la giovane trovata dentro una baracca a Roma.

La casa di Ancona dove la 22enne è stata stuprata
Il 6 novembre scorso, durante una perquisizione in un appartamento in via Pergolesi al civico 32, occupato da nigeriani tutti irregolari, i poliziotti della Mobile diretta da Carlo Pinto avevano trovato all'interno la ragazza, in compagnia del fermato. Adetifa ha aizzato il suo cane, un pitbull, contro gli agenti e un poliziotto è stato ferito a una mano.

Per quell'episodio, oltre ad una resistenza passiva all'arresto, il 36enne mercoledì scorso è finito davanti al giudice per la convalida, per lui la condanna a 8 mesi e 400 euro di multa, pena sospesa.

Successivamente i poliziotti hanno ascoltato la giovane e dalle dichiarazioni rese è emerso l'orrore. La stessa ragazza, al fine di procurarsi lo stupefacente, aveva subito da mesi numerose violenze sessuali (almeno 15-20 volte) da parte dell’uomo.

Il pusher nigeriano arrestato
La 22enne aveva iniziato a rifornirsi dal pusher nigeriano insieme a un ex fidanzato. Le violenze, hanno spiegato gli investigatori, in alcune occasioni si sarebbero verificate in presenza di altri nigeriani che ruotavano nella casa, non vi avrebbero concorso ma non le hanno impedite nonostante la giovane gridasse e chiedesse aiuto.

Gli otto nigeriani irregolari trovati nella casa, sette uomini e una donna che chiamavano 'Boss' il 36enne, avrebbero detto ai poliziotti di non aver visto nulla, per loro sono state avviate le procedure di espulsione.

Il 36enne nigeriano è stato quindi fermato con l’accusa di violenza sessuale aggravata dallo stato di minorata difesa della vittima e dallo spaccio di sostanze stupefacenti.

La squadra Mobile guidata dal vice Questore Carlo Pinto sta cercando di capire se altre giovani, oltre alla 22enne, siano state vittime di abusi da parte del pusher nigeriano. Il vice questore fa appello affinché le giovani sporgano denuncia. Lo spacciatore, che ora si trova in carcere, nega tutte le accuse.
(Il Resto del Carlino)

Ora la ragazza di Ancona drogata e stuprata, prima Pamela a Macerata e Desirée a Roma, ragazze a cui hanno strappato la vita in un vortice di sesso violato ed eroina.

Tre storie quasi fotocopia di uno scenario criminale troppo ampio e di cui non si intravede né in lungo né in largo la linea di confine. Se ne intuiscono ampiezza, pericolosità e la propensione ad allargarsi nella prospettiva che da strade diverse porta sempre allo stesso crocevia, un'immigrazione fuori controllo dove troppi irregolari oltrepassano la linea della legalità e alimentano un settore criminale strutturato e organizzato.

Gran parte dello spaccio di eroina ormai è in mano alla manovalanza degli immigrati di colore dietro ai quali si muove sul secondo livello, quello che tratta con i narcotrafficanti, la mafia nigeriana. I soldati da strada, composti da etnie che comprendono diversi Paesi africani, occupano i punti dello spaccio delle grandi città, da Torino a Milano e Bologna, ma chi garantisce il rifornimento è il network criminale dei nigeriani.


Un sottobosco, quello della mafia nigeriana, che da anni denunciamo e che NON sfrutta solo le giovani connazionali costringendole a prostituirsi, che non alimenta solo tutta una manovalanza di piccoli spacciatori, ma che fa crescere piccoli e grandi "boss" capaci di gestire "cellule" di più persone per un business che va dallo sfruttamento della prostituzione allo spaccio di droga.

Gente decisa che si muove con una rete clonata dal manuale della mafia italiana, ma molto più violenta. Ci sono capi-clan, riti di iniziazione, strutture gerarchiche, famiglie che portano i nomi di gruppi la cui esistenza è legata anche a riti antichi come la notte dei tempi, mutuati dalle radici africane dove si mischiano violenza e religione. Ci sono i Black Axe, gli Eye, i Pirates, un elenco che rispecchia classifica di potenza e pericolosità. Eroina e crack partono da questi clan e arrivano ai pusher, quasi tutti con un curriculum di clandestinità, espulsioni, denunce, condanne. Gente che occupa uno spazio consistente nel «prodotto interno lordo» dello spaccio.

È questo il mondo oscuro che frantuma le vite fragili di ragazzine italiane che risucchiate nel gorgo dell’eroina e costrette, volenti o nolenti, a cedere il proprio corpo in cambio di una dose. E che finiscono come Pamela Mastropietro, stuprata, uccisa e tagliata a pezzi o Desirée Mariottini, violata da più persone in un vecchio capannone sbrecciato e lasciata morire sopra un materasso sporco.

È questo il mondo oscuro che frantuma le vite fragili di migliaia di ragazzine nigeriane, fatte arrivare in Italia spesso con l'inganno di false promesse di lavoro. Un lavoro che non sarà quello di parrucchiera, commessa o donna delle pulizie, ma quello della strada. Anche loro "vite stuprate" dai loro stessi connazionali.

Ad Ancona è andato in scena lo stesso copione, forse solo per caso finito bene. Storie che svelano anche un’altra realtà. Medie città come Macerata, Ancona e chissà quante altre ancora sono un «bastardo posto» dove l’inferno brucia e consuma vite come nelle metropoli. È l’orrore diffuso di cui noi stessi nigeriani denunciamo da anni (come lo sfruttamento delle ragazze nigeriane a fini sessuali), ma che l'Italia degli slogan politici fini a stessi non ha ancora capito. Non ha ancora capito che bisogna distinguere chi sfrutta da chi viene sfruttato. Ma se c'è coraggio e volontà non è mai troppo tardi per recuperare.
(Maris Davis)


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domenica 11 novembre 2018

Omicidio Desirée, arrestato lo spacciatore. Forniva la droga anche ai minorenni

Secondo le testimonianze è stato lui, con i farmaci sottratti alla madre (gocce di Tranquillit in primis), a portare nel palazzo dell'orrore di via dei Lucani le sostanze utilizzate dal branco insieme al mix di metadone, eroina e crack, per stordire Desirée Mariottini.


E ora quell'uomo, Marco Mancini, è stato arrestato dagli agenti della Squadra Mobile. È un romano di 36 anni, incensurato. A San Lorenzo sembra che avesse iniziato a operare da poco tempo, tanto che qualche giorno prima della morte della sedicenne di Cisterna di Latina, era stato aggredito in strada da altri gruppi di spacciatori che mal sopportavano la sua presenza. Sono le stesse testimoni chiave dell'inchiesta, Muriel e Giovanna, a parlarne negli uffici della Questura non sapendo di essere intercettate dagli inquirenti.

Le due donne discutono di Marco, dell'appuntamento che l'uomo aveva dato a Muriel ma al quale non si era presentato, forse per quel «coltello infilzato nella gamba». Gli agenti della Squadra Mobile sono riusciti a trovarlo anche grazie ai controlli sulle vendite nelle farmacie delle sostanze rinvenute nel palazzo abbandonato e citate nelle ampie testimonianze di coloro i quali, la notte del 18 ottobre scorso, erano in via dei Lucani. L'uomo potrebbe essere indagato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

Mancini, secondo gli inquirenti, «con più azioni esecutive di uno stesso disegno criminoso, illecitamente deteneva e cedeva sostanze stupefacenti come cocaina, eroina e psicofarmaci che inducono effetti psicotropi anche contenenti 'quetiapinà, cedendole a persone che a tale fine frequentavano i locali di via Dei Lucani 22» e quindi anche a Desirée Mariottini, «minore di anni 18»

«L'indagato è stato rintracciato presso la fermata metropolitana "Pigneto". All'atto della controllo, inoltre, Mancini è stato sottoposto a perquisizione personale e locale. All'uomo sono state sequestrate 12 dosi di cocaina e psicofarmaci di vario genere, motivo per cui lo stesso è stato segnalato all'Autorità Giudiziaria per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti e psicotrope»

Spunta un quinto stupratore. «Violentata anche da morta»
Desirée Mariottini
«La cosa orribile è che hanno abusato di lei anche dopo la morte, post mortem». Mangiano merendine mentre aspettano di essere interrogati dagli inquirenti in Questura. Non sanno che gli agenti della Squadra Mobile hanno tappezzato quella sala d'aspetto di cimici. Non sanno di essere intercettati.

Tra una battuta su dove andare a trovare la droga, «nella città Africa sulla Tiburtina» cioè la ex-Penicillina, e quanto pagarla, sui furti messi a segno per accaparrarsi un pezzo, ripercorrono quelle ore nel palazzo dell'orrore in via dei Lucani, a San Lorenzo, dove è morta la sedicenne Desirée Mariottini, drogata e stuprata da un branco di extracomunitari. Sono i testimoni chiave dell'inchiesta che, per il momento, ha portato in carcere 4 persone per omicidio volontario e violenza di gruppo, e non sapendo di essere intercettati 

Intanto si aspettano i risultati del Dna estratto dai campioni biologici sul corpo di Desirée per capire in quanti l'abbiano violentata

Sempre dalle intercettazioni ambientali emergerebbe un quinto uomo, oltre ai 4 fermati con l'accusa di omicidio volontario. Si tratterebbe di un marocchino che, secondo il racconto di un'altra testimone, Narcisa, avrebbe abusato della ragazza dopo il suo decesso: «Il bulgaro mi ha detto che ha visto un marocchino di carnagione bianca che si faceva la ragazza mentre quella lì era morta».
(Il Messaggero)


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Vibo Valentia. Sequestrata e torturata dal compagno per 17 ore

Diciassette ore a testa in giù, come un pezzo di carne al macello. Così Vanessa, quarant'anni e un corpo martoriato dalle botte, ha resistito in attesa di qualcosa, che fosse la liberazione o la morte.

Ho temuto di non rivedere più i miei figli” così Vanessa, 40 anni, salvata dai carabinieri dopo 17 ore di sevizie per mano del suo compagno e di due fratelli di lui. Unica colpa della vittima, quella di non aver voluto allontanare i figli avuti dalla precedente relazione dalla casa in cui conviveva con il compagno.

È accaduto a Vibo Valentia, Calabria, dove un uomo e i suoi due fratelli sono stati fermati dai carabinieri in flagranza di reato mentre trattenevano contro la sua volontà la donna, che è anche la compagna di uno dei tre accusati. Vanessa si trovava nel furgone di quest'ultimo in stato di incoscienza. Sorpreso dai militari dell'Arma, l'uomo ha detto che era in procinto di portarla all'ospedale. Per lui e per i suoi complici sono scattate le manette con l'accusa di sequestro di persona, tortura, lesioni e maltrattamenti in famiglia.

Disarmante e incomprensibile il movente di una simile violenza. La colpa di Vanessa, secondo quanto lei stessa è stata in grado di raccontare, sarebbe stata quella di non aver voluto allontanare i figli avuti dalla precedente relazione dalla casa in cui conviveva con il nuovo compagno.

Vanessa, 40 anni, salvata dai carabinieri
Quei figli che lui considerava un fantasma del passato, di cui non voleva farsi carico, gli stessi, tuttavia, a cui Vanessa deve la vita. Proprio uno di loro ha avuto la prontezza di chiamare i carabinieri quando ha notato l'assenza di sua madre e del compagno, fiutando immediatamente il pericolo. Un'intuizione che le ha letteralmente salvato la vita. Oggi Vanessa si sta riprendendo da quelle diciassette ore di botte e torture, mentre per i tre aggressori la macchina della giustizia si è messa in moto. Non è escluso che le accuse possano passare da ‘lesioni' a ‘tentato omicidio'. "Riuscivo a pensare solo ai miei figli, mi sono detta che non li avrei mai più rivisti. Sono certa che volesse uccidermi"

I carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia in esecuzione di un'ordinanza del gip hanno fermato il compagno della vittima, il quarantasettenne Leoluca Lo Bianco, e i fratelli Antonio e Salvatore di quarantuno e trentasei anni. Gli arresti sono stati compiuti tra Vibo Valentina e Bologna, dove Salvatore Lo Bianco, medico nella farmacia dell’ospedale di Bologna, era tornato dopo il sequestro avvenuto in Calabria.
(Fanpage)


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