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martedì 28 maggio 2019

Arrestato Boss della Mafia Nigeriana. Indagini della Questura di Trieste

Coinvolte diverse città. Udine e Vicenza gli snodi principali dello smercio.


Il trafficante è stato ammanettato dagli uomini della Squadra Mobile della Questura di Trieste. In circa nove mesi sequestrati poco più di 310 chilogrammi di marijuana. Coinvolte le città di Torino, Genova, Pisa, Padova e Treviso. Udine e Vicenza come snodo dei traffici

Nella mattina del 24 maggio, presso la sua abitazione romana, gli agenti della Squadra Mobile di Trieste hanno arrestato un cittadino di origine nigeriana (34enne, N.B. le sue inziali) a capo di un, capillare traffico di marijuana che, tra il mese di ottobre del 2018 e il maggio di quest'anno, ha gestito il rifornimento di diverse "piazze" di spaccio in tutto il nord Italia. Durante questo periodo, le attività investigative dirette dalla Procura della Repubblica del capoluogo del Friuli Venezia Giulia hanno portato al sequestro di 311 chilogrammi di sostanza stupefacente tra le città di Torino, Genova, Pisa, Trieste, Vicenza, Udine e Treviso.

L'obiettivo della Procura di Trieste: ricostruire la catena
Le indagini sono partite da Trieste dopo le attività investigative che avevano portato, nella zona tra il Silos, piazza Libertà e via Udine, a diversi sequestri di modiche quantità di marijuana. Da qui l'intenzione da parte della Procura guidata da Carlo Mastelloni di seguire le diverse tracce e ricostruire la catena dei fornitori.

Obiettivo delle indagini è stato quello relativo al far luce sulle modalità di arrivo della droga e soprattutto "sui diversi canali di approvvigionamento". Le indagini, dopo prime iniziali difficoltà, hanno permesso di mettere assieme più tasselli e individuare sia i fornitori che per l'appunto lo spacciatore nigeriano residente a Roma.

Il traffico di droga. Ecco come funzionava
L'arrestato faceva affidamento sui corrieri che si recavano a Roma e, spostandosi verso le città del nord Italia in treno o in macchina, consegnavano la marijuana a delle "cellule" presenti nelle diverse località. Questo ha permesso di ricostruire il tragitto e sequestrare, di volta in volta, ingenti quantitativi di stupefacente. Tra i sequestri più rilevanti quello dello scorso 31 marzo a Torino dove gli agenti della Mobile di Trieste e del capoluogo piemontese hanno sequestrato oltre 50 chilogrammi di marijuana destinati allo spaccio locale. In questa occasione sono state arrestate tre persone, due di esse di origine nigeriana.

Il 4 aprile scorso a Genova la Polizia ha arrestato un cittadino albanese accusato di aver trasportato ulteriori 50 chilogrammi di marijuana destinati ad un cittadino nigeriano anch'egli arrestato, circa un mese dopo, per la detenzione di oltre 10 chili di droga. Anche in questo caso, secondo gli inquirenti, il mandante è sempre N.B.

Tra i mesi di marzo e maggio di quest'anno, gli agenti della Mobile di Trieste hanno messo a segno alcuni "colpi" importanti nei confronti del traffico di droga nel nord Italia. Il supporto delle Mobili di competenza e della Polizia Ferroviaria, ha portato all'arresto di 13 corrieri stranieri a Udine (11 nigeriani, un albanese e un cittadino di origine ghanese) e al conseguente sequestro di poco meno di 206 chilogrammi di marijuana.

Udine e Vicenza come nuovi snodi della droga nigeriana
Durante l'attività investigativa si è accertato anche lo spostamento del centro di spaccio dalla zona della stazione centrale di Trieste a quella di Udine. L'arresto dei 13 corrieri proprio nel capoluogo friulano certifica l'importanza della piazza di Udine che, ormai, è diventata un vero e proprio snodo del traffico di stupefacenti. La zona della stazione udinese nel corso degli ultimi mesi è stato protagonista di diverse operazioni antidroga.

Un'inchiesta recente della questura di Udine che aveva piazzato in Borgo Stazione diverse telecamere nascoste, ha portato all'arresto di decine di spacciatori, al sequestro di droga e alla chiusura di locali centri di spaccio. Un'inchiesta che è stata ripresa anche dalla stampa nazionale.

Anche a Vicenza è stato documentato come "il dinamismo con cui i corrieri si muovono è reale e permette una facilità di movimento degli stessi soggetti che comprano, vendono e operano sul territorio anche in relazione ad uno spaccio locale". È stato documentato tra l'altro come parte della marijuana fosse destinata anche a richiedenti asilo, un po' come avveniva nella zona della stazione centrale di Trieste. Nella città berica la Mobile ha messo sotto sequestro ben 15 chilogrammi di marijuana.

Gli altri sequestri a Pisa, Padova e Treviso
Nella città tirrenica il quantitativo di marijuana sequestrato è stato di oltre 3 chilogrammi, quantità pressoché equivalente rispetto a quella sequestrata a Treviso (3,2 chilogrammi). È Padova in Veneto lo snodo di spaccio più importante. Nella città del santo infatti sono stati sequestrati circa 69 chilogrammi di stupefacente in cinque diverse operazioni antidroga.

I 311 chilogrammi avrebbero fruttato circa 3 milioni di euro
L'operazione antidroga volta a smantellare il traffico di marijuana nel nord Italia, per numero di arrestati e quantità di stupefacenti sequestrata, è la più cospicua tra quelle diretta dalla Procura di Trieste negli ultimi due anni. Secondo la Questura di Trieste il traffico gestito dalla criminalità nigeriana nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia non avrebbe contatti con l'attività mafiosa della penisola italiana, non come invece appurato da altri filoni investigativi e comunque dato dal fatto che il traffico di marijuana rappresenta una fonte meno redditizia rispetto ad altri stupefacenti.

Se si considera infatti che la marijuana può arrivare fino a circa 10 euro al grammo la proiezione economica sul sequestro dei circa 311 chilogrammi avrebbe fruttato, ai trafficanti, poco più di tre milioni di euro.

L'arresto del 24 maggio nella capitale è importante
Il 34enne (N.B. le sue iniziali) noto alle forze dell'ordine in virtù della pena che stava scontando agli arresti domiciliari per reati analoghi, è stato fermato all'interno della sua abitazione nel quartiere della Borghesiana da dove aveva appena fatto partire l'ennesimo corriere in direzione Genova. Il cittadino nigeriano aveva consegnato un borsone con sei chili di marijuana ad un corriere che è stato intercettato e arrestato alla stazione Principe del capoluogo ligure.

Come ha potuto un nigeriano agli arresti domiciliari gestire un traffico di droga così imponente sarà la risposta da cercare proseguendo l'indagine che di certo non si è fermata con questo arresto, seppur importante.

Questo ultimo carico è stato fatale al trafficante. Il PM titolare del fascicolo è Federico Frezza mentre il Giudice per le Indagini Preliminari è Giorgio Nicoli del Tribunale di Trieste.
(Vicenza Today)


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Maris Davis Joseph

giovedì 17 gennaio 2019

Gare irregolari al Cara di Gradisca d'Isonzo. Anche due prefetti tra i 42 indagati

Si tratta dell'attuale prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto, e dell'ex prefetto di Treviso, Maria Augusta Marrosu. Tra le principali accuse frode e turbativa d'asta.


Sono 42 gli indagati che hanno ricevuto l'avviso di conclusione delle indagini nell'ambito dell'inchiesta della procura di Gorizia sulla gestione del Cara di Gradisca d'Isonzo.

Tra gli indagati anche alcuni nomi eccellenti. Si tratta di quelli dei due ex prefetti di Gorizia, Maria Augusta Marrosu e Vittorio Zappalorto. Insime a loro indagati anche due viceprefetti operanti nell'Isontino nel periodo tra il 2011 e il 2015, Gloria Allegretto e Antonio Spoldi.

Si tratta del terzo filone investigativo relativo alla gestione del CARA (ex-CIE) di Gradisca d'Isonzo, che è già finito al centro di una processo in corso al Tribunale di Gorizia.

I reati
Tra le principali accuse c'è la turbativa d'asta in ordine allo svolgimento della gara di appalto che "si era conclusa con l'aggiudicazione della gestione del Centro di Gradisca al Consorzio Connecting People", consorzio di rilevanza nazionale, gestore di altri grandi centri di accoglienza, e sotto sotto inchiesta in diversi filoni di indagine di altre procure, e attualmente in "concordato preventivo", ovvero sull'orlo del fallimento.

Per quanto riguarda il Cara di Gradisca d'Isonzo, che attualmente ospita poco più di 200 migranti, si parla anche di associazione per delinquere in riferimento a diverse figure della Connecting People, con i prefetti Marrosu e Zappalorto e il viceprefetto Allegretto, in presunto concorso esterno. Altro reato ipotizzato è quello di frode in pubbliche forniture, oltre all'ipotesi di truffa ai danni dello Stato.
(Il Piccolo)


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sabato 5 gennaio 2019

Friuli. Razzismo istituzionalizzato e discriminazioni, due casi in un giorno

A Trieste il vice-sindaco butta coperte e vestiti di un senzatetto nel cassonetto delle immondizie e poi si vanta su facebook. A Monfalcone un assessore leghista pubblica una filastrocca anti-migranti poi rimossa dallo stesso social network.

Il vice sindaco di Trieste, Paolo Polidori, infiamma i social network
Trieste, vice-sindaco getta in un cassonetto vestiti di un senzatetto: "Basta degrado!". Il gesto di Polidori ha suscitato una feroce polemica sui social, tra chi lo accusa di essersi comportato male e chi plaude alla pulizia della città. Poco dopo rimuove il post.

Il motivo è un post su Facebook (poi rimosso) del vice sindaco leghista che recita: "Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra...coperte, giacche, un piumino e altro; non c'era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati: da normale cittadino, che ha a cuore il decoro della sua città, li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto: ora il posto è decente! Durerà? Vedremo. Il segnale è: tolleranza zero!! Trieste la voglio pulita!! PS: sono andato subito a lavarmi le mani! E adesso si scatenino i benpensanti, non mene frega nulla!!"

E in effetti i benpensanti, ma non solo loro, si sono scatenati. Diversi utenti di Facebook hanno elogiato la decisione di Polidori e ricordano la volontà di mantenere sempre pulita la città di Trieste. Ma sono stati molti gli utenti che hanno accusato il numero due del capoluogo del Friuli-Venezia Giulia di essersela presa con un clochard.

Un post che ha ricevuto l'elogio "istituzionale" sia del presidente della regione, il leghista Fedriga, che dello stesso Salvini.

Se ti vanti di aver buttato nell'immondizia le coperte di un senzatetto hai buttato nell'immondizia anche la tua umanità

Monfalcone, assessore leghista condivide su facebook filastrocca anti-migranti. Ma per lui “Non è razzismo

“Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte; vien dall’Africa in barcone a rubarvi la pensione. Nell’hotel la vita è bella, nel frattempo ti accoltella. Poi verrà forse arrestato e l’indomani rilasciato“

A condividere questa filastrocca sul suo profilo Facebook è l’assessore alla sicurezza e alla vivibilità di Monfalcone, Massimo Asquini.

Dopo il caso dei 76 bambini bengalesi esclusi dall’asilo, la cittadina del Friuli Venezia Giulia torna al centro della bufera per le parole in rima postate e censurate dallo stesso social. Una “goliardata” per il sindaco Anna Cisint che difende a spada tratta il membro della giunta.

A non fare alcun passo indietro è invece proprio Asquini, ex sovrintendente della Polizia, stupito delle polemiche nate attorno al suo post e della censura di Facebook: “Si tratta di una filastrocca che già due anni fa girava in Rete io l’ho solo condivisa non sono nemmeno l’autore. Se lei va su Google e digita “filastrocca migrante” la può trovare. È uno scherzo fatto sulla mia pagina personale. Ci dovrebbe essere un po’ di privacy

Ma che privacy, caro assessore, se sei stato proprio tu a sbattercela in faccia pubblicamente

L’assessore si difende dalle accuse di razzismo: “Non l’ho rimossa io ma è stato Facebook a toglierla dalla mia pagina censurandola, considerandola forse una cosa razzista ma io non ci vedo nulla di tutto ciò”. Anzi. Asquini trova il modo per giustificare le parole in rima: “Non ho augurato la morte a nessuno, non ho offeso nessuno, non ho mai detto una parolaccia in vita mia sui social e ora mi vedo al centro di una bufera per un post condiviso. In fin dei conti in quella filastrocca si parla delle pensioni che vengono date per dei ricongiungimenti che spesso son fasulli; delle migliaia di migranti o clandestini che sono ancora negli hotel che noi paghiamo. È una filastrocca che si riferisce all’attualità. E poi ho avuto solo commenti positivi

Quando il razzismo e le discriminazioni arrivano dalle istituzioni allora non è più il tempo di scherzare, o di minimizzare, di far finta di niente. È ora di agire, combattere, lottare


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mercoledì 13 giugno 2018

Femminicidio a Udine. Spara alla ex-moglie e si uccide nello studio di un notaio

È il 32° femminicidio dall'inizio dell'anno. Omicidio suicidio in pieno centro a Udine in via Rialto.

Daniela Briosi, 66 anni, la vittima del femminicidio
Scorcio di via Rialto a Udine con l'ingresso dello studio notarile, luogo del delitto

Una coppia in fase di separazione si era recata nello studio di un notaio per redigere un atto. Improvvisamente l'uomo ha estratto la pistola e ha ucciso la moglie, poi ha puntato l'arma contro se stesso e si è tolto la vita.

È successo questa mattina, mercoledì 13 giugno, dopo le 10 nello studio notarile del dottor Amodio, in via Rialto. L'omicida-suicida è l'architetto Giuliano Cattaruzzi, di 80 anni. La moglie, vittima del suo gesto folle, è Donatella Briosi, 66 anni​, residente a Udine. Ferito di striscio uno degli avvocati presenti.

In studio per la compra-vendita di un'immobile
I due erano andati nello studio del notaio per redigere un atto relativo alla compravendita di una casa che avevano in comune a Tarcento In studio erano presenti il notaio, gli avvocati delle parti, una coppia con il figlio. Qualcosa è scattato nella mente dell'uomo che aveva portato con sé una piccola pistola.

Il notaio Amodio intervistato dai giornalisti
È stato un attimo, Cattaruzzi si è alzano in piedi e ha esploso due colpi alla nuca della moglie, morta all'istante, e uno contro se stesso, anche per lui non c'è stato scampo. A quel punto è scattato il panico, le persone presenti sono scappate, la voce si è diffusa nella centrale via cittadina e i passanti si sono rifugiati nei negozi e nei bar.

La nuova compagna, il figlio e la villa da lui progettata
Cattaruzzi viveva a Tarcento, al 5 di via Bernadia, una villa ai piedi del monte Bernadia che aveva progettato lui stesso negli anni Ottanta. L'architetto conviveva da diversi anni con una nuova compagna straniera e la coppia aveva avuto un figlio. Ed era proprio quella villa a Tarcento, da lui progettata, ad essere oggetto della compravendita.

Il notaio Amodio, «grande paura»​
«È un episodio tragico, c'è stata grande paura anche per la collega che stava seguendo il rogito». È il primo commento del notaio Paolo Alberto Amodio dello studio in cui l'uomo ha sparato alla moglie prima di suicidarsi. Il notaio era al primo piano dello studio quando ha sentito gli spari. «Non li conoscevo, la collega mi ha riferito che questa era solo l'ufficializzazione dell'accordo dopo diversi incontri»
(Il Gazzettino)

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lunedì 26 febbraio 2018

Strade del Sesso. Friuli, La Napoleonica e la Ferrata dove la prostituzione non c'è più

Friuli e Udine, un esempio positivo di come si può vincere la prostituzione e la mafia nigeriana.


Negli anni '90 e fino ai primissimi anni duemila la Ferrata e la Napoleonica, due strade della pianura friulana alle porte di Udine, erano piene zeppe di ragazze nigeriane costrette a prostituirsi, di giorno da quelle parti, e poi di notte nella città di Udine.

La "Ferrata" (strada provinciale 95) è una strada dritta, talmente dritta che per i primi 30 chilometri è perfino senza una curva, parte dal comune di Basiliano (zona Udine Sud) e porta fino a Portogruaro. Ai tempi del fascismo era una ferrovia costruita da Mussolini per permettere ai tedeschi di portare i deportati nei campi di concentramento di Germania e Polonia senza passare per la città di Udine. Nel secondo dopoguerra quella ex-ferrovia è diventata una strada, una provinciale che oggi taglia la pianura friulana.

La "Napoleonica" è invece la via percorsa (forse addirittura costruita) dalle truppe di Napoleone quando è venuto in Friuli a firmare il famoso trattato di Campoformido, comune a sud di Udine (era il 1797), quando la Repubblica di Venezia, sconfitta, fu ceduta all'allora Impero Austro-Ungarico. Oggi è classificata come strada regionale, la numero 252, e da Codroipo arriva fino alla città stellata di Palmanova.

Ad un certo punto le due strade si incrociano, sono dunque tra di loro vicine, e come dicevo fino a 15 anni fa erano popolate di giorno da un brulicare di giovani nigeriane che offrivano il loro corpo per 10-20.000 lire di allora. Tra il 1996 e il 1997 su quelle strade c'ero anch'io. Il mio "posto" era all'altezza di un paesino che si chiama Pozzecco.



Poi, tra il 1998 e il 1999, hanno iniziato ad arrivare anche le ragazze albanesi che facevano pagare le prestazioni sessuali molto di più di quelle nigeriane. Era il segno inequivocabile che anche la "mafia albanese" era arrivata in Friuli. Non ho mai capito se nel tentativo di soppiantare la "mafia nigeriana" che già c'era da parecchi anni, oppure in accordo con la "mafia nigeriana" stessa.

Sta di fatto che le forze dell'ordine, tutte, polizia, carabinieri e perfino la guardia di finanza hanno iniziato a fare "retate", non una ogni tanto, ma due, tre, quattro, ogni settimana, un'azione continuata per mesi e mesi, forse più di un anno. Di giorno sulla Napoleonica e sulla Ferrata e di notte in città. C'erano momenti di pausa perché le ragazze sparivano per un po', ma tempo una settimana dieci giorni e le ragazze ritornavano, e allora riprendevano anche le "retate". Fu una lotta.

Le ragazze, allora tutte senza documenti, venivano prese e portate in Questura, veniva loro consegnato il "foglio di via", alcune portate nei centri fuori dal Friuli per essere rimpatriate, altre ancora riportate direttamente in Nigeria.

Si calcola che tra la fine degli anni '90 e i primissimi anni duemila solo a Udine ci fossero 2-300 ragazze nigeriane che si prostituivano, un calcolo per difetto perché la Caritas udinese all'epoca calcolò che le nigeriane erano almeno il doppio di quello fornito dalle autorità di polizia e dal prefetto.

Le ragazze che venivano rilasciate con il "foglio di via" ovviamente tornavano a prostituirsi, quelle portate via o rimpatriate venivano subito sostituite da altre, magari più giovani. È per questo che l'azione delle forze dell'ordine doveva essere continuativa. La "mafia nigeriana" doveva sentirsi con il fiato sul collo, doveva sapere che Udine NON era una "piazza" sicura per i loro affari, perché non poteva contare più sulle "ragazze"

Fu fatta un'azione anche contro i "clienti". Venivano segnalati, altri denunciati per sfruttamento quando venivano "beccati" con le ragazze in macchina. Erano tempi duri per i così detti "papagiro locali" (italiani che frequentano prostitute), o per i "taxisti del sesso", quelli che portano le ragazze sul luogo di lavoro e magari vanno a riprenderle alla sera in cambio di una sveltina. Chi veniva fermato con una ragazza nigeriana in macchina lungo la Ferrata o la Napoleonica, oppure in città rischiava grosso.


Ragazze che hanno iniziato ad avere paura per se stesse, sapevano che se continuavano a prostituirsi da quelle parti, dopo due, tre, o più fogli di via sarebbero tornate inevitabilmente in Nigeria. Il rimpatrio forzato per una ragazza nigeriana è un fallimento di fronte a se stessa e di fronte alle sua famiglia. Ho notizia di alcune ragazze rimpatriate che si sono perfino suicidate per la vergogna e per il rifiuto delle loro famiglie di ri-accoglierle in casa.

Ma tutto questo non era ancora abbastanza. Si doveva fare anche tutta un'azione di "intelligence", capire dove le ragazze abitavano, come sono arrivate a Udine, chi le ha portate e soprattutto chi le costringeva a prostituirsi.

Alcune ragazze nigeriane portate in questura hanno iniziato a fare le prime ammissioni, le prime confessioni, e perfino le prime denunce. Molte all'epoca, hanno preferito la via della protezione sociale piuttosto che il rischio concreto del rimpatrio.

Sono iniziati così a Udine e nell'interland, anche i blitz nelle case e negli appartamenti delle "mamam" dove venivano alloggiate 3, 5 e anche più ragazze. Ci furono arresti, molti arresti, i giornali locali erano pieni di queste notizie quasi con cadenza quotidiana.

Un colpo duro per quello che i nigeriani, allora come adesso, chiamano semplicemente "business". Un business fatto sulla pelle di ragazze arrivate dalla Nigeria spesso con l'inganno, tenute sotto controllo perché non conoscono l'italiano, non conoscono le leggi italiane, non si fidano di nessuno, che paradossalmente si fidano solo dei loro connazionali che le stanno sfruttando.

Le "mamam" che ospitano le ragazze sono l'ultimo anello della mafia nigeriana, quello operativo, quello che gestisce e deve far "lavorare" le ragazze. Sono donne integrate nella società civile, spesso hanno una famiglia e perfino hanno un lavoro regolare. Quasi sempre loro stesse sono state "sfruttate" in passato, e nella loro logica perversa ritengono che sia perfino giusto far passare alle nuove ragazze quello che loro stesse hanno passato.

Oggi si calcola che almeno una ragazza nigeriana su venti-trenta sia a rischio di diventare a sua volta una "mamam" in futuro, per queste donne è come elevarsi socialmente, possono tornare in Nigeria a testa alta, dove vanno a reclutare nuove ragazze esibendo la loro ricchezza, i loro bei vestiti, il loro nuovo status sociale.

Il raggiungimento della consapevolezza e quella zona grigia tra lecito e illecito da debellare. Quel vedere ma far finta di niente, quel sapere ma non denunciare. Fin dall'inizio degli anni duemila a Udine fu fatto un lavoro capillare all'interno della comunità nigeriana, coinvolgendo associazioni di volontariato, Caritas, le stesse forze di polizia, le istituzioni comunali, provinciali e regionali. Furono coinvolte persone in vista tra la comunità nigeriana, come per esempio i pastori pentecostali, gli african shop e altri punti di ritrovo dei nigeriani.

L'obiettivo era quello di affermare che a Udine non viene tollerato lo sfruttamento, che a Udine la "mafia nigeriana" non era la benvenuta, ma soprattutto l'obiettivo è stato quello di creare all'interno della stessa comunità nigeriana la consapevolezza che quel tipo di "business" non era giusto, non era etico, e non poteva essere tollerato. Obiettivo raggiunto, direi.

Per approfondire cos'è la "zona grigia" il mio articolo
Quella zona grigia della mafia nigeriana di cui nessuno parla
- leggi -

Quello che è stato fatto a Udine poi si è esteso a tutta la Regione Friuli, soprattutto a Trieste, dove la mafia nigeriana era allora ben radicata.

Ci sono voluti alcuni anni, un lavoro costante di tutti, dal volontariato alle istituzioni. Oggi possiamo dire che in tutto il Friuli non c'è nemmeno una nigeriana costretta a prostituirsi, anzi Udine è diventato un luogo dove le ragazze vengono proprio per scampare allo sfruttamento perché è la stessa comunità nigeriana che le aiuta, vanno a scuola, imparano l'italiano, alcune frequentano l'Università della città (come feci anch'io tra il 1997 e il 1999), il tutto in un regime di protezione e di consapevolezza civile che impedisce ai mafiosi nigeriani di mettere radici.

La Ferrata e la Napoleonica oggi sono due strade assolutamente normali e Udine è una città liberata dalla "mafia nigeriana". C'è una numerosa comunità nigeriana ben integrata, che lavora, che studia e che cresce con le seconde e terze generazioni fianco a fianco con i friulani e a volte perfino li sposano. Io stessa ho sposato un friulano, altre mie amiche hanno sposato dei friulani.

Io questo lo chiamo "modello Friuli due", il primo fu quello della ricostruzione post-terremoto, un modello che potrebbe essere esportato ovunque in Italia dove la mafia nigeriana è oggi presente.

Ci vuole però il coinvolgimento di tutti, delle forze dell'ordine, delle autorità politiche e della società civile, del volontariato, sentire che le istituzioni pubbliche ti appoggiano, e il coinvolgimento concreto e attivo della stessa comunità nigeriana.

Bisogna capire che la sola attività di repressione potrà dare dei risultati nel breve periodo, ma difficilmente li darà nel medio e lungo periodo. Ci vogliono anni e un lavoro paziente che coinvolga TUTTI.

Una strada può essere lunga o corta, ma se non fai il primo passo sarà infinita




Articolo di
Maris Davis

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domenica 25 febbraio 2018

Terremoto, una serie di scosse in Friuli

Forte scossa di terremoto a Nord-Est mentre irrompe il Burian. Un po' di paura in Friuli.

Una serie di scosse ravvicinate si stanno registrando questa mattina in Friuli, intorno all'area di Forni di Sotto (Udine). La prima, di magnitudo 3.9, è stata registrata dal Centro di Ricerche sismologiche alle 9:16. A questa ne sono seguite altre due di magnitudo 1.1 e 2.4 nei minuti successivi. Il sisma è stato avvertito distintamente in un'area molto estesa, fino in Veneto.

Al momento non si registrano né danni, né feriti, ma le scosse hanno causato un po' di paura nella popolazione, anche in considerazione del terremoto del 1976, che devastò il Friuli. Decine sono state le telefonate giunte ai centralini delle Forze dell'ordine e dei centri di soccorso.

La scossa è stata avvertita distintamente nel capoluogo del Friuli, Udine, dove non si segnalano però momenti di panico.

Accertamenti sono in corso nell'area più vicina all'epicentro da parte dei vigili del fuoco e dei carabinieri di Tolmezzo; anche in questo caso, non si registrano né danni né feriti. Indagini in tal senso continuano nelle frazioni più isolate.

La scossa avvertita questa mattina alle 9.16 nell'area tra Forni di Sotto e Forni di Sopra, in provincia di Udine, ha registrato una magnitudo di 3.9 ed è avvenuta a una profondità di 9,2 chilometri. Lo precisa la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia in una nota diffusa poco dopo la scossa.
(Ansa)


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giovedì 31 agosto 2017

Ingiustizie italiche, è rimasto in carcere meno di un mese l'assassino reo-confesso di Nadia


Vagò in auto per una notte intera senza meta con a fianco il corpo ormai senza vita di Nadia. Francesco Mazzega, il 36enne originario di Muzzana che ha confessato l’omicidio della fidanzata Nadia Orlando 21enne di Vidulis di Dignano, oggi uscirà dal carcere di Udine.

Il Tribunale del Riesame di Trieste, infatti, questa mattina ha accolto la richiesta dei suoi avvocati difensori Annaleda Galluzzo e Federico Carnelutti di concedere a Mazzega gli arresti domiciliari. Sarà sottoposto al controllo tramite braccialetto elettronico.

Mazzega si era consegnato alla Polstrada di Palmanova nella mattinata del 1° agosto, dopo aver vagato in auto tutta la notte con il cadavere di Nadia al suo fianco. Agli agenti, il 36enne aveva confessato di aver ucciso la ragazza, nella serata del 31 luglio, in preda a un raptus. Una versione che gli inquirenti stanno continuando a vagliare e che le prime prove acquisite (in particolare, grazie all'autopsia sul corpo della 21enne) non confermerebbero del tutto.

Dopo la sua confessione, Mazzega era stato portato in carcere a Udine, ma il giorno successivo era stato disposto il suo ricovero precauzionale nel reparto di psichiatria del Santa Maria della Misericordia, per il suo grave stato di choc e prostrazione.

Il 10 agosto, infine, era stato nuovamente trasferito in via Spalato (il carcere di Udine ndr..), su disposizione del Gip del Tribunale di Udine, Andrea Odoardo Comez, che aveva convalidato il fermo. Ora la nuova decisione, che permetterà a Mazzega di fare ritorno a casa.
(Il Friuli)

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