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giovedì 13 luglio 2017

Unione Europea, via libera al "Migration Compact". Un piano per l'Africa

Da Strasburgo via libera piano Africa. Il Parlamento Europeo approva finalmente su "Migration Compact"


Finalmente, dopo tanti mesi di attesa, l’Europa torna sull’idea italiana del Migration Compact. Il piano innovativo per L’Africa e con l’Africa, voluto dal Ministro Calenda e sempre sostenuto prima da Renzi e poi dal Premier Gentiloni, prende vita

È con “grande soddisfazione” che il viceministro degli Esteri Mario Giro ha appreso che è stato approvato in via definitiva dalla plenaria del Parlamento europeo il programma dell’UE da 3,3 miliardi di euro, che punta a mobilitare con l’effetto leva ben 44 miliardi di euro in investimenti privati in Africa e nei paesi vicini dell’Unione Europea.

L’obiettivo dell’iniziativa è mobilitare investimenti privati verso Stati “fragili, offrendo una combinazione di sovvenzioni, prestiti e garanzie finanziarie pubbliche per incoraggiare lavoro, crescita e stabilità, affrontando così alla radice le cause profonde della migrazione.

Ringrazio il parlamento europeo che ha recepito la strada tracciata da molti mesi dall'Italia nella persona del Ministro Calenda con il Migration Compact e sempre sostenuta da Matteo Renzi e oggi dal premier Paolo Gentiloni. Tra i punti di forza di questa svolta c’è da sottolineare che i beneficiari dovranno rispettare diritti umani, gli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro e le norme internazionali sull'investimento responsabile

L’accordo sul Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (Efsd) era già stato raggiunto tra Consiglio e Eurocamera lo scorso 28 giugno. Ora manca il bollino formale dei ministri Ue perché possa entrare in vigore, ma un tassello nella strategia di un ‘piano Marshall’ per aggredire alla radice le cause delle migrazioni prende forma.
(@OnuItalia)

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domenica 13 marzo 2016

Migranti, rotta balcanica chiusa. In 44 mila bloccati in Grecia

Si chiama Bayane, ha venti giorni. Fa il bagno in mezzo al fango con l’acqua di una bottiglia di plastica. La sua famiglia è scappata da Idlib, dalla guerra in Siria. Adesso Bayane ha una tenda per casa, due sorelle, dorme fra le braccia di sua madre, davanti a un fuoco acceso nella notte. Forse un giorno sarà un ragazzo felice in Europa o chissà dove.

La vita continua persino in mezzo al disastro. Ma non è affatto una notizia per chi resiste nella tendopoli di Idomeni, dove 16 mila profughi sono bloccati alla frontiera fra Grecia e Macedonia.

Qui partoriscono in media quattro donne a settimana. I bambini sono più di seimila. Li senti ridere ovunque, li senti piangere. Piove, fa freddo. Ci sono pozzanghere grandi come piscine. Serve un’ora e mezzo di coda per un panino. E se è bello celebrare la vita che va avanti nonostante tutto, è giusto dire quello che sta succedendo, ci sono stati diversi casi di aborto spontaneo, madri che non ce l’hanno fatta, bambini che non sono nati. Qui nel fango, in questa frontiera d’Europa.

La rotta del Balcani è ufficialmente chiusa. Per Vienna, però, non è ancora abbastanza. Secondo il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, lo stesso tipo di provvedimento dovrebbe essere adottato per la rotta che potrebbe portare i profughi in Italia. "Il traffico di migranti non si ostacola facilmente, dovremo fare tutto quello che abbiamo fatto lungo la rotta balcanica anche lungo la rotta Italia-Mediterraneo, in modo che sia chiaro che il tempo del lasciapassare verso la Mitteleruopa è finito, qualsiasi sia la rotta"

Con la chiusura della rotta balcanica continua ad aumentare il numero di migranti e rifugiati che si trovano bloccati in Grecia.
  • Solo a Idomeni, un campo ormai divenuto famoso nel mondo, sarebbero in 16 mila,
  • altre 9 mila persone sono in attesa sulle isole greche dell’Egeo orientale,
  • circa 11 mila rifigiati e migranti sono presenti nella regione di Atene
  • e circa 8 mila sparsi in campi in altri centri della Grecia.
Al momento si parla di un totale di 44 mila persone presenti in Grecia, anche se la capacità di accoglienza attuale è di circa 31 milaL’organizzazione umanitaria Medici senza Frontiere ha fatto sapere che installerà altre tende a Idomeni per ospitare migranti e rifugiati.

A causa delle abbondanti piogge degli ultimi giorni, il campo di Idomeni è diventato un pantano e sono stati diagnosticati i primi due casi di epatite A. Come riferiscono i media macedoni, uno dei due malati è una bambina siriana di nove anni, che è già in cura e in condizioni stabili.

Nonostante i ripetuti appelli delle autorità greche, che invitano i migranti a lasciare il "campo inferno" alla frontiera macedone offrendo sistemazioni in centri di accoglienza in Grecia con servizi e cibo a sufficienza, la stragrande maggioranza preferisce restare in attesa a Idomeni almeno fino al prossimo vertice tra l’UE e la Turchia del 17 marzo, dal quale ci si attendono nuove decisioni sui profughi. Solo poche centinaia hanno accettato finora di trasferirsi nei centri di accoglienza.

In attesa del vertice in cui , tra il 17 e il 18 marzo, Bruxelles e Ankara sono chiamate a raggiungere un accordo sulla redistribuzione dei migranti, Amnesty International condanna i punti già resi noti della possibile intesa. La bozza "ha delle carenze morali e legali e potrebbe mettere a rischio persone vulnerabili. È sbagliato, moralmente e legalmente, rimandare indietro i migranti dall'Europa alla Turchia"

L'artista cinese Ai Weiwei ha portato un pianoforte nel fango di Idomeni dove si trovano i migranti che sono bloccati alla frontiera tra Grecia e Macedonia, consentendo a una donna siriana di tornare a suonare per la prima volta dopo anni.

Sotto un telo di plastica per proteggersi dalla pioggia, tenuto dallo stesso artista e da altre persone, la 24enne Nour Alkhzam ha suonato per circa 20 minuti. "È il nostro tentativo di offrire un'opportunità a questa donna, lei è una vittima di queste guerre. Per tre anni non ha avuto la possibilità di toccare un pianoforte. Lei e il marito sono divisi da un anno e mezzo"

Si tratta solo dell'ultima delle iniziative lanciate dall'artista cinese per puntare i riflettori sui migranti. "Vogliamo offrire un'immagine diversa di loro, che trasmetta possibilità, arte e immaginazione. Questa è l'immagine che deve essere trasmessa al mondo"

domenica 6 marzo 2016

Amburgo, conferenza internazionale auto-organizzata di migranti di mezza Europa

Una conferenza internazionale ad Amburgo, interamente auto-organizzata dai rifugiati di mezza Europa, provenienti dall'Africa. Non solo crisi migratoria, ma veri interlocutori. Noi siamo qui perché voi siete lì con la guerra.

C'è un' importante lezione da imparare dall'ondata di migrazioni che interessano l'Europa in questi ultimi anni. Era davvero una bugia colossale, quella alla quale ci hanno fatto credere negli anni più giovani della nostra vita, ossia che esistano due mondi separati, quello della pace e del benessere, da una parte, e quello della povertà e delle guerre civili, dall'altra. Con presunzione osservavamo sullo schermo eventi lontani, ci mostravano immagini di morte di gente sconosciuta, diversa da noi.

Inorriditi inveivamo contro i massacri di bambini, donne, uomini per poi passare a finire di compilare la nostra lista della spesa. Ma potevamo forse immaginare che quel mondo potesse riversarsi nelle nostre vite quotidiane, presentarsi sotto casa per chiedere il conto? Può darsi. In un giorno lontano. Non oggi. Eppure quel giorno è arrivato. E quel mondo è qui e chiede il conto. E chiede di prendere in mano il proprio futuro.

"We are here" è il motto ufficioso principale delle giornate intense che hanno visto l'incontro internazionale dei rifugiati e migranti ad Amburgo dal 26 al 28 Febbraio negli spazi messi a disposizione dalla fabbrica-teatro Kampnagel. A organizzarlo sono gli stessi rifugiati attraverso associazioni internazionali come Lampedusa in Hamburg, CISPM (International Coalition of Sans-Papiers Migrants and Refugees), Voix des Migrantes, Refugee Movement Berlin, Refugee Protestcamp Hannover.

A incontrarsi sono migranti, rifugiati, attivisti da Amburgo, Berlino, Hannover, da Francia, Italia, Olanda, ecc. Il titolo ufficiale della conferenza è "The Struggles of Refugees. How to go on?" ("Le lotte dei rifugiati. Come andare avanti?"). Si vuole discutere, scambiare esperienze, mettere in atto nuovi reti di interazione.

La situazione ai confini dell'Europa, le condizioni nei campi di accoglienza, le difficoltà nei paesi di origine e l'inasprimento delle leggi sul diritto d'asilo sono i temi più importanti.

Si è giunti ad una risoluzione comune, un piano d'azione per contrastare l'emarginazione, fermare i rimpatri, migliorare le condizioni di vita nei campi di accoglienza. Di fatto il primo e più importante traguardo è stato raggiunto: essere riusciti a dare vita a uno dei più grandi incontri mai organizzati dagli stessi rifugiati, dove stavolta a parlare sono gli stessi protagonisti della "crisi europea dei migranti" che riempie le cronache di questi mesi.

È un incontro scandito da ritmi africani. Suonatori di djembe ti accolgono all' ingresso. Si parla inglese, francese, tedesco. Vengono distribuite cuffie dove si traduce in 7 lingue, tra le quali Farsi, Tigrino, rom e linguaggio dei segni. Per essere una Babele, ci si capisce benissimo.

Si sviluppano diverse discussioni plenarie e 30 workshop. Il tutto è frutto dell'auto-organizzazione e i finanziamenti (più di 17mila euro) provengono da una campagna di crowdfunding lanciata su una piattaforma di Amburgo. Oltre 1.600 le persone iscritte, ma saranno presenti almeno duemila.

Nei diversi workshop, dislocati nel complesso del teatro, si discute di razzismo, sessismo, di colonizzazione, di violenza alle porte dell'Europa, si fanno giochi di ruolo, si scambiano opinioni, le donne ricevono un proprio spazio dietro l'edificio centrale per incontrarsi e discutere tematiche specifiche.

Un centinaio di donne irromperà sul palco della sala centrale il secondo giorno della conferenza, occupandolo per protesta al grido di "women space is everywhere", chiedono di non essere messe in disparte, vogliono fare sentire le loro voci, raccontare le loro esperienze, dare valore alla loro presenza. È infatti sulla pedana della sala centrale che si accende il dibattito più vivo sui temi che stanno maggiormente a cuore, si raccolgono i racconti di chi ha vissuto la fuga, si mostrano le immagini delle vicende che accadono poco fuori dalle nostre città.

A raccontare sono eritrei, nigeriani. marocchini, tunisini, e poi afghani, curdi, siriani. C'è la storia dell'Africa. Che è poi la nostra storia. Storia di guerra, di terrore, di lotta e di emarginazione. È il racconto della lotta nei paesi di origine, dei pericoli della fuga, dello scontro con la chiusura delle porte della fortezza Europa, con le dure leggi del diritto d'asilo.

Ci sono le immagini delle condizioni catastrofiche dei campi di accoglienza descritti come "psychological prisons", la denuncia dell'impossibilità di fare sentire la propria voce, di muoversi liberamente.

La cultura dell'accoglienza. Si discute anche sugli eventi della notte di Capodanno a Colonia, e di come le destre europee abbiano strumentalizzato i fatti per inasprire il clima di paura tra i rifugiati. Una cosa è chiara, le responsabilità individuali non possono essere scaricate su un intero popolo.

La critica principale è alla politica di asilo tedesca, ovvero la lentezza delle procedure per ottenere un permesso di soggiorno, la mancanza di programmi di integrazione, l'impossibilità di spostarsi dalle aree di prima accoglienza, di inserirsi nel mondo del lavoro, di prendere contatti con la società.

Illegali, legali, "tollerati", o con permesso di soggiorno stabile. I partecipanti sono tutti diversi sul piano giuridico. Ma "siamo tutti umani", è il messaggio comune a tutti "We are here", noi siamo qui. Noi siamo qui e desideriamo far sentire la nostra voce, siamo qui e vogliamo esercitare diritti, siamo qui e non vogliamo stare ai margini delle vostre città. "We are here to stay" (siamo qui per restare).

Ma soprattutto "we are here, because you are there". Noi ci troviamo qui poiché voi siete là, con le vostre armi, i vostri interessi e distruggete i nostri paesi. La stessa Germania deve porre fine alle esportazioni di armi nelle aree di crisi e smettere in questo modo di alimentare i conflitti che sono la causa principale della fuga. Le bombe saudite che creano gli sfollati in Yemen sono fabbricate da aziende tedesche in Sardegna. Viva la globalizzazione.

Parola chiave è auto-organizzazione, e unità. Bisogna essere solidali per agire insieme. Se all'interno del sistema legale non vi è spazio per fare sentire la propria voce, si tratta di andare al di là della legge. Creare reti di aiuto e sostegno, attivare movimenti all'interno della società civile, documentare gli atti di violenza, manifestare insieme per fare sentire la propria presenza. Si portano a conoscenza gli esempi migliori di cooperazione.

Si tratta di intervenire contro l'ideologia della Fortezza Europa e i guardiani dei suoi confini: questi, è evidente, non sono più in grado di fermare i movimenti che spingono alle porte.

Si tratta di documentare gli atti di violenza, di fare sentire la propria protesta contro la situazione di emergenza dei profughi che aspettano di poter attraversare i confini nei Balcani, delle migliaia di migranti che vivono in condizioni catastrofiche in campi come quello di Calais, di quei rifugiati che vengono rimpatriati in paesi come l'Afghanistan, che sono ben lontani dall'essere sicuri.

Alla fine della Conferenza le organizzazioni si danno nuovi appuntamenti. Centinaia di manifestazioni sono previste in diverse città europee. L'appuntamento principale è però quello per l'anno prossimo a Berlino, per un nuovo incontro internazionale nella speranza di poter scambiare esperienze sulla base di successi raggiunti.

È un movimento di giustizia sociale che cresce e non può essere governato con le vecchie regole. È la società civile che si organizza e i confini giuridici non bastano a descriverla. È il mondo che chiede di cambiare. Perché il mondo è uno. E il passato non è passato. Che si voglia riconoscere in queste migrazioni un'opportunità o che vi si veda una minaccia per il proprio "benessere".
(Globalist, da un articolo di Nina Lepori)

Foundation for Africa plaude all'iniziativa della conferenza internazionale di migranti e plaude per aver evidenziato le varie criticità sull'accoglienza in Europa, ma critica fortemente l'idea che tutti i migranti sono uguali, come sembra essere l'immagine uscita da questa tre giorni auto-organizzata.

Premesso che la maggior parte del flusso migratorio proviene dal medio-oriente, Siria in particolare, e che l'80% dei migranti arrivati in Europa è di fede mussulmana.

Fermo restando il fatto che nella stragrande maggioranza dei paesi di provenienza dei flussi migratori i cristiani sono minoranze perseguitate. Nella stessa nostra Nigeria i cristiani hanno subito negli ultimi anni ogni sorta di persecuzione e orrore.

Stiamo assistendo ad una vera e propria invasione islamica dell'Europa, e in questo vediamo un vero e proprio disegno globale per destabilizzare la stessa Europa e ci chiediamo come mai i migranti provenienti dal medio oriente NON vengano accolti da altri paesi arabi, come per esempio l'Arabia Saudita, la Giordania e la stessa Turchia.

Stiamo assistendo inorriditi al "perverso" doppio-gioco della Turchia che da un lato riceve miliardi di euro dall'Europa "compiacente" e dall'altro non fa nulla per fermare la massiccia migrazione verso la Grecia, e anzi la favorisce. Una Turchia sempre più perversa che da un lato dice di perseguire l'ISIS e il suo integralismo, dall'altro favorisce l'attraversamento delle sue frontiere dei "foreign-fighters".

Le ragazze nigeriane perseguitate da
Boko Haram vengono respinte
mentre i siriani vengono accolti tutti
Non possiamo tacere per il diverso trattamento dei migranti. Da un lato quelli siriani che l'Europa accoglie (vedi la stessa Germania) senza se e senza ma, anche se i siriani fuggono da una guerra civile che loro stessi hanno provocato, che l'Islam ha provocato, e dall'altro vediamo respingere sempre con maggiore cinismo i migranti cristiani provenienti dalla nostra Nigeria che invece fuggono dagli orrori di Boko Haram e dalla "mafia nigeriana". Una disparità inaccettabile di trattamento che si giustifica con il fatto che la Nigeria NON è un paese in guerra.

Siamo contro i muri e i fili spinati, ma siamo davvero critici verso questa Europa che respinge con troppa facilità i migranti dell'Africa Sub-Sahariana, luoghi che la stessa Europa sta sfruttando e ha sfruttato per secoli, soprattutto se cristiani perseguitati, ma accoglie anche senza troppi controlli per esempio i siriani, afghani, pakistani, ecc..

Siamo davvero arrabbiati verso questa Europa che si lascia "invadere" da questo Islam che prima perseguita i cristiani nel mondo, distrugge le loro chiese, rapisce e violenta le loro ragazze, e poi arriva qui in Europa e, piangendo, chiede (e spesso pretende) accoglienza.

Questa Europa sull'accoglienza sta davvero sbagliando su tutti i fronti

sabato 20 febbraio 2016

Crimini Isis e Boko Haram, secondo il Parlamento Europeo sono un "Genocidio"

Il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza un ordine del giorno che definisce "Genocidio" i crimini commessi contro le minoranze cristiane e yazide, e altre minoranze religiose dall'Isis in Medio oriente, da Boko Haram in Nigeria e da altri gruppi estremisti islamici.

L'Unione Europa sta muovendo dei passi decisivi per porre un freno ai massacri perpetrati dai gruppi jihadisti nel mondo, tramite azioni mirate a modificare stabilmente l’assetto legislativo internazionale in materia. Gli abusi e le persecuzioni protratti dall’Isis e da Boko Haram contro i cristiani e altre minoranze religiose sono stati riconosciuti dal Parlamento Europeo come "Genocidio".

Lo scorso 4 febbraio, gli europarlamentari hanno ratificato la risoluzione 2016/2529 dal titolo "Sullo sterminio sistematico delle minoranze religiose da parte dell’Isis", che invita i principali soggetti giuridici mondiali a fornire protezione militare e assistenza ai gruppi particolarmente vulnerabili nel mirino di tutte organizzazioni estremiste islamiche nel mondo.

Il provvedimento è il risultato di una serie di azioni legislative congiunte, adottate da alcuni anni a seguito dei fenomeni terroristici, che fanno tutte capo alla Convenzione delle Nazioni Unite del 9 dicembre 1948 (Diritti Umani) per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio.

Notevole il numero di istituzioni a cui il Parlamento ha indirizzato la risoluzione: il Consiglio e la Commissione UE, l’Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, il Rappresentante speciale dell’UE per i Diritti Umani, il Segretario generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il governo e il Consiglio dei rappresentanti di Iraq e Siria, il governo regionale del Kurdistan, le istituzioni dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), il Consiglio di cooperazione per gli Stati arabi del Golfo (GCC), il parlamento e il presidente della Nigeria.

La deliberazione ha sottolineato che chiunque commetta o supporti atti di violenza e atrocità per ragioni etniche o religiose, dovrà essere giudicato e condannato per violazione della legislazione internazionale, specialmente i crimini di guerra e i delitti contro l’umanità come appunto il genocidio.

Ai sensi del diritto internazionale, ogni individuo ha il diritto di vivere secondo la propria coscienza e di poter esprimere liberamente le proprie convinzioni religiose e non religiose. Per tale ragione, i leader politici e religiosi hanno il dovere di contrastare a tutti i livelli l’estremismo e promuovere il rispetto reciproco tra individui e gruppi religiosi.

L’intento più lungimirante di questa "delibera" consiste nel voler uniformare i sistemi giuridici nazionali, in particolare negli Stati membri dell’UE, così da impedire per legge a chiunque di partire per arruolarsi all’Isis o in altre organizzazioni terroristiche. Il testo della risoluzione del Parlamento chiede inoltre alla Commissione di nominare un Rappresentante europeo permanente per la libertà di religione e di credo.

"È una decisione storica. I parlamentari eletti nei 28 stati membri, che rappresentano più di 500 milioni di abitanti, hanno inviato un chiaro segnale agli Stati membri, alla Commissione europea e alla comunità internazionale per agire in conformità con il principio della responsabilità di protezione"

Da un punto di vista strettamente valoriale di matrice europea, si tratta di una decisione mirata a favorire il ripristino della dignità di milioni di persone colpite dai crimini barbarici dell’estremismo islamico. "È inoltre significativo come per la prima volta nella storia il Parlamento europeo abbia riconosciuto un genocidio attualmente in corso"

"Dobbiamo aiutare concretamente le minoranze religiose. Se non agiamo subito, entro il 2020 non ci saranno più cristiani né in Iraq, né in Siria, né in Nigeria"


giovedì 23 luglio 2015

Ecco come le armi di ISIS e Boko Haram arrivano in Italia e in Europa

La mafia nigeriana dietro il traffico di pistole, fucili e mitragliatori.

C’è un passaggio di armi che avviene quasi alla luce del sole e che sembra venga spesso utilizzato dalle organizzazioni terroristiche come ISIS e Boko Haram. Si tratta del trasferimento di armi "in parti" e cioè smontate. Fucili e pistole in pezzi possono infatti viaggiare con bolle di accompagnamento che le qualificano come carpenteria metallica.

In questo modo può essere facile spostare armi da tenere a disposizione dei terroristi per eventuali attentati. Pezzi che diventano subito utilizzabili perché la maggior parte di chi arriva da zone di guerra sa facilmente e rapidamente montare pistole e fucili.

"Io per esempio sono stato un soldato bambino in Liberia e lì ho imparato tutto. Quando avevo 13 anni ero già in grado di montare un fucile in pochi minuti". Potremmo chiamarlo Jo, quelli come lui sono abituati ai nomi di fantasia. Non tanto per una sorta di protezione, come in questo caso, ma perché come tanti altri che arrivano dell’Africa occidentale e vivono in alcune ben definite aree in Italia, sono dei fantasmi, gente senza identità, arrivati da altri paesi europei in aereo e mai identificati (a differenza di chi ci raggiunge sui barconi della disperazione).

Lui, Jo, collabora da tempo con le forze dell’ordine italiane e ha denunciato e fatto arrestare componenti della cosiddetta mafia nigeriana, una organizzazione criminale molto ben radicata nelle aree del litorale casertano fino al basso Lazio, a Roma (Tor Bella Monaca), Genova, Catania, Veneto.

"Ci sono personaggi che hanno fatto parte di Boko Haram (feroce organizzazione terroristica jihadista nigeriana) e che oggi vivono qui anche se non è facile individuarli. Loro hanno la possibilità di offrire supporto ai terroristi in caso di attentati e si approfittano anche degli altri. Tutti sanno come spostare le armi qui e tutti sanno montarle. Spesso le sotterrano nei terreni della zona di Castelvolturno".

È un fiume in piena mentre giriamo in auto tra case basse, una volta dimore estive delle famiglie napoletane e casertane e oggi quasi disabitate o occupate dagli immigrati. Mi mostra villette fatiscenti dove vivevano esponenti della mafia nigeriana che ora sono in galera, dove venivano eseguiti gli omicidi, dove confezionata la droga, dove schiavizzate le prostitute.

Non sono l’unica, né la prima. Ha già detto tutto agli investigatori dell’antimafia. "La situazione è potenzialmente pericolosa perché per soldi gli esponenti di Eye (così si chiama l’organizzazione) farebbero tutto per i terroristi". Gli chiedo se sia vero che le armi le spostano in pezzi. "Certo, a volte le parti delle pistole le nascondono all'interno delle patate nigeriane che sono molto grandi. Le tagliano a metà e nella parte più morbida sistemano i pezzi. Chi può mai accorgersi del carico illegale?".

Per ciò che riguarda i pezzi di ricambio e le parti staccate la legislazione di fatto non esiste e i controlli sono quasi impossibili. Anche in termini internazionali, secondo l’ultimo trattato che si chiama ATT (Arms Trade Treaty) e che è stato approvato dall’ONU nel luglio di due anni fa, il problema delle armi staccate non si pone, quindi non è controllabile sul piano internazionale.

Questo problema lo abbiamo posto con forza sia come ricercatori che come associazioni ONG che lavorano nel settore e anche attraverso Amnesty International alle conferenze di preparazione di quel trattato. Quindi la questione era stata posta, ma per veti politici di grande peso sia le armi in parti staccate che le munizioni sono in gran parte uscite dalla copertura di quel trattato. Il risultato è che per molte legislazioni di vari paesi armi e munizioni in parti staccate possono circolare liberamente.

In Italia la situazione è particolare. Esiste certamente una legge tra le migliori, ma in realtà se l’arma per esempio è destinata a forze di polizia non viene considerata arma militare e quindi esce dal controllo che si deve fare ai sensi della legge 185/1990 sulle armi militari ed entra invece sotto l’egida di un’altra legge, la 110/1975, che non prevede controlli dello stesso tipo e soprattutto non prevede la pubblicazione dei dati in un rapporto così come invece si fa per le armi militari.

"Quindi noi non ne sappiamo in gran parte niente. E se io spedisco una partita di armi staccate, per esempio 100 canne, 100 calci, 100 percussori, 100 grilletti, intanto sarà un gioco abbastanza semplice ricomporre altrettante armi complete ma poi, soprattutto, i pezzi che hanno viaggiato staccati non saranno stati mai classificati come armi e quindi non saranno mai entrati sotto i controlli di legge che invece dovrebbero logicamente seguirli. Una bolla di canne di fucile per esempio, viene classificata come parti metalliche o carpenteria metallica".

"Con queste premesse, purtroppo, se un terrorista ha intenzione di colpire un obiettivo rilevante in un paese come i nostri noi siamo alla mercé di qualunque attentato".