mercoledì 17 gennaio 2018

Nigeria, 4 ragazzine kamikaze si fanno esplodere a Maidguri. 12 morti e 48 feriti

A farsi saltare in aria in un mercato sono state 4 ragazzine riconducibili al gruppo jihadista Boko Haram.


È di almeno 12 morti e 48 feriti il bilancio di un attentato suicida condotto da più kamikaze riconducibili al gruppo jihadista Boko Haram nella città nigeriana di Maiduguri, nel Borno State

Si tratterebbe di quattro giovani donne, che si sono fatte esplodere in un mercato nell'area di Muna Garage, alla periferia della città. Al momento non c’è stata alcuna rivendicazione, anche se l’attentato ha tutti i tratti distintivi di Boko Haram.

Il gruppo terrorista islamista costringe ragazzine giovani, spesso solo bambine, a farsi esplodere

Adolescenti rapite, prigioniere ormai anche da diversi anni. Si calcola che siano ancora duemila le ragazze, le donne e i bambini nelle mani di Boko Haram.

Nelle ultime settimane l’esercito Nigeriano ha intrapreso nel nord-est dello Stato di Borno un’offensiva contro Boko Haram. Questo non ha fermato gli attacchi kamiklaze, che prendono di mira i civili e militari. In particolare questa aggressione arriva poco dopo il rilascio da parte delle autorità di Abuja di 244 ex-miliziani di Boko Haram, sottoposti a un programma di riabilitazione e reinserimento nella società.

In nove anni, il gruppo jihadista ha ucciso più di 25 mila persone e costretto oltre 2,7 milioni a lasciare le proprie abitazioni.

Vicino a quel mercato si trova un campo per sfollati, bersaglio frequente degli attacchi del gruppo estremista.
(La Stampa)

Se un attentato simile fosse stato compiuto in Europa di certo la notizia NON sarebbe stata relegata in un piccolo trafiletto di qualche agenzia di stampa o di un giornale on line.
(Maris)



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Amnesty International. La Shell fu complice per le violenze e gli abusi nel Delta del Niger

Amnesty International ha chiesto a Nigeria, Regno Unito e Olanda di aprire indagini sul ruolo avuto dal gigante petrolifero anglo-olandese Shell in una serie di orribili crimini commessi dal governo militare nigeriano nella regione petrolifera dell'Ogoniland negli anni Novanta.

La richiesta è stata fatta da Amnesty in occasione dell'uscita di un suo rapporto che esamina migliaia di pagine di documenti interni della Shell, dichiarazioni di testimoni e denunce presentate all'epoca dei fatti dalla stessa organizzazione per i diritti umani. La campagna del governo militare nigeriano, per ridurre al silenzio le proteste degli ogoni contro l'inquinamento prodotto dalla Shell, causò gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, molte delle quali costituiscono anche precise fattispecie di reato penale.

"Le prove che abbiamo esaminato mostrano che la Shell incoraggiò ripetutamente i militari nigeriani ad affrontare le proteste locali, pur sapendo l'orrore che questo avrebbe procurato: uccisioni illegali, stupri, torture e villaggi dati alle fiamme", ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International. "In questa brutale repressione la Shell arrivò persino a fornire ai militari sostegno materiale, come i mezzi di trasporto, e in almeno un caso pagò un comandante militare noto per aver violato i diritti umani"

"Il fatto che la compagnia petrolifera non sia mai stata chiamata a risponderne è un oltraggio. Non c'è dubbio che la Shell abbia giocato un ruolo chiave negli eventi che devastarono l'Ogoniland negli anni '90. Crediamo che vi siano ragioni per aprire indagini penali. Presentare l'enorme quantità di prove raccolte è stato il primo passo per portare la Shell di fronte alla giustizia. Ora stiamo preparando una denuncia penale da inoltrare alle autorità competenti"

La campagna del governo nigeriano nell'Ogoniland culminò nell'impiccagione, 22 anni fa, di nove leader ogoni tra cui Ken Saro-Wiwa, lo scrittore e attivista che guidava le proteste. Le esecuzioni, al termine di un processo clamorosamente irregolare, provocarono uno scandalo internazionale.

Ogoniland, Niger Delta
Nel giugno 2017 le vedove di quattro degli impiccati hanno denunciato la Shell alla giustizia olandese, accusando la compagnia petrolifera di complicità nella loro morte. Un individuo o una compagnia possono essere chiamati a rispondere sul piano penale per un reato che abbiano incoraggiato, favorito, facilitato o esacerbato, pur non essendone stati gli autori materiali. Ad esempio, può comportare una responsabilità penale il fatto di essere consapevoli che la propria condotta o un rapporto di stretta vicinanza con gli autori materiali possano contribuire a un reato.

Il nuovo rapporto di Amnesty International, intitolato "Un'impresa criminale?" afferma che la Shell è stata coinvolta con queste modalità nei reati commessi nell'Ogoniland negli anni '90. In quel periodo la Shell era la più importante compagnia petrolifera attiva in Nigeria. Durante la crisi dell'Ogoniland, la Shell e il governo nigeriano operavano come partner in affari e s'incontravano regolarmente per discutere come proteggere i loro interessi.

Memorandum interni e appunti relativi agli incontri mostrano come la Shell abbia fatto pressioni su alti funzionari del governo per ottenere appoggio militare, anche dopo che le forze di sicurezza avevano compiuto uccisioni di massa di dimostranti. Le stesse fonti confermano che la Shell fornì assistenza logistica e finanziaria alle forze armate o alla polizia nigeriana, pur essendo a conoscenza che esse erano coinvolte in assalti mortali contro civili inermi. La Shell ha sempre negato di essere stata coinvolta in violazioni dei diritti umani ma non c'è mai stata un'indagine sulle accuse nei suoi confronti.

Le proteste contro la devastazione dell'Ogoniland causata dalle fuoriuscite di petrolio dagli impianti della Shell erano guidate dal Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop). Nel gennaio 1993, dopo che il Mosop aveva dichiarato che la Shell non era più benvenuta nella regione, la compagnia sospese temporaneamente le attività adducendo motivi di sicurezza. Secondo i documenti interni analizzati da Amnesty, mentre la Shell pubblicamente cercava di minimizzare i danni causati all'ambiente, suoi alti dirigenti riconoscevano che le proteste del Mosop erano legittime ed erano fortemente preoccupati per le cattive condizioni degli oleodotti.

Il 29 ottobre 1990 la Shell chiese a un reparto speciale paramilitare della polizia, chiamato Polizia mobile, "protezione per la sicurezza" per i suoi impianti nel villaggio di Umuechem, dove erano in corso proteste pacifiche. Nel giro di due giorni, la Polizia mobile attaccò il villaggio con fucili e granate, uccidendo almeno 80 persone e dando fuoco a 595 abitazioni. Molti dei corpi vennero gettati in un fiume vicino. Almeno da quel momento in poi, i dirigenti della Shell sarebbero stati consapevoli dei rischi associati alle richieste d'intervento delle forze di sicurezza. Ciò nonostante, la Shell continuò a invocarlo.

Ad esempio nel 1993, poco dopo aver lasciato l'Ogoniland, la Shell chiese ripetutamente al governo nigeriano di dispiegare l'esercito nella regione per proteggere un nuovo oleodotto che era in corso di realizzazione da parte di un'azienda appaltatrice. Il risultato furono 11 morti il 30 aprile nel villaggio di Biara e un morto il 4 maggio nel villaggio di Nonwa. Meno di una settimana dopo l'incursione nel villaggio di Nonwa, funzionari della Shell ebbero una serie di incontri con alti funzionari del governo e della sicurezza della Nigeria. Gli appunti di questi incontri mostrano che, invece di esprimere preoccupazione per l'uccisione di dimostranti inermi, la Shell fece pressioni per poter tornare a operare nell'Ogoniland offrendo in cambio aiuto "logistico"

Inquinamento nel Delta del Niger

La Shell offrì anche sostegno finanziario. Un suo documento interno mostra che il 3 marzo 1994 la Shell versò oltre 900 mila dollari all'Istf, un'unità speciale creata per "ripristinare l'ordine" nell'Ogoniland. Solo 10 giorni prima il comandante di quell'unità aveva ordinato di aprire il fuoco contro una manifestazione di fronte al quartier generale della Shell di Port Harcourt. Il documento spiega che quel pagamento era "un segno di gratitudine e di incentivo per una futura attitudine positiva (verso la Shell)"

"In un certo numero di occasioni, le richieste fatte dalla Shell al governo nigeriano affinché contribuisse ad affrontare quella che la compagnia chiamava 'la questione degli ogoni' vennero seguite da una nuova ondata di violazioni dei diritti umani nell'Ogoniland. È difficile non vedere il rapporto causale o immaginare che la Shell non sapesse come le sue richieste in quel periodo sarebbero state interpretate. In alcuni casi la Shell ebbe un ruolo più diretto nei bagni di sangue, ad esempio trasportando sui suoi mezzi le forze armate nei luoghi ove erano in corso proteste, persino quando divenne chiaro quali sarebbero state le conseguenze di tale comportamento. Questo equivale chiaramente a rendere possibili o facilitare i crimini orribili che ne seguirono"

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Maris Davis

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venerdì 12 gennaio 2018

Kenya, la razzia degli asini africani uccisi per l'elisir dei cinesi

Centomila capi uccisi in Kenya, i masai li vendono per pagare la scuola ai figli.


Prima le zanne d’elefante, poi le corna di rinoceronte, ora la pelle d’asino. La Cina ha messo le mani sull'ennesima materia prima animale del continente africano per soddisfare la crescente domanda interna di ejiao, una gelatina estratta dalla pelle bollita degli asini e usata come farmaco nella medicina tradizionale cinese. Una sostanza usata da più di duemila anni per curare le emorragie e riequilibrare l’energia vitale dello yin e dello yang, ma sempre più richiesta dalla classe media per trattamenti anti-invecchiamento e come integratore per aumentare la libido sessuale.

Gli allevamenti
Un boom che ha spinto il gigante asiatico, fino a pochi anni fa lo Stato con il più alto numero di allevamenti d’asino al mondo (11 milioni di esemplari contro gli attuali 3), a fare razzia in Kenya, uno degli Stati africani che non ha vietato questo commercio, nonché uno dei maggiori alleati di Pechino in Africa.

Negli ultimi due anni, secondo stime governative, sarebbero stati uccisi 100mila esemplari. Numeri in aumento, dato che nei tre macelli della capitale Nairobi, ogni giorno vengono uccisi 450 animali. Cifre a cui vanno aggiunti gli animali che vengono abbattuti in mattatoi non ufficiali spesso nascosti nella savana keniota. L’ultimo censo, realizzato nel 2009 dal dipartimento di veterinaria keniota, stima che l’intera popolazione di asini nel Paese era prossima a 1,8 milioni di capi. Secondo la Donkey Sanctuary, un’organizzazione non profit inglese, di questo passo si arriverà all'estinzione dell’animale in dieci anni, senza contare le sofferenze subite prima della morte.

Sarebbe stato documentato, infatti, che è prassi lasciare a digiuno gli animali per varie settimane così da facilitare lo scuoiamento. Al contrario di altri capi da bestiame come mucche e maiali, gli asini hanno un tasso di riproduzione molto basso: ogni giumenta partorisce in media un asinello. Inoltre il forte stress a cui sono sottoposti ha aumentato il numero degli aborti spontanei.

In molti Paesi dell’Africa orientale l’asino ha ancora oggi un ruolo cruciale per le comunità rurali: mezzo di trasporto per le famiglie e per le merci da vendere nei mercati locali

In Tanzania, dove il commercio di pelle d’asino è bandito così come in altri 8 Stati africani, negli ultimi mesi sono aumentati i furti ad opera di bracconieri che rivendono il pellame nel vicino Kenya.

I soldi per la scuola
Nel villaggio di Esilalei (confine tra Tanzania e Kenya) alcuni pastori hanno denunciato la scomparsa di 475 capi, una perdita che ha li ha ridotti quasi in povertà riducendo i loro profitti da 30 a 5 dollari al giorno. In una recente intervista al New York Times, John Kariuki, direttore del macello di Nqaivasha nella Rift Valley kenyota, ha rispedito al mittente le critiche, affermando che grazie al commercio di pelle d’asino è stato dato lavoro e paghe migliori a migliaia di kenyoti.

«I Maasai hanno capito che per pagare le scuole dei loro figli devono vendere gli asini invece di mucche o capre» ha detto Kariuki al quotidiano americano. Un commercio che ha fatto salire alle stelle sia i prezzi degli asini che della loro pelle. Dal 2014 ad oggi si è passati da 60 a 165 dollari per animale.

Secondo un rapporto pubblicato da Donkey Sanctuary, un’organizzazione non profit inglese, su un totale di 44 milioni di asini presenti nel mondo, 1,8 milioni sono uccisi per produrre l’ejiao, il cui prezzo sul mercato cinese negli ultimi 17 anni è passato da 2,25 a 100 dollari al chilo. Una crescita esponenziale, soprattutto nella remota regione orientale dello Shandong, trainata anche dalla campagna pubblicitaria aggressiva della Dong E-E-Jiao, la principale azienda produttrice di ejiao in Cina.

La Beijing Forestry University ha lanciato l’allarme che se non si interverrà in fretta con un divieto totale del commercio di pelle d’asino nei Paesi africani si ripeterà uno sterminio simile al pangolino. Così come nel caso delle zanne d’elefante e del commercio del corno di rinoceronte, la maggior parte degli Stati africani pur di compiacere la Cina, principale partner commerciale del Continente, ha deciso di sacrificare l’ennesima specie animale, alimentando così nuove gang di trafficanti capaci di aggirare le maglie della giustizia locale.
(La Zampa.it - La Stampa)

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Nigeria. L'Eni sarà processata in Italia per il disastro ambientale nel Delta del Niger

Risarcimento per il disastro ambientale in Nigeria: l'Eni sarà giudicata in Italia, prima vittoria della comunità Ikebiri.


La decisione del Tribunale di Milano è arrivata due giorni fa durante la prima udienza del procedimento intentato contro Eni e contro la sua controllata Naoc dagli Ikebiri, che chiedono due milioni di euro e la bonifica dell’area devastata dall'incidente avvenuto il 5 aprile 2010. Il giudice ha respinto la richiesta dell'azienda italiana di fermare il processo per mancanza di giurisdizione.

Eni sarà giudicata in Italia in merito al risarcimento per il disastro causato sette anni fa alla comunità nigeriana di Ikebiri dopo lo scoppio di una conduttura della controllata Nigerian Agip Oil Company e la fuoriuscita di petrolio che danneggiò fauna e vegetazione dell’area. Il giudice ha respinto la richiesta della multinazionale italiana di fermare il processo per mancanza di giurisdizione, disponendo invece di procedere nel merito.

La decisione del Tribunale di Milano è arrivata due giorni fa durante la prima udienza del procedimento intentato contro Eni e la sua controllata dagli Ikebiri, che chiedono due milioni di euro e la bonifica dell’area devastata dall’incidente avvenuto il 5 aprile 2010, quando una conduttura petrolifera esplose a circa 250 metri da un torrente, nella zona settentrionale dei territori della comunità, nello Stato di Bayelsa. L’incidente tolse le fonti di sostentamento agli Ikebiri, rappresentati dal re Francis Ododo e supportati nel processo dalla ong Fiends of The Earth.

Se la comunità otterrà ciò che chiede, questo sarà il primo caso in cui una multinazionale italiana viene condannata dalla giustizia civile per un episodio di disastro ambientale avvenuto al di fuori dei confini nazionali.

La Comunità Ikebiri contro ENI. “Eni ha sempre ammesso la propria responsabilità sulle cause dello sversamento” si legge nella citazione a giudizio. Secondo le popolazioni locali prima è stata contaminata “un’area contenuta, che poi si è allargata in quanto la bonifica non è stata fatta o, quanto meno, non ha rimosso efficacemente gli elementi inquinanti, come è dimostrato dal risultato delle analisi chimiche fatte eseguire dalla comunità

L’azienda ha dichiarato di aver bonificato, ma non ha mai presentato i relativi documenti, mentre sono falliti tutti i tentativi di mediazione con il rifiuto dell’offerta di un risarcimento di 4,5 milioni di naira (equivalenti a 13mila euro attuali e 22mila del 2010). Un’offerta troppo bassa per gli Ikebiri, tenuto conto che i 150 barili di petrolio defluiti nel corso d’acqua hanno danneggiato irreparabilmente sia la fauna ittica che gli alberi da frutto, vitali per il sostentamento della piccola comunità di pescatori e raccoglitori.

Sono sette anni che attendiamo di ottenere giustizia", ha dichiarato il re Francis Ododo, "e ora finalmente avremo l’opportunità di confrontarci con Eni di fronte a un giudice italiano. Speriamo che presto il nostro territorio possa essere bonificato

Un precedente importante. “In caso di vittoria l’affare-Ikebiri rappresenterà un importante precedente giuridico per tutte le comunità nigeriane che ogni giorno subiscono gli effetti inquinanti delle attività di Eni, Shell e delle altre grandi compagnie petrolifere che agiscono nel territorio. Le richieste di risarcimento si moltiplicheranno e le multinazionali dovranno per forza cambiare atteggiamento nei confronti del nostro popolo e della nostra terra

I dati contro gli slogan. La magistratura stabilirà a quanto ammonta il risarcimento, ma al di là del processo c’è un dato. “Negli ultimi 50 anni ci sono stati oltre 10mila sversamenti di petrolio nell'area del Delta del Niger e in nessuno di questi casi, in nessuno, si è provveduto a una adeguata opera di bonifica ambientale

In questo scenario e in ciò che avviene in quell’area del mondo, anche l’Italia ha un ruolo. E la Nigeria è il Paese da cui proviene la maggior parte dei migranti sbarcati in Italia nel 2017, ossia quasi 18mila. In questa storia, quindi, non trova alcun riscontro con la realtà quel “aiutiamoli a casa loro” sbandierato a destra e a manca sia dalla Lega di Salvini che dalla destra populista.

Non solo l’Italia destina i fondi stanziati per la cooperazione più all'accoglienza ai rifugiati in patria che per progetti mirati a migliorare le condizioni nei Paesi di provenienza, ma non si sottrae neppure al quotidiano sfruttamento delle risorse del continente africano, insieme al resto d’Europa, a Stati Uniti e Cina. Si va dai diamanti al petrolio, fino al land grabbing (accaparramento della terra) e all'avvelenamento del suolo e delle acque causato dalla tossicità delle industrie agricola, mineraria e manifatturiera.


Lo sfruttamento. Il disastro del 2010 non è un caso isolato. “Le compagnie multinazionali che operano in Nigeria sono spesso coperte da uno status di totale impunità. Agiscono al di sopra delle leggi nigeriane: sono praticamente intoccabili

Questo è permesso da leggi federali molto deboli, soprattutto in questo specifico settore “e non vi è la volontà politica di rafforzarle”. Secondo un rapporto del 2011 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, in diverse aree inquinate da Shell, e che la multinazionale aveva sostenuto di aver bonificato, sono state trovate importanti tracce di idrocarburi fino a una profondità di 5 metri.

Il caso-Ikebiri è sintomatico di una situazione generale in cui le singole comunità locali vengono sistematicamente ignorate dalle giustizia. L’alto costo della causa e il rischio di interferenze da parte di Eni nei confronti dello Stato nigeriano ci hanno indotto a rivolgerci direttamente alla giustizia italiana, nella quale confidiamo sinceramente

Il ruolo dell’Italia. “Come la maggior parte delle nazioni europee l’Italia è responsabile per i danni causati in terra africana dalle multinazionali del petrolio, dal momento che tali compagnie sono supportate dai rispettivi governi nazionali. Shell, Chevron, Total, Eni e le loro controllate sono colpevoli di disastro ambientale e violazione dei diritti umani. Questa è la situazione: l’ambiente viene distrutto e non esiste possibilità di chiedere giustizia

I Rifugiati ambientali. In un simile scenario, non esistono che due possibilità: adeguarsi a una lenta agonia, oppure migrare verso i paesi più ricchi. “Perciò, oggi più che mai è necessario eradicare le vere cause delle migrazioni, offrendo alternative valide alle vittime dei disastri ambientali

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha dichiarato che entro il 2050 si raggiungeranno i 200-250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare il proprio Paese. Tra le cause di questo fenomeno non sono solo le guerre. E, in Africa, contribuisce ad alimentarlo anche la distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana, diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all'Africa chiedendo di eliminare tutti i dazi all'entrata di merci, prodotti agricoli e servizi europei.

Gli effetti economici sui Paesi africani. In Burundi è stata calcolata in un anno la perdita complessiva di 20 milioni di dollari, in Niger di 24 milioni. Poi c’è la questione degli ettari di terra acquistati (spesso per la richiesta di bio-combustibili dall’Europa) e sottratti all'agricoltura, su cui non verrà più prodotto cibo.

L’Italia partecipa all'operazione con quasi un milione di ettari, principalmente in Africa. Ne conseguono abbandono e migrazioni. “Le migrazioni ambientali sono più che mai attuali in Nigeria e aumenteranno ancora, e in modo impressionante, nei prossimi anni, a meno che la giustizia e le istituzioni internazionali non intervengano in modo efficace, dopo decenni di silenzio e impunità nei confronti delle grandi compagnie multinazionali. O le popolazioni locali potranno ottenere giustizia, oppure esse saranno costrette ad abbandonare in massa le loro terre, imbarcandosi verso un destino ignoto e spostandosi verso i paesi più ricchi


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Maris Davis

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martedì 9 gennaio 2018

Prostituzione. "Bisogna trovare il coraggio di punire i clienti"

Ad affermarlo è la coordinatrice anti-tratta della Commissione UE, Myria Vassiliadou. I passi avanti ci sono stati nelle legislazioni europee, ma manca il coraggio di colpire i clienti delle prostitute. Per due terzi, le vittime sono cittadine europee, rumene, moldave, ragazze dell'est in generale. In Italia quasi 4 prostitute su 10 sono nigeriane.


Delle 11 mila donne nigeriane arrivate in Italia dalla Libia nel 2016, l’ufficio anti-tratta dell’Unione europea stima che 9 mila siano vittime di tratta. Gli studi danno una media al ribasso di dieci “rapporti (sessuali)” al giorno. Un termine improprio, che andrebbe sostituito con stupri. Il costo di ogni singolo abuso sessuale varia tra i 15 e i 90 euro. Da un minimo di 500 mila a un massimo di 3 miliardi di euro prodotti dalla prostituzione forzata ogni anno dalla violazione delle sole donne nigeriane entrate nel nostro Paese.

Questa è solo la punta dell’iceberg. Il mercato della tratta ha un suo indotto inestimabile, fatto di protettori, di proprietari che affittano le stanze, di “collaboratori” delle organizzazioni criminali che trasportano le donne sui luoghi di "lavoro". Quello delle ragazze nigeriane sfruttate per motivi sessuali non è nemmeno il più grosso mercato della tratta. Il 70% delle vittime (dati Europol), infatti, sono cittadine europee. Come le donne rumene che in Sicilia di giorno sono schiavizzate nei campi e di notte costrette a prostituirsi in strada.

La coordinatrice anti-tratta dell’Unione Europea parla di «interessi economici astronomici»

Nell'Unione Europea c’è una grande attenzione sul “traffico” (smuggling in inglese) di esseri umani, ma non sulla “tratta” (trafficking). La differenza è che, nel primo caso, chi parte vuole raggiungere l’Europa attraverso canali irregolari. La vittima di tratta, invece, viene portata in un Paese straniero e costretta a prostituirsi, a lavorare in condizioni di schiavitù o ad altre forme di sfruttamento.

«Quello che non si vuole capire è che dietro la tratta di essere umani ci sono degli interessi economici astronomici»

Intervista a Myria Vassiliadou, coordinatrice anti-tratta dell’Unione europea
Myria Vassiliadou
«Chi commette il reato di tratta viola un diritto umano». Il suo lavoro, in pratica, è rendere più efficace e coerente la strategia per combattere la tratta di esseri umani in Europa. Stati membri e agenzie europee, infatti, non sempre sono allineati.

«Mancano i fondi? No, ne abbiamo tanti. Mancano le leggi? Men che meno. Prima della crisi migratoria (2013, ndr) la Commissione Europea ha speso per la sola lotta alla tratta 160 milioni di euro. Ora anche se dico il doppio è una stima conservativa. Dobbiamo continuare nella stessa direzione, senza pensare di dover reinventare la ruota. Sappiamo com'è fatto il traffico. Dobbiamo fermare il flusso di denaro, i trafficanti e chi abusa. È sempre la stessa legge, anche in questo microcosmo economico terrificante, di domanda e offerta»

Myria Vassiliadou, qual è il legame tra tratta e immigrazione?
Spesso del fenomeno migratorio ci si ferma alle dimensione del fenomeno. Quello che non si vede è perché. Si dice che il motivo che spinge le persone a partire è che sono poveri, vulnerabili, che ci sono le guerre. Ma vale per una parte: non si diventa vittime di tratta perché si è poveri. Lo si diventa perché c’è qualcuno da qualche parte che ha bisogno di quel servizio e che è disposto a pagare per averlo.

Come valuta la consapevolezza dei Paesi europei in materia di tratta?
La catena dello sfruttamento comincia nel Paese d’origine, nel momento in cui è costretta a lasciare il villaggio, dalla famiglia oppure da qualche trafficante. Poi prosegue in Europa. È terribile per me che in certi Paesi dell’UE non ci sia alcuna sanzione per gli abusatori.

Mi rivolgo agli uomini: chi vede una donna nigeriana mezza nuda in strada, non pensa che dietro ci sia un business che la sfrutta? Non pensa a chi finiscono questi soldi? Per chi vende materiale contraffatto in strada le sanzioni esistono, ed è un bene, ma dovrebbero esserci anche per chi vende esseri umani.

Rispetto alla lotta alla tratta delle nigeriane, che risultati ha portato la missione europea Sophia istituita nel 2015 dopo il naufragio di alcune imbarcazioni che trasportavano profughi dalla Libia? Tra i suoi scopi principali c’è la lotta ai trafficanti nel Mediterraneo.
Non è compito mio parlare dei risultati di Sophia. Posso dire che l’Unione europea ha lavorato moltissimo negli hotspot italiani per accertarsi che fossero addestrati al meglio i funzionari delle diverse agenzie che devono identificare le vittime. Nel settore della tratta si sono spesi 46 milioni di euro per migliorare la gestione delle migrazioni (in Libia, ndr).

E risultati in termini di criminali arrestati?
Ancora una volta, non è materia della Commissione. La mia domanda per altro va oltre: al di là degli arresti, come sono andati i processi, quante sono le condanne? La Commissione non può fare indagini, può solo investire in formazione e dare le cifre di questo mercato. Penso che si debba essere tutti trasparenti ed efficienti, dal Paese d’origine, fino a quello d’arrivo, comprese agenzie internazionali e istituzioni terze perché siamo tutti coinvolti.

Perché c’è poca cultura di colpire i clienti delle persone vittime di tratta sfruttate per motivi sessuali?
Credo che ci sia un problema di attenzione e consapevolezza. La realtà è che se uno è vittima di tratta è perché qualcuno vuole sfruttarla. È merce umana. Sono discorsi che dovrebbero far pensare due volte prima di andare con una prostituta. Ma cosa fanno i Paesi membri per diffondere maggiore consapevolezza? Quando puniranno gli abusatori?

Di fronte a una ragazza costretta a prostituirsi in strada la mia reazione sarebbe chiedere «hai fame?», non «quanto costi?»
(Osservatorio Diritti)

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Maris Davis

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sabato 6 gennaio 2018

Malawi, stato di calamità in 20 distretti colpiti dagli "army worms"


Il presidente del Malawi, Peter Mutharika, ha dichiarato lo stato di calamità in alcuni distretti del paese, colpiti dagli ‘army worms’, bruchi estremamente voraci e resistenti, conosciuti con il nome scientifico di Spodoptera exempta, che stanno interessando diverse coltivazioni.

L’annuncio è stato dato nei giorni prima di Natale con un comunicato del governo di Lilongwe nel quale si indicano come affetti dalla calamità 20 distretti dei 28 di cui è composto il poverissimo paese dell’Africa australe. Stando al comunicato, sin dall'inizio della stagione agricola 2017/2018 e fino allo scorso 8 dicembre, gli ‘army worms’ hanno attaccato migliaia di ettari di coltivazioni e danneggiato più di 133 mila famiglie.

Le colture maggiormente colpite sono quelle di mais, sorgo e miglio, essenziali per la sussistenza della popolazione malawiana.

Il ministero dell’Agricoltura malawiano afferma di aver iniziato l’implementazione di misure per contenere e debellare la calamità. Finora poco più di 56 mila litri di pesticidi sono stati messi a disposizione dei piccoli agricoltori nelle Agriculture Extension Planning Areas, ma le attuali riserve di insetticidi potrebbero non essere sufficienti a contenere la situazione con l’avanzare della stagione agricola. Il piano del governo è di produrne altri 400 mila litri.

Secondo il World Food Program in Malawi 6,7 milioni di persone sono già a rischio insicurezza alimentare a causa della siccità provocato dal fenomeno climatico El Niño. La povertà diffusa e la mancanza di mezzi rendono inoltre la popolazione molto vulnerabile di fronte a disastri naturali come le inondazioni e le infestazioni periodiche.
(Africanews)

Agricoltura. Preoccupa la diffusione degli "Army Worms" nell'Africa Australe

L’Africa meridionale è in allarme per la presenza di un nuovo parassita che distrugge le coltivazioni. Si tratta degli army worms (vermi esercito), bruchi estremamente voraci provenienti dalle Americhe che minacciano l'agricoltura di sei paesi. Il Sudafrica è l’ultimo Stato a segnalarne la presenza dopo Mozambico, Malawi, Zambia, Namibia e Zimbabwe che ha fatto intervenire l'esercito nel tentativo di debellarli.

Gli scienziati britannici del Centre for Agricultural Bioscience International (Cabi), sono molto preoccupati, perché questi bruchi adottano strategie di sopravvivenza finora mai osservate dai ricercatori. Per sfuggire ai pesticidi, scendono sottoterra dove si ricoprono con un bozzolo protettivo che permette loro di muoversi come in gallerie sotterranee. Questo è il motivo per cui questi bruchi distruggono qualsiasi tipo di mais, compreso quello transgenico, ma anche riso, sorgo, canna da zucchero, cotone, frutta secca e barbabietole.

Un’altra particolarità degli army worms è che si adattano rapidamente a temperature diverse e, una volta divenuti farfalle, sono in grado di volare per molti chilometri portando con sé quasi 1.000 uova di larve.

Il dipartimento per le questioni agricole presso le Nazioni Unite prevede uno scenario piuttosto cupo, anticipando l'arrivo di questi bruchi distruttori in Asia e nel Mediterraneo. I ricercatori si appellano ai governi di tutto il mondo. Hanno bisogno di fondi, dicono, per essere in grado di studiare il modo per eliminare questi bruchi ed evitare ciò che descrivono come una "catastrofe globale"
(Rfi Afrique)



Articolo a cura di
Maris Davis

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Agrigento. Scoppia la rivolta in comunità, 4 nigeriane arrestate e 5 denunciate

Alcuni dei carabinieri intervenuti per riportare la calma fra le giovani ragazze sono rimasti leggermente feriti e hanno dovuto far ricorso alle cure dei sanitari

Ragazze nigeriane ospiti di una Casa di Accoglienza

Rissa, lesioni personali, danneggiamento aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. È per queste ipotesi di reato che quattro nigeriane, fra i 18 e i 19 anni, sono state arrestate dai carabinieri di Naro. Altre cinque nigeriane, tutte minorenni, sono state denunciate in stato di libertà per le stesse ipotesi di reato presso il Tribunale dei minorenni di Palermo.

Gli orari di rientro, fissi e categorici, nella casa d’accoglienza avrebbero infastidito le ospiti. Giovani donne, minorenni per la maggior parte, che avevano, già più volte, reclamato maggiori confort. Di fatto, le migranti ospiti della comunità alloggio «Fondazione Immacolata Concezione» di piazza Cavour, a Naro, non avrebbero accettato le regole di vita in comune.

Regole imposte dalle suore che, assieme agli operatori, gestiscono la struttura d’accoglienza per immigrate minorenni non accompagnate. Dopo le proteste, più o meno accese, mercoledì è divampata una vera e propria rivolta. Le ragazze, tutte nigeriane, sono andate in escandescenze e si sono scagliate contro la struttura. Sono state danneggiate le porte, le finestre, mobili e suppellettili.

Sarebbero emersi anche problemi burocratici legati al rilascio del permesso di soggiorno, e probabilmente è questa la vera ragione che ha innescato la protesta.

I carabinieri giunti sul posto sarebbero stati strattonati dalle ragazze rimanendo leggermente feriti, e così sono scattati gli arresti per 4 maggiorenni e la denuncia per le 5 ragazze minorenni.





Articolo a cura di
Maris Davis

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venerdì 5 gennaio 2018

Ritrovata ragazza rapita a Chibok nel 2014 e altre news dalla Nigeria

Ritrovata liceale di Chibok rapita nel 2014 da Boko Haram

L'esercito nigeriano ha ritrovato una delle oltre 200 studentesse di Chibok rapite, nel 2014, dagli jihadisti di Boko Haram. La giovane si trovava vicino al villaggio di Pulka nello Stato di Borno, nel nord-ovest del Paese, in compagnia di un'altra donna e di suo figlio.

Nelle mani degli estremisti rimangono ancora un centinaio di altre giovani, molte delle quali sono state costrette a matrimoni forzati o a compiere attentati kamikaze.
(TgCom24)

Attacco a Chiesa durante una funzione il giorno di Capodanno, 17 morti

Uomini armati hanno aperto il fuoco durante la messa di Capodanno in una chiesa nel River State, nel sud della Nigeria, uccidendo almeno 17 fedeli. Lo ha riferito il capo di un gruppo della comunità locale, Osi Olisa, aggiungendo che gli assalitori hanno continuato a sparare anche all'esterno del luogo di culto prima di scappare.

Non ci sono al momento rivendicazioni, ma i sospetti ricadono su un gruppo di miliziani noto per sequestri e uccisioni nell'area del Delta del Niger.
(Ansa)

Attacco kamikaze in una moschea: almeno 14 morti, ma il bilancio è destinato a salire
Al momento nessun gruppo ha rivendicato l'attacco, ma il gruppo terroristico Boko Haram opera da anni nella regione. L'attentato arriva a meno di 24 ore dalla rivendicazione da parte del leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, di una serie di atti terroristici compiuti in Nigeria nord orientale e orientale.

Un attacco kamikaze in una moschea al confine tra la Nigeria e il Camerun ha causato la morte di 14 fedeli. Il presunto jihadista di Boko Haram si è fatto esplodere dentro la moschea di Gamboru poco prima della preghiera del mattino. "Quattordici corpi sono stati estratti dalle macerie" ha spiegato Umar Kachalla, componente della milizia civile aggiungendo che la moschea è stata completamente distrutta dall'esplosione.

"Soltanto il muezzin è sopravvissuto e pensiamo ci siano altri corpi sotto i detriti. Il bilancio delle vittime potrebbe crescere"

Un'ora prima dell'attentato una pattuglia di vigilantes aveva individuato quattro presunti kamikaze alla periferia della città e ne aveva arrestato uno, due erano riusciti a fuggire e il quarto potrebbe essere il jihadista che si è fatto esplodere. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l'attacco, ma il gruppo terroristico Boko Haram opera da anni nella regione. L'attentato arriva a meno di 24 ore dalla rivendicazione da parte del leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, di una serie di atti terroristici compiuti in Nigeria nord orientale e orientale.
(RaiNews24)

Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio blackout in tutto il Paese
Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio, c'è stata un'interruzione di corrente in tutta la Nigeria. In un comunicato il ministero dell'Energia ha fatto sapere che il blackout è dovuto all'incendio divampato in un impianto secondario di un gasdotto che ha interrotto l'approvvigionamento di gas, interrompendo la trasmissione dell'elettricità sulla rete nazionale. "L'improvvisa perdita di potenza dovuta all'interruzione dell'approvvigionamento di gas da queste stazioni ha provocato lo sgancio della rete di trasmissione nazionale verso le 20:20 del 2 gennaio 2018", si può leggere nel comunicato del ministero.

L'incidente è avvenuto presso Escravos Lagos vicino a Okada, nello stato federato di Edo e ha richiesto lo spegnimento del gasdotto che rifornisce le centrali di Egbin, Olorunsogo, Omotosho e Paras. La rete di trasmissione nazionale è di proprietà della Transmission Company of Nigeria (TCN), una società pubblica a cui ne è anche affidata la gestione.

La maggior parte della produzione di energia elettrica della Nigeria proviene da centrali termiche che richiedono gas come carburante.

I gasdotti della Nigeria sono posseduti e gestiti dalla Nigerian Gas Processing and Transportation Company Ltd (NGPTC), una consociata della Nigerian National Petroleum Company (NNPC). Le autorità nigeriane hanno chiesto pazienza agli utenti, mentre lavorano per ripristinare il servizio.
(Affari Italiani)



Articolo a cura di
Maris Davis

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giovedì 4 gennaio 2018

Germania, è entrata in vigore la legge contro l'odio razziale nei social media

Si tratta della prima legge al mondo contro l’odio e le offese online, hate speech. Ammende pesanti e supervisione di un gruppo di 50 persone per controllare i Social Network.


In Germania entra in vigore la cosiddetta “legge Facebook. La legge si rivolge a tutti i social media che hanno più di due milioni di iscritti i quali, come prescritto dalla Netwerkdurchsetzungsgesetz (NetzDG), dovranno rimuovere i contenuti incriminati, pena una multa fino a 50 milioni di euro.

Un giro di vite che non riguarda solo Facebook ma si estende a Twitter, Snapchat, Instagram, YouTube e Google+, rimangono escluse le reti professionali e WhatsApp.

La norma è stata definitivamente approvata a ottobre del 2017 e le autorità tedesche hanno concesso tre mesi di tempo a tutti per adeguarsi. Sarà un team di 50 persone del ministero della Giustizia a controllare che venga rispettata e applicata.

Sull'altro versante Google ha creato un report online rivolto agli utenti per facilitare le richieste di segnalazione e rimozione di contenuti, mentre Twitter ha creato un’area appositamente dedicata alla legge tedesca. Facebook ha invece scelto un modello più complicato (ma non per forza meno efficace) chiedendo agli utenti di inviare uno screenshot (la foto di ciò che appare nel video) del contenuto incriminato e di classificarlo scegliendo tra 20 diverse offese punite dalla legge, opzione concessa anche a chi non è iscritto al social media.

Da quando è stata introdotta la legge non ha però mancato di suscitare reazioni avverse. Molte critiche sono arrivate dalle compagnie internet, dalle stesse multinazionali dei social, dai difensori del libero pensiero e da diversi gruppi politici timorosi che un bavaglio generale possa diventare censura.



Articolo a cura di
Maris Davis

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