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martedì 9 luglio 2019

RD Congo, sentenza della CPI. "Terminator", ex-signore della guerra, colpevole di crimini contro l'umanità

I giudici della Corte penale internazionale hanno ritenuto l’ex warlord filorwandese responsabile di diciotto capi d’accusa per crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nella Repubblica democratica del Congo, con la complicità del Rwanda.



L’ex signore della guerra congolese, Bosco Ntaganda, tristemente noto come “Terminator”, è stato giudicato colpevole dalla Corte penale internazionale (Cpi) per 18 capi d’accusa relativi a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Tra questi spiccano: esecuzioni sommarie, stupri di massa, schiavitù sessuale, mutilazioni, trasferimento forzato della popolazione civile e arruolamento di bambini soldato. Il tribunale dell’Aia ha stabilito che l’entità della condanna che dovrà scontare in carcere, sarà determinata in una successiva udienza.

Chi è stato Bosco Ntaganda
Il quarantacinquenne Ntaganda, di etnia tutsi, è stato accusato di aver diretto e pianificato il massacro di civili compiuto dai suoi soldati nella regione dell'Ituri, nell’est della Repubblica democratica del Congo, tra il 2002 e il 2003. All'epoca, l’imputato era al comando delle operazioni militari delle Forze patriottiche per la liberazione del Congo (Fplc), l’ala armata del gruppo ribelle che rispondeva all'altisonante nome di Unione dei patrioti congolesi (Upc), ma non era niente altro che una delle numerose sanguinarie milizie attive da anni nel paese.

La carriera militare dell’ex capo ribelle è iniziata nel 1990, quando, ad appena 17 anni, si unì al Fronte patriottico rwandese (Fpr), oggi al potere a Kigali (Rwanda). Da allora, ha fatto parte di diversi gruppi armati e nel gennaio 2008, dopo la cattura dell’ex generale filorwandese Laurent Nkunda in Rwanda (che sarebbe stato tradito proprio da Ntaganda), è diventato il leader dei ribelli tutsi del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo). Il 23 marzo 2009 ha firmato un accordo di pace con il governo di Kinshasa e, nonostante si fosse macchiato di efferati crimini, venne integrato con il grado di generale insieme a tutti i suoi uomini, nei ranghi dell’esercito regolare congolese.

Nell'aprile del 2012, esasperato dalle promesse non mantenute dell’allora presidente congolese Joseph Kabila, insieme a circa altri 700 soldati a lui fedeli disertò, tornando sulle colline del Nord Kivu dove creò il nuovo gruppo M23 (richiamandosi proprio agli accordi del 23 marzo 2009) che nel giro di qualche mese riuscì a prendere Goma, capitale della provincia del Nord Kivu e città strategica del Congo orientale.

Il processo
Nel corso delle udienze cominciate il 2 settembre 2015, le decine di testimoni, tra cui un elevato numero di ex bambini soldato, hanno fornito ai pubblici ministeri orribili particolari sul trattamento riservato alle vittime delle violenze dell’Upc. I giudici hanno anche accertato che Ntaganda uccise personalmente un sacerdote cattolico. Gli attacchi della milizia paramilitare, composta principalmente da uomini di etnia Hema, presero di mira specifici gruppi etnici come Lendu, Bira e Nande.

Gli attivisti per i diritti umani hanno accolto favorevolmente la decisione della corte. «Coltiviamo la speranza che il verdetto di oggi offra qualche consolazione alle migliaia di persone colpite dai crimini di Ntaganda e spiani loro la strada per ottenere finalmente giustizia», ha twittato Amnesty International.

Mentre le organizzazioni congolesi che hanno raccolto le prove per contribuire a garantire la condanna di Ntaganda, hanno detto che altri sospetti criminali godono ancora di impunità e che numerose atrocità continuano a essere commesse nella Repubblica Democratica del Congo.

Bosco Ntaganda era rimasto in libertà per sette anni dopo che nel 2006 la Corte dell'Aja aveva spiccato il mandato di arresto nei suoi confronti, suscitando l’irritazione dei giudici del Tribunale internazionale per le sue frequenti apparizioni in pubblico.

La paura di essere ucciso dai suoi stessi uomini
Poi, con una mossa a sorpresa, nel marzo 2013, si è consegnato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kigali, in Rwanda. I motivi all'origine della resa di Ntaganda, potrebbero essere riconducibili alle guerre intestine che minarono l’M23 e sancirono la sconfitta della fazione guidata dall'ex signore della guerra, che per evitare di essere eliminato nella faida interna si rifugiò all'interno dell’ambasciata americana in Rwanda. Da dove chiederà di essere estradato all'Aia per rispondere delle accuse formulate nei suoi confronti.

Bosco Ntaganda è uno dei cinque ex signori della guerra congolesi che sono comparsi dinanzi ai giudici della Cpi, istituita nel luglio 2002 per giudicare i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e i genocidi, in qualunque posto e in qualunque momento siano stati commessi.

Nel luglio 2012, la Corte ha condannato a 14 anni di carcere il fondatore dell’Upc, Thomas Lubanga, per la coscrizione forzata di bambini soldato, mentre negli anni recenti ha prosciolto diversi imputati. Tuttavia, alcuni paesi africani hanno ripetutamente accusato l’istituzione internazionale di concentrare la propria azione solo sugli africani, mentre crimini di guerra e contro l'umanità vengono compiuto in continuazione ovunque, soprattutto in Asia e in Medio-Oriente.


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lunedì 19 novembre 2018

Repubblica Centrafricana. Attacco ad un gruppo di rifugiati cristiani, decine di vittime

Il bilancio provvisorio è di 42 vittime, ma potrebbe salire a 100. Il massacro sarebbe stato compiuto da una frangia militare ribelle di ispirazione musulmana vicina alle milizie Seleka. Il Paese da anni è scosso dalla guerra civile.


Nell'assalto compiuto nella cattedrale di Alindao da forze ex-Seleka sarebbero rimasti uccisi anche due sacerdoti, tra i quali il vicario generale della diocesi.

Almeno 42 persone uccise, ma un bilancio che potrebbe salire anche a 100 vittime. Così si è risolto l’attacco di un gruppo di guerriglieri nella Repubblica Centrafricana ai danni di una missione in cui si trovavano dei rifugiati quasi tutti di religione cristiana. La notizia è stata diffusa dalla fondazione pontificia Aiuto alla chiesa che soffre. L’attacco è avvenuto nel compound della cattedrale di Alindao e oltre ai rifugiati sono stati uccisi anche due sacerdoti. L’eccidio sarebbe stato da forze ribelli ex Seleka: si tratta di una formazione militare anti governativa attiva fino al 2014.

Ufficialmente i Seleka si sono sciolti ma alcune frange continuano a essere attive in Centrafrica. Pur non avendo una dichiarata ispirazione religiosa, molti degli aderenti sono di religione musulmana. Si finanziano attraverso estorsioni ma anche grazie all'esportazione illegale di caffè e minerali. L’attacco sarebbe stato compiuto dalle forze ribelli del generale Ali Darassa in risposta all'uccisione di un musulmano da parte delle milizie rivali avvenuta il 14 novembre.

L’attacco ad Alindao avviene due settimane dopo quello a Batangafo che ha provocato numerosi decessi e lo sfollamento di oltre 5mila persone attualmente rifugiate negli ospedali. La Repubblica Centrafricana è scossa da anni da una feroce guerra civile. Secondo Medici Senza frontiere nel paese ci sono 690mila sfollati interni mentre altre 570mila persone sono scappati in paesi confinanti. Il tutto su una popolazione complessiva di appena 4,5 milioni.
(Vatican Insider, La Stampa)



Repubblica Centrafricana. Situazione attuale
Il Centrafrica vive ormai il quinto anno di guerra civile da quando, nel 2013, i ribelli del gruppo Seleka (che dichiarano di ispirarsi all’islam) hanno conquistato la capitale e costretto alla fuga l’allora Presidente François Bozizé. Cinque anni nei quali, nonostante i 13mila caschi blu presenti, il Paese è rimasto fondamentalmente un campo di battaglia fra milizie, gruppi armati e bande di malviventi che nel tempo si sono moltiplicati.

Il Governo controlla a malapena buona parte della capitale, Bangui (ma non tutta). Accanto all'esercito governativo (debolissimo) e ai soldati della missione Onu Minusca, sul terreno si muovono i cosiddetti gruppi Antibalaka (sedicenti cristiani e animisti), mentre le milizie di Seleka si sono spostate nelle aree Nord Orientali del Paese, delle quali continuano a mantenere il controllo.

Alla guida dello Stato, dal 30 marzo 2016, c’è il Presidente, eletto al secondo turno nel mese di febbraio, Faustin-Archange Touadéra, prendendo il testimone da Catherine Samba-Panza, l’ex sindaca di Bangui che era stata posta alla presidenza di transizione nel gennaio del 2014. Touadéra non è riuscito né a riportare la pace nel Paese né ad avviare una reale smilitarizzazione dei gruppi armati. E neppure a migliorare le condizioni disperate di una popolazione, già poverissima da ben prima del 2013. Secondo i critici, l’attuale Presidente sarebbe stato incapace di elaborare e realizzare una efficace strategia per uscire da una crisi sempre più drammatica. L’ultimo grido d’allarme, nel gennaio 2018, viene dalla la Croce Rossa Internazionale.

L’organismo umanitario ha denunciato una situazione in ulteriore peggioramento. Oltre metà della popolazione ha bisogno urgente di aiuti internazionali. L’appello della CRI è l’ultimo di una serie lanciati dalle Ong e dai missionari presenti nel Paese. Una situazione che, peraltro, non si può considerare venga descritta in tutta la sua gravità, perché vi sono intere zone del Centrafrica inaccessibili agli stessi volontari e cooperanti (nella seconda metà del 2017 diverse organizzazioni umanitarie sono state costrette a lasciare il Paese per l’estrema insicurezza nella quale si trovavano a operare).

Secondo gli ultimi dati (fine 2017) forniti dall’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu, a causa della realtà indiscriminata di violenze, i profughi interni e i rifugiati centrafricani nei Paesi vicini hanno superato il milione e 200mila (esattamente 688.700 sfollati e 542.380 rifugiati), su un totale 5,7milioni di abitanti.

Per cosa di combatte
Nella classifica dell’Onu sullo sviluppo umano, il Centrafrica risulta essere il Paese più povero del mondo (al 188° posto). Eppure, dispone di ingenti materie prime, sia del suolo che del sottosuolo. Non solo il legname delle foreste che ricoprono buona parte del territorio, ma anche diamanti, oro, petrolio, uranio. Beni che fanno gola alle potenze internazionali, le quali non a caso si contendono l’appoggio del Governo locale: Francia e Cina, ma anche l’Iran (interessato all’uranio) sono gli attori principali, che agiscono con l’appoggio locale di Ciad e Sudan.

Sono scesi dal Nord-Est, che confina con Ciad e Sudan, gli uomini armati che hanno dato origine alle milizie Seleka. Allora, nel 2013, la ragione dichiarata era la rivolta contro il Presidente François Bozizé, accusato di non aver rispettato accordi di pace che prevedevano l’integrazione nell'esercito degli ex combattenti ribelli. Bozizé poi era fuggito, le milizie Seleka avevano insediato Michel Djotodia, in seguito sostituito (a gennaio 2014) da Catherine Samba-Panza (l’unica, fra questi, votata dal Parlamento).

Oggi gli uomini della Seleka sono tornati a occupare le zone da cui provenivano, quel Nord-Est del Paese che alcuni vorrebbero rendere autonomo, dividendo lo Stato africano. Opzione mai nemmeno presa in considerazione dalla comunità internazionale, come pure dal Governo eletto nel 2016.

Va detto che in Centrafrica cristiani, musulmani e aderenti alle religioni tradizionali hanno convissuto pacificamente da secoli. Di sicuro l’eventuale divisione del Paese renderebbe più facile lo sfruttamento delle materie prime. Nel Nord-Est della Repubblica Centrafricana, in particolare nella Regione di Birao, vi sono ricchi giacimenti di petrolio.

Quadro Generale
Il Centrafrica non ha mai conosciuto una vera democrazia. Provato da decenni di malgoverno e colpi di Stato, il Paese non è mai riuscito a risollevarsi. Negli ultimi anni il Paese africano ha anche subito pressioni e instabilità causate dalle vicende politiche degli stati confinanti, Ciad e Sudan, che hanno inciso nella sua tenuta interna, totalmente impreparato a ricevere le ondate di profughi in fuga da altri teatri di guerra. L’insicurezza e il pericolo, oltre a una rete di strade per lo più disastrate, hanno impedito alle agenzie umanitarie di raggiungere le zone colpite dai combattimenti, in particolare nel Nord-Est, e di portare sostegno alla popolazione. La criminalità e il traffico clandestino di diamanti (seconda voce nelle esportazioni del Paese) contribuiscono ad aumentare la già drammatica situazione interna del Centrafrica.

La Repubblica Centrafricana è considerata come uno “Stato fantasma, secondo i report dell’International Crisis Group: il Paese avrebbe perso completamente la propria capacità istituzionale.

Il Centrafrica ha vissuto in una condizione di brutalità continua, sia prima che dopo il raggiungimento dell’indipendenza. Cinquant’anni di regimi autoritari hanno dato vita a uno Stato predatore e violento, in cui l’unica possibilità per arrivare al potere e per mantenerlo è stato il ricorso continuo alla forza. A ciò vanno aggiunte le pressioni esercitate dalla ex potenza coloniale, la Francia, che ha mantenuto legami molto stretti con i vari leader che si sono susseguiti, determinando la caduta o il ritorno di chi poteva dimostrarsi un interlocutore affidabile e garantendosi un altro Paese amico nella Regione, oltre al Ciad.

Il risultato di tutto ciò è che il 70% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà e la condizione di emergenza umanitaria (ora particolarmente drammatica) è una costante.



La nostra Campagna Informativa
"Guerre dimenticate dell'Africa"
- clicca qui -




Articolo a cura di
Maris Davis


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domenica 8 aprile 2018

Almeno 70 morti in un attacco chimico in Siria

Gli attivisti accusano il regime di Assad di avere usato gas sui civili a Douma, città a est di Damasco, e circolano foto e video impressionanti.


Nella notte tra sabato e domenica è stato compiuto un bombardamento chimico a Douma, città alla periferia est di Damasco. Almeno 70 persone sono morte, molte dei quali bambini, secondo il gruppo di soccorso dei Caschi Bianchi. Gli attivisti antigovernativi hanno accusato il regime del presidente Bashar al Assad di esserne responsabile. Foto e video molto impressionanti diffusi sui social network mostrano decine di persone morte ammassate nelle case e nei rifugi in cui avevano cercato riparo, con gli evidenti segni di una morte per soffocamento da gas, come la schiuma bianca alla bocca. Il governo siriano ha respinto le accuse di aver compiuto un attacco chimico.

Nel pomeriggio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato il bombardamento, attribuendone la responsabilità ad Assad, definito «animale». Trump ha detto che ci sarà «un grande prezzo da pagare», e ha accusato l’ex presidente Barack Obama di non essere intervenuto a suo tempo per fermare il dittatore siriano.


Raed al Saleh, capo dei Caschi Bianchi, ha detto ad al Jazeera che ci sono molte persone in condizioni critiche e che è probabile che il bilancio dei morti salirà. Non è ancora chiaro che tipo di gas sia stato usato. Al Saleh ha parlato di cloro, di cui Assad ha fatto largo uso negli ultimi anni, e di un altro agente più forte. Quello di questa notte sembra essere stato uno dei più gravi bombardamenti degli ultimi tempi in Siria.

Il mese scorso erano emersi nuovi sospetti di attacchi chimici del governo siriano a Ghouta orientale, l’area della periferia di Damasco dove si trova Douma, ma alcuni medici avevano sostenuto che i sintomi riscontrati nelle persone coinvolte potevano essere causati dalle sostanze emesse da un missile inesploso. L’ultimo grande attacco chimico in Siria avvenne esattamente un anno fa, a inizio aprile del 2017, quando almeno 74 persone erano morte nella provincia siriana di Idlib, anche in quel caso era stato usato un agente più potente del cloro, forse il sarin, un tipo di gas nervino che agisce rapidamente.


Douma è l’ultima città controllata dai ribelli siriani nella parte orientale di Ghouta, città sotto assedio da anni e contro cui le forze alleate di Assad hanno lanciato una violenta offensiva. Nelle ultime settimane l’esercito di Assad è avanzato riconquistando posizioni, e nei giorni scorsi sono arrivate notizie contrastanti sulla possibilità che l’ultimo gruppo di ribelli a Ghouta orientale, Jaish al Islam, avesse accettato di lasciare la città. È successo però soltanto in parte, e molti miliziani sono ancora nella città. L’agenzia di stampa siriana SANA dice che il bombardamento di sabato notte è stata una risposta proprio ad un attacco alla periferia di Damasco del gruppo.

Come ha spiegato l’analista Michael Horowitz, Ghouta è destinata a essere riconquistata da Assad, ma il punto è quando succederà. I miliziani di Jaish al Islam ancora nella città potrebbero potenzialmente tenere impegnato l’esercito siriano per mesi, impedendo al regime di schierare quei soldati altrove. Per questo, l’obiezione circolata tra i sostenitori di Assad secondo cui non avrebbe senso per il regime bombardare Douma non regge: avrebbe invece interesse a chiudere la questione il prima possibile. Secondo Horowitz, poi, le tempistiche dell’attacco potrebbero essere legate anche alle recenti dichiarazioni di Trump, che ha detto di voler far uscire presto gli Stati Uniti dalla guerra Siriana. Un’eventuale risposta americana al bombardamento, come era avvenuto in passato, sarebbe complicata da presentare pubblicamente per Trump, perché sembrerebbe una marcia indietro.

Negli ultimi giorni, comunque, migliaia di persone, tra cui molti ribelli con le loro famiglie, hanno lasciato Ghouta, grazie a degli accordi tra ribelli e la Russia, alleata di Assad nella guerra in Siria. L’ultima offensiva contro i ribelli di Ghouta è cominciata a metà febbraio, e ha provocato centinaia di morti. A Ghouta vivevano in tutto 400.000 persone, in stato di assedio dal 2013 e negli ultimi mesi in condizioni sempre più difficili a causa di carenza di cibo e medicinali. Interi quartieri delle città della zona sono stati distrutti dai bombardamenti. L’unica grande area della Siria ancora controllata dai ribelli è la provincia di Idlib, nel nord ovest del paese, dominata per lo più da gruppi jihadisti.

Un comunicato del Dipartimento di Stato americano dice che le notizie da Douma, «se confermate, sono terribili e richiedono una risposta immediata dalla comunità internazionale». Nel comunicato, gli Stati Uniti ricordano l’attacco del 2017, per il quale accusano Assad, che dicono deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni, così come la Russia che lo sostiene.

Ghouta fu già attaccata con armi chimiche nell'agosto del 2013. Fu l’attacco che portò gli Stati Uniti molto vicini ad intervenire nel conflitto, ma ci vollero mesi a trovare conferme dell’uso di armi chimiche e infine l’amministrazione di Barack Obama si limitò ad imporre la distruzione delle altre armi chimiche in possesso di Assad. Dopo l’attacco con armi chimiche nella provincia di Idlib dell’aprile del 2017, gli Stati Uniti risposero con il lancio di 59 missili contro obiettivi militari siriani.
(Il Post)

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venerdì 29 dicembre 2017

Uganda, l'esercito attacca gruppo di ribelli nella Repubblica Democratica del Congo. Cento i morti


L'esercito dell'Uganda ha comunicato di aver ucciso, nella Repubblica Democratica del Congo orientale, più di 100 ribelli responsabili dell'attacco del 7 dicembre contro i peacekeeper delle Nazioni Unite che costò la vita a 15 persone. Numerosi altri ribelli sono stati feriti in raid aerei e di artiglieria pesante. 

Quella del 7 dicembre è stata la più sanguinosa offensiva contro una missione Onu all'estero negli ultimi 25 anni.
(TgCom24)

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mercoledì 9 agosto 2017

Repubblica Centrafricana. Escalation di violenze, c'è il rischio di un genocidio

La Repubblica Centrafricana sta vivendo la peggiore violenza settaria dopo il rovesciamento del governo nel 2013 e vi sono chiari "segnali premonitori di un genocidio"

Milizie Séléka libere di circolare con il macete

A lanciare l’allarme alle Nazioni Unite è stato ieri il Sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore delle emergenze, Stephen O'Brien, secondo cui il Centrafrica rischia di sprofondare in una drammatica crisi umanitaria, se la comunità internazionale non riesce a rispondere all'escalation di violenza di questi mesi.

"La violenza si sta intensificando. Ci sono i segni precoci del genocidio, dobbiamo agire ora. Non possiamo sottovalutare la pericolosa diffusione di gruppi militari, alcuni dei quali hanno intenzione di attuare una pulizia etnica villaggio dopo villaggio", ha dichiarato O'Brien.

La missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (MINUSCA) comprende 12.870 militari e personale di polizia. È autorizzato solo fino al 15 novembre

Il conflitto è scoppiato nel 2013, quando un'alleanza di gruppi armati a maggioranza musulmana (conosciuta come Seleka) ha rovesciato allora il presidente François Bozize. L'insurrezione ha innescato la rappresaglia di milizie Anti-Balaka, costituite da gruppi cristiani e animisti. In seguito gli sforzi per stabilizzare il paese hanno temperato la violenza nella capitale, ma i combattimenti sono aumentati negli ultimi mesi nelle zone meridionali, al confine con la Repubblica democratica del Congo, ricche di oro e diamanti.

Il capo degli aiuti alle Nazioni Unite ha fatto notare però che i mezzi della missione Onu nel paese sono ancora largamente insufficienti a coprire l’emergenza crescente, visto che quest’anno è stato incassato solo il 24% dei 497 milioni di dollari richiesti.
(All Africa)

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domenica 30 luglio 2017

Repubblica Democratica del Congo. Si è arreso Ntabo Sheka, uno dei più ricercati signori della guerra

Ntabo Sheka si arrende ai soldati della Monusco
Ntabo Ntaberi Sheka, uno dei più ricercati signori della guerra della Repubblica Democratica del Congo, accusato dalla Corte Penale Intenazionale di crimini contro l'umanità, si è arreso, consegnandosi ai soldati della Monusco, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite nel paese. Dopo essere stato ricercato dal governo congolese per sei anni, Sheka si è presentato davanti ai caschi blu della città di Mutongo, nel territorio di Walikale, ed è stato trasferito a Goma, capoluogo della regione del Nord Kivu.

La milizia Mai-Mai che porta il suo nome (Mai-Mai Sheka), attiva nel settore orientale del paese, è regolarmente accusata dall'Onu e dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani di uso dello stupro come arma di guerra.

Secondo le Nazioni Unite, le forze di Sheka, assieme ad altri due gruppi armati, hanno violentato almeno 387 donne tra il 30 luglio e il 2 agosto 2010, per punirli per la presunta collaborazione con le forze governative congolesi. Episodio per il quale Ntabo Sheka è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale.

"Migliaia di civili nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo sono stati vittime di crimini commessi dalle milizie al comando di Sheka" ha dichiarato il direttore di Human Rights Watch per l’Africa centrale, Ida Sawyer.

La stessa organizzazione nel 2015 aveva calcolato che i suoi Mai-Mai avessero ucciso almeno 70 civili dopo l'emissione del mandato d'arresto nei suoi confronti, nel gennaio 2011, molti dei quali uccisi a colpi di machete, tagliati a pezzi e fatti sfilare in città accompagnati da canti diffamatori contro gruppi etnici rivali.
(Reuters)


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mercoledì 28 giugno 2017

Repubblica Democratica del Congo, trovate altre dieci fosse comuni nel Kasai

Gli operatori della Croce Rossa congolese hanno scoperto altre 10 fosse comuni nella centrale provincia del Kasai, in Repubblica democratica del Congo, terreno di scontro da un anno ormai, tra l’esercito e la locale ribellione separatista Kamwina Nsapu.

Il rinvenimento delle 10 nuove sepolture di massa, annunciato ieri dal procuratore generale della Repubblica Flory Kabange Numbi e dal revisore generale delle Forze armate, generale Joseph Ponde, fa salire a 52 il numero totale di fosse comuni scoperte, e ad oltre 3.380 i morti, secondo fonti della chiesa cattolica locale, dall'avvio del conflitto, che dall’agosto 2016 ha provocato un milione e 300 mila profughi.

Delle responsabilità per i massacri milizie e militari si accusano a vicenda

Nel corso della conferenza stampa di ieri nella capitale Kinshasa, Pende ha detto ai giornalisti che i combattenti Kamuina Nsapu sono sospettati delle esecuzioni sommarie e delle sepolture nella provincia di Kasai. Anche il governo aveva in precedenza accusato i ribelli per altre fosse comuni, scoperte nella vicina provincia Kasai-Centrale. Ma qui testimoni locali intervistati lo scorso marzo da Reuters hanno detto d’aver visto mezzi dell’esercito scaricare e sotterrare i corpi.

Vai al sito che documenta le violenze nel Kasai

Il conflitto L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha di recente accusato una milizia legata al governo, di assassinare e mutilare i civili in Kasai. Le autorità congolesi negano le accuse.

La settimana scorsa, il Consiglio Onu per i diritti umani ha approvato un'inchiesta internazionale sui massacri, nonostante il rifiuto delle autorità congolesi che la considerano una violazione delle sovranità nazionale.
(Voice of Afrique)


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lunedì 26 giugno 2017

Sud Sudan. Amnesty International documenta la "pulizia etnica" degli Shilluck nell'Alto Nilo


Nel rapportoIt was as if my village was swept by a flood’. The mass displacement of the shilluk population from the west bank of the White Nile, South Sudan” (‘È stato come se il mio villaggio fosse stato spazzato via da un’alluvione’. La cacciata di massa della popolazione shilluk dalla riva occidentale del Nilo Bianco, Sud Sudan”) diffuso mercoledì, Amnesty International denuncia la pulizia etnica degli shilluk, ad opera dell’esercito governativo, fedele al presidente Salva Kiir.



Il rapporto è basato su decine di interviste fatte dai ricercatori in un campo profughi nella zona di Aburoc, in un sito per la protezione dei civili difeso dalle Nazioni Unite nella città di Malakal, e su foto satellitari. Gli intervistati hanno raccontato di come, dopo gli attacchi, i soldati e i miliziani loro alleati rubassero ogni cosa: dalle scorte di cibo, ai mobili, e persino le porte delle case. Un capo villaggio ha descritto la distruzione come “essere stati sommersi da un’inondazione”.

Secondo le dichiarazioni di Joanne Mariner, consulente per le risposte alle crisi dell’organizzazione, “Intere zone del territorio degli shilluk sono state devastate; le loro case saccheggiate e poi date alle fiamme. Le prospettive di tornare indietro sono scarse, anche a causa della crescente crisi umanitaria nella regione e del timore di subire nuovamente violenza”. La Mariner ha continuato “Pur avendo presente che la storia del Sud Sudan è segnata da ostilità tra le etnie, lo sfollamento di massa di quasi tutta la popolazione shilluk è un fatto veramente sconcertante”.

Ora 10.000 persone si trovano nel campo per sfollati di Aburoc in condizioni drammatiche, con pochissima acqua a disposizione e poco supporto alimentare. Nel campo si sono già verificati numerosi casi di colera. La maggior parte della popolazione ha passato il confine con il Sudan in cerca della protezione internazionale.

La zona di stanziamento degli shilluk, terzo gruppo etnico del paese, si trova sulla riva occidentale del Nilo Bianco e, fino all'offensiva dell’esercito governativo sferrata all'inizio dell’anno, era sotto il controllo del gruppo di opposizione di Johnson Olony, conosciuto come Agwelek, alleato dell’Splm-Io di Riak Machar.
(Amnesty International)



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giovedì 22 giugno 2017

Repubblica Democratica del Congo. La Chiesa denuncia oltre tremila morti e devastazioni nel Kasai

Ritrovamento di una fossa comune del Kasai

Le forze di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo, la milizia Kamwina Nsapu e altre forze non identificate, hanno ucciso almeno 3,383 persone nelle quattro Circoscrizioni ecclesiastiche del Grande Kasai dallo scorso ottobre. La vastità dei massacri è descritta in un dossier, diffuso martedì scorso dalla chiesa cattolica congolese.

La Nunziatura Apostolica, citando proprie fonti nel remoto territorio centro-meridionale al confine con l’Angola, racconta la distruzione di 10 villaggi da parte dell’esercito, compiuta nel tentativo di fermare l’insurrezione. Il rapporto accusa anche le milizie di Kamuina Nsapu di aver ucciso centinaia di persone, distruggendo 4 villaggi e attaccando proprietà della chiesa. Sei villaggi sarebbero stati devastati da gruppi armati non identificati e 30 le fosse comuni rinvenute.


Le comunità cattoliche di Kananga, Mbuji-Mayi, Luiza e Luebo (e marginalmente quelle di Mweka e Kolwezi) sono state travolte dalla furia delle violenze. Il rapporto parla dei due vescovi di Luiza e Luebo costretti all’esilio: monsignor Félicien Mwanama Galumbulula e monsignor Pierre-Célestin Tshitoko Mamba, il cui episcopio è stato distrutto.

Le parrocchie chiuse o danneggiate sono 60, le case religiose chiuse o danneggiate sono 34, le strutture sanitarie cattoliche colpite sono 31 e le scuole cattoliche chiuse o danneggiate 141. I seminari costretti alla chiusura sono 5, dei quali 2 sono seminari maggiori.

La relazione della chiesa locale avrà un peso considerevole, perché circa il 40 per cento della popolazione si identifica nella religione cattolica, ed anche perché la Conferenza episcopale ha avuto un ruolo di primo piano come mediatore della crisi politica tutt'ora in atto.

I combattimenti sono aumentati nella provincia centrale di Kasai, diffondendosi poi in quattro regioni limitrofe, da quando lo scorso agosto l'esercito ha ucciso un capo tradizionale (Kamwina Nsapu) che chiedeva al governo centrale di lasciare la regione nelle mani dei leaders locali. Circa un milione e 300 mila persone sono fuggite dalle violenze.

I massacri, documentati anche dal ritrovamento di 42 fosse comuni, hanno accentuato le tensioni politiche dovute alla decisione del presidente Joseph Kabila di rimanere al potere oltre la fine del suo secondo ed ultimo mandato, a dicembre 2016. La regione di Kasai è, infatti, storicamente, la roccaforte dell’opposizione.

Il Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani dovrebbe decidere questa settimana se autorizzare un'inchiesta sui massacri, chiesta dall'Alto commissario per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein. Ma il governo congolese ha annunciato lunedì la sua ferma opposizione ad un'indagine internazionale, dicendo che violerebbe la sua sovranità.
(Reuters)



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martedì 30 maggio 2017

Repubblica Democratica del Congo. Protesta della società civile contro i rapimenti a scopo di estorsione

La società civile di Rutshuru, nel Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ha indetto da mercoledì a venerdì prossimi tre giornate di sciopero in protesta contro l’aumento di attacchi e rapimenti a scopo d’estorsione in alcune zone del territorio, un fenomeno in piena rinascita da luglio 2016.

Non è la prima volta che territorio di Rutshuru si trova di fronte a questo tipo di attacchi molto specifici, ma da luglio il business dei sequestri è in piena espansione. I primi obiettivi sono i commercianti e chi lavora per le organizzazioni umanitarie considerate, dicono i residenti, in grado di pagare i riscatti. "Ma questi rapimenti non sono una coincidenza", dice un funzionario locale, accusando a sua volta gruppi Mayi-Mayi, militari e responsabili politici ed economici.

Tra le Ong colpite di recente Save the Children che dopo il rapimento di due suoi operatori il 9 marzo scorso, ha deciso di sospendere parte delle attività in quel territorio. La settimana scorsa è toccato all'organizzazione locale Biferd con quattro dei suoi membri rapiti, portati nella foresta e liberati dopo poche ore. I sequestratori avevano chiesto un riscatto di 20.000 dollari.
(Afrique Presse)


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giovedì 11 maggio 2017

Corte Penale Internazionale. Presto un’inchiesta sui crimini contro i migranti in Libia

Fatou Bensouda
Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, annuncia l’apertura di un’inchiesta sui crimini perpetrati contro i migranti in territorio libico. “Dobbiamo agire”, ha dichiarato Bensouda durante una riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla Libia.

Il mio ufficio sta raccogliendo prove relative a crimini perpetrati contro migranti in Libia, che ormai è diventato un mercato per la tratta di essere umani". Lo ha dichiarato Fatou Bensouda, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, durante una seduta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dedicata alla Libia.

Secondo fonti credibili, gli stupri, gli omicidii e gli atti di tortura sarebbero all'ordine del giorno e sono rimasta scioccata da queste informazioni che assicurano che la Libia è diventato un mercato per la tratta di esseri umani. Di conseguenza, la Corte Penale Internazionale sta seriamente valutando la possibilità di aprire un’inchiesta sui crimini legati ai migranti in territorio libico

Migliaia di migranti, specialmente le donne (che vengono sistematicamente violentate) e i bambini, sarebbero detenuti ovunque nel paese in condizioni molto spesso disumane. Dobbiamo quindi agire per fermare questo fenomeno

Puntando il dito contro una situazione sicurezza che “è considerevolmente peggiorata” da oltre un anno, Fatou Bensouda ha messo in guardia il Consiglio di sicurezza sui legami tra trafficanti di esseri umani, lo sviluppo del crimine organizzato e le reti terroristiche presenti nel paese.

Il procuratore capo della CPI ha poi esortato le autorità libiche ad arrestare l’ex capo della sicurezza di Gheddafi, Al-Touhami Khaled, sospettato di risiedere ancora in Libia e su cui pende dal 2013 un mandato di arresto internazionale.

Centro di detenzione per migranti a Garabuli, Libia

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sabato 20 febbraio 2016

Crimini Isis e Boko Haram, secondo il Parlamento Europeo sono un "Genocidio"

Il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza un ordine del giorno che definisce "Genocidio" i crimini commessi contro le minoranze cristiane e yazide, e altre minoranze religiose dall'Isis in Medio oriente, da Boko Haram in Nigeria e da altri gruppi estremisti islamici.

L'Unione Europa sta muovendo dei passi decisivi per porre un freno ai massacri perpetrati dai gruppi jihadisti nel mondo, tramite azioni mirate a modificare stabilmente l’assetto legislativo internazionale in materia. Gli abusi e le persecuzioni protratti dall’Isis e da Boko Haram contro i cristiani e altre minoranze religiose sono stati riconosciuti dal Parlamento Europeo come "Genocidio".

Lo scorso 4 febbraio, gli europarlamentari hanno ratificato la risoluzione 2016/2529 dal titolo "Sullo sterminio sistematico delle minoranze religiose da parte dell’Isis", che invita i principali soggetti giuridici mondiali a fornire protezione militare e assistenza ai gruppi particolarmente vulnerabili nel mirino di tutte organizzazioni estremiste islamiche nel mondo.

Il provvedimento è il risultato di una serie di azioni legislative congiunte, adottate da alcuni anni a seguito dei fenomeni terroristici, che fanno tutte capo alla Convenzione delle Nazioni Unite del 9 dicembre 1948 (Diritti Umani) per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio.

Notevole il numero di istituzioni a cui il Parlamento ha indirizzato la risoluzione: il Consiglio e la Commissione UE, l’Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, il Rappresentante speciale dell’UE per i Diritti Umani, il Segretario generale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il governo e il Consiglio dei rappresentanti di Iraq e Siria, il governo regionale del Kurdistan, le istituzioni dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), il Consiglio di cooperazione per gli Stati arabi del Golfo (GCC), il parlamento e il presidente della Nigeria.

La deliberazione ha sottolineato che chiunque commetta o supporti atti di violenza e atrocità per ragioni etniche o religiose, dovrà essere giudicato e condannato per violazione della legislazione internazionale, specialmente i crimini di guerra e i delitti contro l’umanità come appunto il genocidio.

Ai sensi del diritto internazionale, ogni individuo ha il diritto di vivere secondo la propria coscienza e di poter esprimere liberamente le proprie convinzioni religiose e non religiose. Per tale ragione, i leader politici e religiosi hanno il dovere di contrastare a tutti i livelli l’estremismo e promuovere il rispetto reciproco tra individui e gruppi religiosi.

L’intento più lungimirante di questa "delibera" consiste nel voler uniformare i sistemi giuridici nazionali, in particolare negli Stati membri dell’UE, così da impedire per legge a chiunque di partire per arruolarsi all’Isis o in altre organizzazioni terroristiche. Il testo della risoluzione del Parlamento chiede inoltre alla Commissione di nominare un Rappresentante europeo permanente per la libertà di religione e di credo.

"È una decisione storica. I parlamentari eletti nei 28 stati membri, che rappresentano più di 500 milioni di abitanti, hanno inviato un chiaro segnale agli Stati membri, alla Commissione europea e alla comunità internazionale per agire in conformità con il principio della responsabilità di protezione"

Da un punto di vista strettamente valoriale di matrice europea, si tratta di una decisione mirata a favorire il ripristino della dignità di milioni di persone colpite dai crimini barbarici dell’estremismo islamico. "È inoltre significativo come per la prima volta nella storia il Parlamento europeo abbia riconosciuto un genocidio attualmente in corso"

"Dobbiamo aiutare concretamente le minoranze religiose. Se non agiamo subito, entro il 2020 non ci saranno più cristiani né in Iraq, né in Siria, né in Nigeria"