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martedì 3 dicembre 2019

Cara di Bari-Palese, base operativa di due clan della mafia nigeriana, i Vikings e gli Eiye. 32 arresti

Sono accusati di riduzione in schiavitùsfruttamento della prostituzione, tratta, pestaggi, estorsioni e accattonaggio davanti ai supermercati.


Misure cautelari eseguite in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Lazio, Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Veneto e all'estero, in Germania, Francia, Olanda e Malta. La procura: "No strumentalizzazioni. Alcuni hanno commesso reati, altri hanno collaborato con la giustizia"

Associazione per delinquere, tratta, riduzione in schiavitù, estorsione, rapina, lesioni, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione. Sono le accuse rivolte a vario titolo alle 32 persone arrestate al termine dell’indagine della Squadra mobile di Bari, coordinata dalla procura antimafia del capoluogo pugliese, su due gang nigeriane che agivano come articolazioni dei clan Vikings e Eiye. Il quartier generale delle due organizzazioni era nel Cara di Bari-Palese (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) e poi nel quartiere Libertà.

Arresti in 4 Paesi europei
Le misure cautelari sono state eseguite in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, Lazio, Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Veneto e all'estero, in Germania, Francia, Olanda e Malta. L’indagine, coordinata dalle PM della Dda di Bari Simona Filoni e Lidia Giorgio, ha accertato che diversi episodi di aggressioni avvenuti negli ultimi anni all'interno del centro di accoglienza.

Con la criminalità organizzata locale erano scesi a patti e tra loro si tolleravano
Violenza sessuale su connazionali, risse e accoltellamenti sarebbero riconducibili alle attività delle gang, ritenute vere e proprie associazioni per delinquere di stampo mafioso con suddivisione gerarchica dei ruoli, rituali di affiliazione, ricorso alla violenza e alla intimidazione. Tra le principali fonti di guadagno dei gruppi criminali nigeriani presenti a Bari e documentate in questa inchiesta ci sono lo sfruttamento della prostituzione e l’accattonaggio davanti ai supermercati.

La procura: “No a strumentalizzazioni”
Non si facciano strumentalizzazioni su questa vicenda. I nigeriani che sono stati arrestati sono persone che hanno commesso reati, esattamente come facciamo con tutte le persone di qualsiasi colore, razza e Paese", ha spiegato il procuratore aggiunto Francesco Giannella. “Poi ci sono tanti nigeriani che hanno chiesto aiuto nelle forme previste dalla legge, chiedendo cioè che lo Stato italiano intervenisse per riportare l’ordine e la giustizia

In conferenza stampa il procuratore Giuseppe Volpe ha anche evidenziato chenormalmente c’è una certa diffidenza nei confronti degli extracomunitari che fanno ingresso nel nostro Paese, ma così come ci sono extracomunitari che delinquono, ci sono quelli che collaborano con la giustizia. Le vittime dei reati sono anch'esse cittadini nigeriani che hanno collaborato. Questo aspetto lo voglio valorizzare perché spesso con le popolazioni autoctone abbiamo difficoltà ad ottenere collaborazione. In questo processo ci sono state tante denunce e riconoscimenti

La nascita dell’inchiesta
Le indagini sono partite infatti dalle denunce presentate, sul finire del 2016, da due cittadini nigeriani, ospiti del Cara di Bari, che hanno dichiarato di essere stati vittime di pestaggi, rapine e ripetuti tentativi di condizionamento.

Violenze sessuali e stupri (anche di gruppo) sulle ragazze che non accettavano di prostituirsi

I dettagli contenuti nelle denunce hanno permesso di comprendere che molte delle violenze commesse non erano casi isolati, ma si inserivano in un contesto di scontri tra le due principali gang criminali presenti. Entrambe hanno reclutato nuovi adepti attraverso riti cruenti di iniziazione consistenti in ‘prove di coraggio’, per tentare di prevalere l’una sull'altra e hanno commesso violenze, rappresaglie e punizioni fisiche, violenze sessuali e stupri (anche di gruppo) sulle ragazze che non accettavano di prostituirsi.

I metodi punitivi
Entrambe le compagini si sono connotate per la solidità del vincolo associativo, la programmazione di reati di varia natura e per un capillare e costante controllo da parte dei capi per il rispetto dei ruoli e delle regole, con l’applicazione di metodi punitivi violenti ogni qualvolta si rendesse necessario per ristabilire gli equilibri compromessi.

I due gruppi, Eiye e Vikings, hanno dimostrato di possedere una struttura rudimentale quanto ai mezzi adoperati, ma solidissima dal punto di vista della ideologia, della organizzazione e dei reati da perseguire, senza cercare in alcun modo aderenze con le mafie locali, dando prova, quanto allo sfruttamento della prostituzione, secondo gli inquirenti, di supremazia anche nei confronti delle bande composte da albanesi e rumeni.



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sabato 16 novembre 2019

Mafia nigeriana, 11 misure cautelari a Roma. Inchiesta nata dalla denuncia di alcune ragazze

Sono accusate di aver ridotto in schiavitù moltissime ragazze nigeriane, le 11 persone destinatarie di ordinanze cautelari emesse dal Giudice per le indagini preliminari di Roma.


In carcere sono finiti otto nigeriani, altri due sono da tempo fuori dall'Italia ed un altro ancora è ricercato.

Gli investigatori della Squadra mobile romana hanno ricostruito il percorso o meglio il calvario di queste donne dalla Nigeria all'Italia.

Il viaggio
La collaborazione di alcune vittime ha consentito in particolare di disegnare le fasi del reclutamento e della partenza dai villaggi di origine. Le donne, spesso minorenni, venivano avvicinate da persone vicine al clan familiare e lusingate con promesse di facili guadagni in Europa.

Non veniva nascosta l’attività di prostituzione che sarebbe stata svolta al loro arrivo in Italia, ma ne venivano enfatizzati gli aspetti positivi: guadagni ingenti e poche o nulle le spese di viaggio e mantenimento. Dopo aver accettato, le donne venivano sottoposte ad un rito religioso (woodoo, o JuJu) con uno stregone che suggellava il patto con le divinità.

Il culto JuJu in Nigeria è molto diffuso e i patti stipulati con i “sacerdoti” di questa religione sono molto temuti dalla popolazione, non rispettarli significherebbe per le ragazze attirare su di sé e sui propri congiunti malattie, sciagure e morte. Non appena il rito era stato celebrato le ragazze venivano allontanate dalla propria famiglia, in buona sostanza venivano prese in consegna dall'organizzazione che le teneva rinchiuse in attesa della partenza.

Dalla Nigeria le donne, attraverso il Niger, per arrivare fino a ridosso delle coste libiche, dove venivano alloggiate all'interno di “connection house”, in attesa del passaggio via mare a bordo di barconi.

Ovviamente, già durante il viaggio le donne capivano che i guadagni promessi non sarebbero mai stati realizzati, ma a quel punto era impossibile tornare indietro. Il viaggio in camion o in bus veniva anticipato dalle “mamam” residenti in Italia (o in altri paesi europei).

Il costo del viaggio, da 30 a 35mila euro, doveva essere ripagato con prestazioni sessuali, un costo che in realtà alla mamam costava poco più di un decimo di quello che poi veniva richiesto alle ragazze. E anche il cibo e la permanenza nella “connection house” dovevano essere ripagati nello stesso modo. In sostanza le ragazze erano costrette a prostituirsi già in Libia, durante l'attesa di attraversare il Mediterraneo.

Durante il tragitto le donne venivano violentate e malmenate, anche per iniziare quella sorta di assoggettamento che le avrebbe rese oggetti di proprietà dell’organizzazione.

Arrivate in Italia le ragazze, dopo essere fuggite dai centri di prima accoglienza, venivano affidate alle “mamam” che continuavano l’assoggettamento psicologico e fisico: alloggio in casa con la propria “mamam”, nessuna relazione sentimentale, pagamento dell’alloggio, del vitto e dell’affitto del marciapiede dove prostituirsi.

Non c’era nessuna possibilità di ribellarsi. il rapporto era talmente stretto che le malcapitate chiamavano le “mamam” con il diminutivo di “mami”, mentre le ragazze a loro volta erano chiamate figlie.

Il passaggio di denaro
Difficile è stato ricostruire il passaggio di denaro tra questi moderni schiavisti.

I criminali infatti non utilizzavano sistemi bancari o di money transfer, ma utilizzavano il sistema Hawala; un sistema molto semplice che non prevede reali passaggi di denaro durante la transazione. Il soggetto, che chiameremo A, avendo la necessità di trasferire del denaro al soggetto B, si avvale di un intermediario, l’hawaladar broker, che riceve il denaro e che si rivolge ad un suo referente, un altro hawaladar broker, nella località di destinazione del denaro.

Il segreto sta in un codice, una parola cifrata, un simbolo, che il primo intermediario consegna al soggetto A; questo lo comunicherà al soggetto B, che, a sua volta, lo utilizzerà con il secondo intermediario; quest’ultimo riterrà il codice comunicato, come un codice di sblocco del denaro, che verrà quindi consegnato al soggetto B, fruitore finale della intermediazione.

Il denaro, fisicamente, invece, viaggerà in modo separato attraverso dei corrieri, nascosto in valigie o con altri sistemi.
(Questura di Roma, Polizia di Stato)


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martedì 17 settembre 2019

Brescia. Dalla Nigeria attraverso la Libia e poi costrette a prostituirsi

Operazione di Polizia e Dda con la Nigeria. Le ragazze venivano inserite nel sistema di accoglienza per non farsi espellere e poi costrette a prostituirsi.


Nelle ore intorno a martedì 10 settembre la Polizia di Stato, per le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia, ha arrestato tre nigeriani notificando un’ordinanza di custodia cautelare in carcere perché considerati responsabili di tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione.


L’attività investigativa condotta dalla Squadra Mobile attraverso intercettazioni telefoniche ha permesso di individuare in provincia di Brescia i terminali (un uomo e una donna) di un’organizzazione con base in Libia e Nigeria dedita a favorire l’ingresso di giovani donne da avviare alla prostituzione.

Tra gli arrestati una donna che operava a Torino ma attualmente residente nel mantovano

In collaborazione con il Servizio Centrale Operativo e i canali di cooperazione con la Polizia nigeriana, è stato identificato anche uno dei componenti del sodalizio operante all’estero per trasferire le vittime di tratta dalla Nigeria alla Libia, dove venivano imbarcate per farle giungere sulle coste italiane.

L’attività investigativa ha confermato le caratteristiche tipiche delle organizzazioni nigeriane dedite alla tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento sessuale e in particolare il ricorso a riti magici e le minacce ai danni dei familiari in patria come strumenti per obbligare le vittime, costrette a versare ai loro aguzzini somme variabili tra i 20 e i 30 mila euro, come riscatto per affrancarsi dalla mamam.

Appena arrivate in Italia le ragazze dovevano fare domanda di protezione internazionale

Un sistema che la mafia nigeriana utilizza con tutte le ragazze per aggirare la legge italiana che impedisce al richiedente asilo di essere espulso fino all'esito della sua richiesta.

Un periodo che, stante la lentezza della burocrazia italiana, può arrivare fino a 18 mesi. Un periodo nel quale le ragazze possono essere sfruttate senza correre il rischio della loro eventuale espulsione.


Per garantire alla sfruttatrice una rendita per un apprezzabile periodo di tempo, le ragazze, prima di essere avviate alla prostituzione entravano nel sistema di accoglienza e formalizzavano la richiesta di protezione internazionale. Questo escamotage impediva di espellerle fino al termine della procedura per il riconoscimento dello status di rifugiati. Una volta formalizzata la domanda di asilo, le vittime venivano indotte a scappare dal centro di accoglienza e venivano costrette a prostituirsi, iniziando così a pagare il debito.


Nel corso dell’indagine, nella quale risultano indagati 6 soggetti, tutti nigeriani, è stata raccolta la denuncia di tre vittime, che dopo aver deciso di affrancarsi dai loro sfruttatori, hanno raccontato tutte le fasi del loro reclutamento e le angherie che hanno dovuto subire durante il viaggio, costituite da violenze fisiche, abusi sessuali e restrizioni forzate nei centri di detenzione libici.


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giovedì 18 luglio 2019

Uccise Anthonia e la gettò nel fiume. La Cassazione conferma 25 anni, ma lui è fuggito

Anticipò in un romanzo l'omicidio di una prostituta. Ora è latitante.

Anthonia, aveva 20 anni quando fu uccisa
Daniele Ughetto Piampaschet, uccise Anthonia Egbuna, nigeriana allora ventenne, e poi gettò il suo corpo nel fiume Po'. Condannato definitivamente a 25 anni, è sparito nel nulla.

Qualcuno lo ha soprannominato lo "scrittore assassino", e secondo la Cassazione lo è, visto che lo ha condannato in via definitiva. Daniele Ughetto Piampaschet è accusato di aver anticipato in un libro i contorni del delitto, che poi avrebbe commesso. Ora l'aspirante romanziere torinese è latitante, non ha atteso le manette, ed è svanito nel nulla.

Deve scontare 25 anni di carcere, ma dal 3 luglio ha fatto perdere le sue tracce e le ricerche, fino ad ora, sono state senza esito. Il Piampaschet si è sempre dichiarato innocente per il delitto della ragazza nigeriana con cui ha avuto anche una breve relazione.

La ragazza fu trovata senza vita, con segni di numerose coltellate, il 26 febbraio 2012 sul greto del Po', nel torinese. Un particolare già scritto in precedenza da Daniele Ughetto nel suo romanzo, e mai pubblicato, 'La rosa e il leone'. Coincidenza inquietante, che aveva attirato su di lui i sospetti.

Daniele Ughetto Piampaschet
Ma non tutti negli anni lo hanno ritenuto colpevole, infatti la sua è stata una vera odissea giudiziaria. Fu assolto in primo grado, poi fu condannato in appello a 25 anni e 6 mesi per omicidio volontario, era il 2015. Nel 2016 la Cassazione aveva annullato la sentenza e rinviato il caso alla Corte d'assise d'Appello. Un via vai dalle aule fino allo scorso 2 giugno, quando è arrivata la condanna definitiva.

"L'attesa giudiziaria mi ha cambiato la vita. Ora vivo in campagna con la mia famiglia. Conduco una vita raccolta, sto ristrutturando un casolare e continuo a scrivere", aveva detto dopo uno dei tanti processi. Ma il carcere no, e quando i carabinieri si sono recati a Giaveno (Torino) per arrestarlo, lui non c'era. C'era però il padre che li ha aggrediti rimediando un arresto per resistenza a pubblico ufficiale.

Ora di Daniele Ughetto Piampaschet non si sa nulla, il telefono è staccato, e gli appelli degli investigatori e del suo avvocato difensore sono caduti nel vuoto. Chi lo conosce pensa si sia nascosto in qualche cascinale, magari per scrivere un altro capitolo della sua vita, cercando di evitare che siano i giudici a scriverlo per lui.

Lo scorso anni, dopo la condanna in secondo grado, il pubblico ministero aveva chiesto l'arresto ma il giudice non ritenne fondato "il pericolo di fuga" e il Piampashet rimase in libertà in attesa della sentenza definitiva. Una motivazione clamorosamente smentita dai fatti di questi giorni.
(Quotidiano.net)


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venerdì 19 aprile 2019

Tratta di nigeriane. Undici arresti a Torino e in altre città

Operazione dei Carabinieri del nucleo investigativo. Torino, tratta di nigeriane destinate alla prostituzione, 11 arresti.


Reclutate e sottoposte a un rituale woodoo. Dopo il viaggio sul gommone e l’approdo in Sicilia venivano ospitate nei centri di accoglienza e da lì prelevate dall'organizzazione e portate in Piemonte. Riscatto fissato a 25mila euro.

Approfittando delle condizioni di fragilità in cui si trovavano, le ingannavano promettendo lavoro e casa in Italia, ma quando giungevano alla meta venivano costrette a prostituirsi. A scoprirlo i carabinieri del Nucleo investigativo di Torino che hanno sgominato un’organizzazione criminale internazionale al femminile specializzata nel traffico di giovani donne nigeriane destinate alla prostituzione.

I carabinieri del nucleo investigativo di Torino hanno sgominato un’organizzazione criminale internazionale, composta prevalentemente da donne, specializzata nel traffico di giovani ragazze nigeriane destinate alla prostituzione. Undici nigeriani, otto donne e tre uomini, sono stati arrestati a Torino e in altre località sul territorio nazionale, ritenuti responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione.

Le denunce partite dagli stessi centri di accoglienza che avevano giudicato anomale le continue "sparizioni" delle ragazze nigeriane ospiti.

Nel traffico sono state coinvolte almeno 50 ragazze, tutte nigeriane e alcune delle quali minorenni



Il viaggio
Le giovani donne nigeriane venivano reclutate nel loro Paese, in particolare dall'area attorno alla città di Benin City, e sottoposte a un rito di magia woodoo. Dopo un lungo viaggio fino in Libia attraverso il deserto e dopo un'attesa di mesi nei campi di detenzione, salpavano su gommoni diretti verso Lampedusa.

Ospiti nei centri di accoglienza, in primis il Cara di Mineo, venivano poi prelevate dall'organizzazione e portate a Torino. Le giovani erano poi costrette a prostituirsi per fare fronte al debito contratto, pari a 25mila euro e oltre.


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Maris Davis Joseph

lunedì 8 aprile 2019

Modena, nigeriana uccisa a sprangate. Confessa l'autore del delitto.

A Modena nigeriana uccisa a sprangate da un cliente, confessa un 41enne siciliano.


È di origini siciliane, 41 anni, l'uomo che si è costituito e ha confessato il delitto della donna nigeriana trovata cadavere ieri mattina a Modena in un fosso, in stradella Toni, nella frazione di Albareto.

L'assassino ha guidato per diversi chilometri con il cadavere della donna nel furgoncino prima di liberarsi del suo corpo gettandolo in un fosso alla periferia di Modena

L'uomo avrebbe preteso la restituzione di 20 euro pagati alla donna per un rapporto sessuale non andato poi a buon fine. Sembra che l'uomo non sia riuscito ad avere un'erezione soddisfacente e quindi abbia preteso la restituzione del denaro.

Al rifiuto della donna si è scatenata la furia omicida di Leopoldo Salici, un palermitano senza fissa dimora si è costituito nel tardo pomeriggio nella caserma dei carabinieri di Modena e poi è stato interrogato dal pm Angela Sighicelli.

La vittima, Benedicta San, 40 anni, una prostituta nigeriana, sarebbe stata uccisa a sprangate. L’omicidio potrebbe essere avvenuto a seguito di una lite per un rapporto sessuale che non è riuscito a consumare in modo soddisfacente. La vittima è stata colpita più volte alla testa e al volto con un attrezzo che si trovava nel furgone che l'uomo aveva preso in prestito da un amico.

Secondo le indagini che sono in mano alla squadra mobile della polizia, la 40enne potrebbe essere stata uccisa altrove, poi il corpo abbandonato appunto nelle campagne alle porte di Modena, dove un passante ieri in tarda mattinata lo ha notato all'interno di un fosso.

Secondo le prime ricostruzioni l'uomo avrebbe caricato la vittima su un furgone a Modena preso in prestito da un amico, poi, nel corso di un rapporto sessuale o nei momenti immediatamente successivi, l'avrebbe colpita più volte al capo e al volto con una morsa da banco, un utensile dal peso di diversi chilogrammi, dopo una discussione sulla prestazione, ma non legata al compenso economico, avvenuta sempre all'interno del mezzo.

Il procuratore capo Lucia Musti ha spiegato che «le indagini a 23 ore dal fatto non possono dirsi di certo concluse, ma alle 20 e 20 di ieri, confermo, abbiamo sottoposto a fermo l’uomo che si è presentato spontaneamente alla caserma dei carabinieri di Pavullo». È proprio sul racconto di Scalici che gli inquirenti stanno ricostruendo l’accaduto, tutte parole da vagliare e comprovare.

Scalici, incensurato, disoccupato e senza una dimora fissa, avrebbe guidato per un lasso di tempo ancora da stabilire con la donna ormai morta sul furgone, decidendo poi di liberarsi del cadavere, in un fosso. È stato poi un passante a notare il corpo e a dare l’allarme.

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Maris Davis Joseph

sabato 5 gennaio 2019

Litorale Domitio e mafia nigeriana. Traffico di organi e schiave sessuali. Interviene l'FBI

Crocevia internazionale per le schiave del sesso e per le persone rapite destinate al commercio di organi sembra essere il litorale campano.


Un atroce sospetto
C'è chi parte piena di speranze dall'Africa e ricompare nelle città del nord Europa o sulla via Domitiana e c'è chi, invece, una volta lasciato il proprio villaggio, sparisce nel nulla.

La tratta degli esseri umani gestita dalla mafia nigeriana ha due finalità. Entrambe mostruose. Lo sfruttamento delle schiave del sesso, per le ragazze, e il traffico di organi che coinvolge sia uomini che donne. È su questo che lavora una task force internazionale che, dal mese di luglio, vede impegnate l'FBI, la polizia italiana, con lo Sco a coordinare i lavori delle squadre mobili di Caserta, Roma, Palermo e Torino e che, a breve, potrebbe vedere coinvolta anche la polizia canadese.

Sono giunti gli ispettori del Fbi, entrati da una porta laterale del palazzo della Procura di Napoli per non dare nell’occhio. Hanno parlato con i magistrati che si occupano di mafia nigeriana a Castel Volturno e nel casertano. Si sono fatti spiegare le tecniche investigative messe in piedi dalla Dda partenopea da cui hanno appreso notizie e segreti

La traccia
Ripercorrendo un anomalo transito di soldi dalle città statunitensi roccheforti della mafia nera, le indagini degli agenti federali americani si sono incrociate con l'inchiesta che, ormai da anni, impegna la Dda di Napoli sul fronte Casertano.

Da Atlanta, New York City e Chicago è stato monitorato un flusso di denaro costante tra personaggi di un certo rilievo in seno ai Vicking, agli Eyes e ai Black Axe, ovvero i principali gruppi del crimine organizzato nigeriano attivo negli Usa, e immigrati africani che vivono in povertà sul Litorale Domitio. Ricorrendo al money transfer con la Western Union, ma anche a prepagate paypal, pezzi grossi della mafia nera hanno fatto transitare il denaro di attività illecite di varia natura per Castel Volturno.

Il Litorale campano è crocevia di esseri umani, ormai è fatto storico e noto, ma lo è anche crocevia di flussi di soldi veicolati dal crimine organizzato nigeriano. È stato riannodando quei fili che gli agenti dell'Fbi sono stati in Italia, in estate e, in autunno, la polizia italiana incaricata dell'inchiesta si è recata a New York per uno scambio informativo.

I capimafia nigeriani residenti negli Usa utilizzano anche canali di underground banking ovvero servizi finanziari del deep web. Intercettando quei flussi di soldi la Dda e le forze di polizia americane hanno trovato un filo conduttore esistente tra il nord America, il Canada e il Litorale Domitio dove sui conti di insospettabili immigrati arrivano somme di denaro da «deposito» provenienti dai boss neri che vivono nelle grandi città americane e nel Canada.

Soldi che in parte potrebbero provenire dall'imponente giro di droga che la mafia nera gestisce in Europa e in almeno altri due continenti, e che servono per finanziare il principale business: la tratta di esseri umani. Per corrompere funzionari, pagare i traghettatori che accompagnano le vittime lungo il viaggio che risale l'Africa dalla Costa D'Avorio, dal Niger e da altri Paesi del continente africano, servono molti soldi e, a quanto pare, il crimine organizzato che ha base principale a Benin City, in Nigeria, ne dispone.

Indagini a livello internazionale
L'inchiesta è partita seguendo le tracce di passaggi anomali di denaro delle bande criminali della mafia nigeriana negli Stati Uniti (i Vicking, gli Eyes e i Black Axe), e analizzando i flussi, veicolati attraverso i money transfer ma anche paypal, è arrivata a Castel Volturno. Qui, sui conti di insospettabili immigrati nigeriani, arrivano fondi ingenti.

E quando i poveracci che finiscono nelle mani dei trafficanti arrivano in Italia, invece di una vita di speranza inizia l'incubo: le ragazze, nascoste in case abusive della costa casertana, vengono avviate alla prostituzione a suon di pugni, calci, stupri e riti woodoo. Le più belle e giovani sono quindi mandate nei bordelli del nord Europa, mentre le altre restano sulla via Domiziana fino a quando non riescono, se riescono, a ripagare il "debito" contratto con la mafia nigeriana, che si aggira tra i 15 e i 20mila euro a testa.

La rotta
Il denaro parte dall'America e transita per il napoletano e casertano per poi partire verso altre rotte per ora sconosciute, le donne e le ragazze sono destinate al mercato del sesso, come vere e proprie "schiave bambine", e solo in alcuni casi la meta finale delle persone rapite resta il Litorale.

Le connection house allestite nelle oltre 700 case abusive abbandonate lungo la costa casertana sono solo la punta di un iceberg. Lo stato di abbandono totale degli edifici simbolo del mancato boom turistico rappresenta una base sicura da cui far ripartire le ragazze che, contro la propria volontà, massacrate di botte, violentate, legate al nodo del rito woodoo, finiscono nel Nord Europa e nei Paesi scandinavi nei bordelli d'élite. C'è una selezione, spiegano alcune delle ragazze che sono riuscite a pagare il «debito» con la mafia nigeriana e hanno riconquistato la propria libertà dopo aver messo insieme cifre oscillanti tra i 15mila e i 20mila euro. «Le più belle vengono mandate al nord», dicono, «le altre, come me, restano sulla Domitiana». Ma non solo: c'è anche il fenomeno del traffico di organi.

Il listino nigeriano
La tratta che alimenta il traffico di organi resta un fenomeno tutto da esplorare. Non è possibile stabilire quante persone spariscono dai villaggi africani per mano della mafia nera. Inchieste non troppo datate, risalenti al 2010, hanno stabilito alcune delle cifre che muovono il business: un rene «costa» 12 milioni di naira, la moneta nigeriana, ovvero 60mila euro. A Lagos, più volte, la polizia ha trovato donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Il cuore della tratta è a Benin City, Edo State.

Traffico di organi
Ma oltre alla prostituzione c'è un orrore più grande. Il traffico di organi, un mondo nel quale ancora gli investigatori non sono riusciti a fare luce. Quel che è certo è che il fenomeno esiste, ma in che termini non si sa di preciso.

Quello che si è accertato è che non tutte le ragazze che partono dalla Nigeria arrivano in Europa. Molte muoiono lungo il viaggio, nel deserto, altre vengono vendute già in Libia e si disperdono nei bordelli libici, ma altre ancora (compresi uomini) restano vittime del traffico di organi.

Ed è proprio questa l'atroce ipotesi fatta dall'FBI americana arrivata negli scorsi mesi in Italia per aiutare la DDA italiana ad analizzare l'anomalo flusso di denaro che transita attraverso la rocca-forte della mafia nigeriana in Italia, il litorale Domitio, Castel Volturno e dintorni.
(Il Messaggero)


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lunedì 19 novembre 2018

Verona, giovanissima nigeriana ridotta in schiavitù denuncia e fa arrestare la sua mamam

A Verona arrestata una «mamam» e il suo compagno per riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione. Salvate due ragazze nigeriane.


La minaccia del Woodoo
Riti animisti e minacce di morte per loro stesse e per le loro famiglie in Nigeria, che avevano letteralmente terrorizzato due ragazzine nigeriane, uno poco più che maggiorenne, costrette ad obbedire senza alcuna esitazione agli ordini dei loro aguzzini.

Un incubo terminato a fine ottobre per due giovanissime ragazze nigeriane «liberate» dagli agenti della squadra mobile di Verona che hanno arrestato con le pesantissime accuse di riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, la loro «mamam» e il braccio destro di quest’ultima.

Una delle ragazze, come ha spiegato il dirigente della Mobile Roberto Di Benedetto, era arrivata in Italia nel 2016 con i barconi, ancora minorenne. E a un’operatrice del centro di accoglienza siciliano in cui era stata ospite, aveva raccontato tutta la sua storia. Il debito contratto in Nigeria con chi le aveva organizzato il viaggio verso l’Europa, la minaccia del woodoo e il futuro segnato sulle strade del Nord Italia.

Quando, ad inizio del 2017, la giovane era fuggita dal centro, gli operatori avevano lanciato l’allarme e la giovane era stata identificata a Verona. Costretta a "vendersi" insieme a un’altra connazionale poco più grande, sulle strade della ZAI di Verona, la zona industriale a ridosso della Fiera.

L’indagine
L’indagine, coordinata dalla Dda di Venezia, ha iniziato a far luce sullo sfruttamento. I poliziotti sono risaliti all'abitazione in via Gaspare Dal Carretto  a Verona dove le due giovani vivevano. E a scoprire che le due dipendevano in tutto e per tutto dagli ordini della «mamam», Lilian Edward, nigeriana di 40 anni e regolare in Italia.

(Video girato dalle forze dell'ordine all'interno della casa dove sono state trovate le due ragazze)

Grazie alle conversazioni intercettate, si è scoperto che era stato il braccio destro di Edward, il camerunense Denis Morgan (35 anni) ad andare fino a Bologna per recuperare la giovane e portarla fino a Verona dove, ad inizio del 2018, aveva iniziato a «lavorare» sulla strada. A marzo, i due aguzzini, si erano spaventati a causa della notizia di una maxi operazioni anti-tratta realizzata in Emilia Romagna e avevano cercato un’altra sistemazione per le due «schiave».

Grazie alla complicità di un’altra nigeriana (denunciata a piede libero per favoreggiamento), i due avevano trovato un altro appartamento sempre in Borgo Roma, dove poi sono state trovate le due giovani ora affidate a una comunità protetta.

Il compagno della mamam
Nei guai è finito anche il compagno della mamam, denunciato a piede libero per sfruttamento. In estate, quando Edward (la mamam arrestata) era rientrata in Nigeria per le vacanze, era stato lui a tenere le fila dell’organizzazione, incassando i proventi dell’attività delle due giovani ragazze. Le indagini ora proseguono per cercare di risalire alle identità di tutti i componenti dell’organizzazione.
(Corriere del Veneto)


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giovedì 25 ottobre 2018

Piemonte. Seicento ragazze nigeriane tolte dalla strada

La battaglia in Piemonte contro la tratta di esseri umani dell'assessore Monica Cerruti (SEL, Sinistra Ecologia e Libertà). "Il mio appello ai clienti, non favorite il traffico di esseri umani"


La tratta è un fenomeno terribile, che in Italia ruota soprattutto attorno alle principali città italiane e in modo particolare a Torino. Per questo in Piemonte abbiamo intrapreso una battaglia per cercare di rendere difficile la vita a sfruttatori senza scrupoli. Abbiamo adottato diverse misure che hanno portato dal 2014 al 2018, grazie alle unità di strada e ai nostri sportelli, a contattare 8.558 donne cadute nel giro. Oltre 600 sono state le ragazze, in prevalenza nigeriane, sottratte a sfruttatori senza scrupoli.

Certo, questa è poca cosa. Servirebbero interventi più incisivi. Ci chiediamo se una maggiore consapevolezza da parte dei clienti sul fatto che queste persone sono costrette a prostituirsi perché hanno paura per la vita dei familiari ancora in Nigeria, della loro stessa incolumità, potrebbe indurli a desistere dal pagarle per fare sesso? Forse no. Ma noi continuiamo a sperare e a loro ci appelliamo perché non favoriscano il traffico di esseri umani.

Per far riflettere su tutto ciò, in occasione della dodicesima giornata europea contro la tratta che cade ogni anno il 18 ottobre, abbiamo fatto sì che il simbolo di Torino venisse illuminato. La Mole Antonelliana si è colorata di blu e arancione con le frasi ‘Stop tratta esseri umani’ e ‘Stop human trafficking’

Proprio ai suoi piedi abbiamo pensato di liberare quaranta palloncini con sopra il numero verde antitratta. Mentre nella sede della Regione abbiamo voluto inaugurare la mostra fotografica ‘Princess, a life helping victims of human trafficking’, della fotoreporter spagnola Quintina Valero. Con questi appuntamenti vogliamo sottolineare la gravità di quanto sta avvenendo sulle nostre strade. E ricordare che in Piemonte siamo impegnati ad aiutare le vittime, attraverso una rete di case rifugio, associazioni, e l’osservatorio l’Anello Forte. La tratta è una violazione dei diritti umani, che si traduce nella mercificazione dell’individuo e nella sopraffazione della sua dignità. Va fermata.
(Monica Cerruti, assessore Pari Opportunità regione Piemonte)



Grazie Monica, grazie anche a nome delle altre 32.000 ragazze nigeriane che ancora oggi in Italia sono "trafficate", non ancora salvate, costrette a prostituirsi, violentate ogni giorno da "clienti" che le stuprano per pochi euro. Battaglie come la sua dovrebbero essere prese ad esempio da tutte le altre regioni italiane.
(Maris Davis e Le Ragazze di Benin City)




Articolo a cura di
Maris Davis


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