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domenica 1 settembre 2019

Silvia Romano si trova in Somalia, forse nelle mani degli Al-Shabaab. In Kenya si indaga per terrorismo

Le conclusioni della procura generale di Nairobi. Le mosse degli inquirenti italiani


Non sanno chi ce l’ha, ma sanno chi non ce l’ha: dopo dieci mesi di dubbi e di smentite, la Procura generale di Nairobi si è convinta che Silvia Romano sia stata rapita non da una scalcagnata banda di criminali kenyoti a caccia di soldi facili, ma «per fini di terrorismo». E che quindi sia finita nelle mani degli islamisti Al Shabaab, i qaedisti somali, ai quali potrebbe essere stata ceduta in un secondo momento.

È un’ipotesi che girava fin dal primo giorno, a suo tempo confermata dai corpi speciali impegnati nelle ricerche lungo il fiume Tana, ma ora è nero su bianco:
  • troppo frequenti, i contatti telefonici della gang con la Somalia;
  • assai «sproporzionati» i mezzi impiegati nel sequestro, gli uomini e le armi e le moto, rispetto alle tecniche usate dalla mala locale;
  • anomala quella fuga nella savana, fra gli spari e verso la porosa frontiera somala.
Insomma «si è trattato d’un sequestro su commissione», l’idea che ci s’è fatti, anche se è sempre inspiegabile e inquietante il silenzio che ne è seguito. L’ultima volta che Silvia fu vista, ferita a un piede, era Natale. L’ultimo contatto utile, risale a gennaio. Poi, il nulla.

Ancora non si sa se è viva, dunque, ma ora si sa chi potrebbe volerla morta. In carcere, sotto processo, ci sono solo tre degli otto che il 20 novembre presero la ventitreenne volontaria milanese a Chakama, un villaggio a un’ottantina di km da Malindi: forti della nuova convinzione acquisita, e sollecitati dai Ros italiani che finalmente hanno potuto vedere il materiale investigativo, i giudici hanno deciso di contestare ai tre imputati l’aggravante del terrorismo e di negare la libertà su cauzione. Abdullah Gaba Wario, Moses Luwali Chembe e Said Adhan Abdi restano dentro, e si cercherà di verificare l’attendibilità di quanto raccontato finora.

Da quando i carabinieri sono tornati in Kenya, con una rogatoria internazionale, qualcosa si tenta di smuovere: in un quarto incontro dei prossimi giorni coi colleghi africani, saranno acquisiti nuovi verbali, altri tabulati telefonici e documenti vari da inserire nel fascicolo del sostituto romano Sergio Colaiocco.

Siamo a una svolta? Non c’è da sperare chissà che. Ma stabilire che Silvia sia cascata nelle mani dei fondamentalisti islamici, è già un passo avanti in un’inchiesta che ne ha fatti solo all’indietro. E mette in gioco apparati che stavano fuori: il Kenya ha un diverso modo d’investigare i fatti di terrorismo e quelli di criminalità comune, anche la spinta «politica» è differente.

In queste ore, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Nairobi ha lavorato per estendere alla Somalia (e ad Al Shabaab) le sanzioni previste dalla risoluzione 1267 nei territori controllati da Isis e Al Qaeda.

La battaglia al Palazzo di vetro però è andata perduta. Perché molte ong e soprattutto sei Paesi, Usa, Germania, Francia, Belgio, Polonia e Kuwait, si sono opposti. Meglio evitare d’affamare Al Shabaab, sostengono: significherebbe condannare anche milioni di somali disperati. E forse complicare il caso Silvia, ancora di più.
Corriere della Sera

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venerdì 12 luglio 2019

Kenya. Silvia Romano a Natale era viva, poi fu ceduta ad un'altra banda

Della sorte della cooperante italiana rapita a Malindi lo scorso novembre parlano due dei banditi che la sequestrarono e ora finiti in carcere.


Presto gli inquirenti italiani torneranno a Nairobi. Per il suo rapimento ancora ricercate cinque persone.

Ci sono elementi concreti per ritenere che Silvia Romano, la cooperante milanese di 23 anni, rapita in Kenya il 20 novembre 2018, fosse in vita almeno fino al giorno di Natale.

La circostanza è emersa nell'ambito del vertice che le autorità giudiziarie e investigative italiane e kenyote hanno svolto oggi a Roma. A confermare l’esistenza in vita della ragazza almeno fino a quella data sono stati due cittadini kenyoti, criminali comuni, arrestati il 26 dicembre del 2018 perché ritenuti tra gli esecutori materiali del sequestro. La ragazza, secondo quanto riferito dai due che saranno processati a Nairobi il 29 e 30 luglio prossimi, è stata poi ceduta a un’altra banda.

Nel corso del vertice, cui hanno preso parte il procuratore generale del Kenya Noordin Mohamed Haji e il pm Sergio Colaiocco, titolare del procedimento aperto a Roma, sono state ricostruite nei dettagli le fasi del sequestro avvenuto nella Contea di Kilifi: protagonista un gruppo di otto persone armate di Ak47 e granate che ha fatto irruzione nel centro commerciale di Chacama.

Silvia fu pedinata per giorni prima di essere rapita
Il rapimento sarebbe riconducibile a criminali locali che per l'operazione avevano acquistato fucili e granate e avevano seguito la giovane nei giorni precedenti. Silvia Romano, che è stata portata via senza cellulare e senza passaporto, fu caricata su una moto che si è diretta verso una boscaglia nei pressi del fiume Tana.

Degli otto banditi che presero parte al rapimento, cinque sono attualmente ricercati, mentre i due che saranno processati a breve sono finiti in manette il giorno di Santo Stefano. Un terzo elemento fermato dalla polizia è un cittadino somalo di 35 anni trovato in possesso di una delle armi utilizzate in quel blitz in cui rimasero feriti anche due minori, ha ammesso le sue responsabilità.

A breve nuova missione dei Ros in Kenya
Una squadra dei carabinieri del Ros tornerà a breve a Nairobi. La nuova missione, dopo quella svolta già nello scorso mese di aprile, è stata definita oggi nell'ambito del vertice organizzato a Roma tra le autorità inquirenti e investigative italiane e kenyote.

I carabinieri, su delega del pm Sergio Colaiocco, partiranno per il Kenya per acquisire nuovo materiale probatorio raccolto dalle autorità locali che sono al lavoro per catturare cinque degli otto elementi della banda di sequestratori.

E sempre nell'ambito dell’incontro di oggi, le autorità giudiziarie italiane si sono impegnate a garantire, tramite la Guardia di Finanza, un supporto investigativo alla magistratura del Kenya impegnata a indagare su un caso di corruzione collegato alla costruzione di tre dighe il cui appalto era stato vinto da una ditta romagnola.
(Corriere della Sera)



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mercoledì 26 giugno 2019

Kenya, alla ricerca di Adam, il quarto uomo che ideò il rapimento di Silvia Romano

A Nairobi sulla difficile vicenda di Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre, la polizia è in evidente difficoltà.


A parlare con diversi investigatori si ha l’impressione che tutti sappiano chi sono i rapitori, ma che pochi siano a conoscenza dei mandanti.

Secondo notizie raccolte nella capitale keniota, accusati del rapimento, o di aver aiutato i rapitori, dovrebbero essere tre persone (il condizionale è d’obbligo da quelle parti): Ibrahim, un somalo che ha ottenuto la cittadinanza e il passaporto kenioti illegalmente; Gababa, un keniota di etnia orma e Moses Luari Chende, un giriama, l’etnia che sta sulla costa, che abita nel villaggio di Kwamwanza. Fuori su cauzione la moglie di uno dei rapitori, Elizabeth Kasena, del villaggio di Ghaba, accanto a Chakama, arrestata anche lei pochi giorni dopo il rapimento di Silvia. “La donna è finita in manette perché dal suo telefono sono partite chiamate ai numeri dei rapitori"

Moses Luari Chende invece è accusato di aver partecipato alla logistica del sequestro. Ha aiutato i banditi. Nei giorni immediatamente successivi al 20 novembre, "ha portato cibo e altri generi di prima necessità a quelli che avevano prelevato la giovane volontaria italiana”. Moses è anche lui uscito dalla galera dopo aver pagato una cauzione. Un personaggio che graviterebbe nel mondo del bracconaggio e i suoi “colleghi” non se la sarebbero sentita di abbandonarlo nelle mani della polizia e così le hanno pagato la cauzione.

Elizabeth Kesena è uscita dal carcere su cauzione dopo pochi giorni. Avevano fissato l’ammontare a 50 mila scellini (più o meno 500 euro) ma poi l’importo è sceso a 30 mila (300 euro). A Chakama una famiglia vive per un mese con 2 mila scellini, cioè una ventina di euro. Cinquecento o anche 300 euro sono una cifra abbastanza consistente.

Soprattutto l’arresto di Elizabeth ha destato parecchio stupore tra lo staff di Africa Milele, l’organizzazione per cui Silvia lavorava, perché, oltre ad essere stata in passato la ragazza e la sua famiglia, beneficiaria dei progetti della Onlus, aveva con Silvia un rapporto quotidiano, la ragazza italiana infatti andava a mangiare ogni giorno al Chakama Cafe dove Elizabeth lavorava.

Notizie su Moses sono invece più difficili da reperire, chi ha fornito la sua foto e ha cercato di avere maggiori dettagli teme qualche ritorsione, ma è certo che anche se la polizia kenyana riferisce del loro stato di arresto attuale, i due giovani sono invece liberi e rientrati nell’area di Chakama.

Racconta un altro ispettore della polizia keniota: “Con le nostre indagini abbiamo accertato che i tre ubbidivano agli ordini di un capo, un certo Adan, l’uomo che ha pianificato il sequestro. Adan è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte a quella dove abitava Silvia. Testimoni ci hanno raccontato che non aveva molto da fare e ci siamo convinti che fosse andato lì per controllare la situazione. Abbiamo messo assieme i dati dei tre con quelli di Adan e abbiamo visto che c’erano evidenti connessioni. Adan è ricercato, ma è sparito

Anche l’attacco (la fase del rapimento), racconta l’ispettore, è stato anomalo: “Non sono stati usati mitra kalashnikov o armi lunghe, ma solo pistole e una granata lanciata a terra. Le persone sono state ferite per le schegge. Per questo abbiamo subito escluso il terrorismo internazionale di matrice somala

Le indagini degli investigatori del Kenya non si concentrano però solo nell'entroterra di Malindi, Chakama e i villaggi vicini. Sotto osservazione anche il lavoro che Silvia aveva fatto all’orfanotrofio di Likoni di Davide Ciarrapica e del suo socio Rama Hamisi Bindo (figlio di un potente politico locale), l’Hopes Dreams Rescue Sponsorship Centre.

Come sappiamo Davide Ciarrapica, un 31enne italiano e che in Italia deve scontare 6 anni di reclusione per violenza e lesioni, è considerato il "fidanzato" di Silvia. Conosciuto in Kenya durante il primo viaggio (estate 2018) e che in seguito la stessa Silvia aveva iniziato a sospettare riguardo proprio alla sua "gestione" dei bambini dell'orfanotrofio.

Racconta un’amica di Silvia: “Durante il suo primo viaggio in Kenya, Silvia era stata nel villaggio di Davide e all'inizio era contenta. Poi i loro rapporti si erano guastati. Silvia mi telefonava la sera molto costernata perché lui la trattava male e la insultava. Quasi ogni sera andava a ballare, tornava ubriaco portandosi dietro una ragazza diversa. Urlava come un pazzo ed era attaccato ai soldi. Le aveva anche chiesto di pagare di tasca sua un viaggio che era stato organizzato per i ragazzi del Centro. Quando Silvia è stata portata in ospedale per una piccola operazione alla spalla, lui l’ha mandata sola e non l’ha neanche accompagnata. Lei c’è rimasta molto male. La trattava con un certo disprezzo. L’ultima volta, il 5 novembre, Silvia è tornata nel Centro ma solo per salutare i bambini ed i suoi amici”. Ed era stata accolta con freddezza e disappunto.

Siccome questo Davide è un italiano ormai "smascherato" per essere quel balordo che è in realtà, ci chiediamo come mai le autorità italiane NON hanno ancora chiesto la sua estradizione dal Kenya, non solo perché risulta essere pesantemente coinvolto nella vicenda di Silvia Romano, ma anche e soprattutto perché in Italia lo attende la galera.
(Africa Express)

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venerdì 17 maggio 2019

Silvia Romano. Il silenzio dell'innocente

Più di 6 mesi dal rapimento della cooperante milanese. Indagini al rallentatore e non coordinate con l’intelligence italiana. Ma la sua scomparsa ha fatto venire alla luce anche pratiche al limite della legalità di certi componenti della comunità italiana di Malindi.


La giovane cooperante milanese Silvia Romano è stata rapita la sera del 20 novembre 2018 nel villaggio di Chakama, entroterra di Malindi, la stazione turistica sulla costa del Kenya più conosciuta e frequentata dagli italiani. Era in una zona remota come volontaria di una piccola onlus delle Marche, Africa Milele, impegnata nel coordinamento di interventi a favore dei bambini. Sono queste le uniche notizie certe che abbiamo di Silvia.

Poi, per qualche giorno, erano circolate notizie confuse, talvolta contrastanti, da cui emergeva, come più probabile, l’ipotesi di una rapina orchestrata da un gruppo di balordi locali, finita in un rapimento. A questa ipotesi portano i primi racconti fatti circolare. Dicono che Silvia non avesse con sé il telefonino e dunque non abbia potuto usare l’applicazione Mpesa, diffusissima in Kenya, che permette di trasferire da un cellulare all’altro cifre consistenti di denaro digitando un codice e un numero di telefono.

Su questa ipotesi sembrerebbero essersi mosse anche le forze di sicurezza kenyane, che hanno arrestato Ibrahim Adan Omar, sospettato di essere uno dei rapitori, e hanno messo una taglia sostanziosa sulla testa dei suoi due complici. Per alcune settimane le autorità kenyane si sono dichiarate certissime di riportare Silvia a casa in poco tempo.

In effetti il dispiegamento di uomini e mezzi era notevole, probabilmente anche per circoscrivere la zona delle ricerche, evitando che il gruppo potesse addentrarsi nella foresta Boni, estesa circa 1.350 km², a ridosso del confine somalo. Se fosse riuscito a raggiungere la foresta, individuarlo sarebbe stato molto complicato, soprattutto perché la foresta Boni non è un ambiente amichevole per le forze dell’ordine kenyane.

Alla fine del 2015, dopo un’ondata di attentati terroristici nella zona, era stata lanciata l’operazione Linda Boni Forest (Controlla la foresta Boni), che ha provocato danni enormi alla popolazione, praticamente accusata di proteggere le cellule terroristiche che vi albergano.

Se Silvia fosse nella foresta Boni, come sembra probabile perché a un certo punto delle operazioni di ricerca la zona è stata isolata, sarebbero scarse le speranze di segnalazioni della sua presenza alla polizia. Se fosse nella foresta, è possibile, inoltre, che sia stata “venduta” a un gruppo più organizzato, in grado di gestire un sequestro di lungo periodo e di condurre una trattativa per il riscatto, sempre che Roma sia disposta a pagare.

Certo è che per diverse settimane sulla sorte di Silvia è sceso un silenzio totale, rotto da illazioni e ipotesi sempre più drammatiche e fantasiose

Nell'ultimo mese sembra che qualcosa si stia muovendo. Secondo un articolo pubblicato il 13 aprile dal Corriere della Sera, le autorità kenyane, che finora avevano indagato da sole, hanno finalmente risposto positivamente alle richieste italiane. Sarebbe già stato raggiunto un accordo tra la polizia locale e i carabinieri del Ros, cui sarebbero stati consegnati tutti i documenti relativi alle indagini sul rapimento di Silvia. La polizia kenyana avrebbe assicurato che la nostra volontaria è viva. Evidentemente ci sarebbe anche qualcuno con cui si sta trattando. Lo si deduce dal fatto che i carabinieri avrebbero consegnato alle loro controparti locali un elenco di domande dalle cui risposte si dovrebbe capire se i “contatti” sono attendibili.

La vicenda di Silvia ha poi scoperchiato un vaso di Pandora, facendo venire alla luce pratiche al limite della legalità di certi componenti della comunità italiana di Malindi e, vogliamo credere per ingenuità, usate talvolta anche da qualcuno nel mondo del volontariato. Potrebbe essere questo uno dei motivi per cui le autorità kenyane preferiscono indagare da sole.

Il rapimento di Silvia sta diventando anche l’occasione di un dibattito sul volontariato, quello basato sui rapporti umani e tra le comunità, sul trasferimento di solidarietà e conoscenze dal basso piuttosto che sul trasferimento di risorse.

Accanto ad analisi e giudizi impietosi e in gran parte ingiustificati, c’è l’avvio di una riflessione nelle ong più strutturate, quelle impegnate nella cooperazione internazionale, che si chiedono come valorizzare, e proteggere, l’entusiasmo e le capacità di tanti giovani disposti a mettersi in gioco per contribuire a migliorare le condizioni di vita di chi è meno fortunato di loro. Energie positive di cui tener conto in un mondo che sembra andare in una direzione opposta.




Articolo a cura di
Maris Davis


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Maris Davis Joseph

lunedì 10 dicembre 2018

Kenya. Concentrate nella foresta di Boni la ricerca di Silvia

Si stringe il cerchio attorno ai rapitori di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya lo scorso 20 novembre. La task force formata da unità della polizia e dell'esercito ha isolato la foresta di Boni e le aree confinanti con le contee di Lamu, Garisa e Tana.


Secondo le ultime notizie della stampa locale, Silvia Romano, la giovane cooperante italiana rapita il 20 novembre nella contea di Kilifi, potrebbe trovarsi nella foresta Boni, un’area di 1.340 chilometri quadrati che si estende tra le contee di Lamu, Garissa e Tana River, nel sud-est del Kenya, al confine con la Somalia.

L’ipotesi della stampa nasce dal fatto che quella è diventata la zona principale delle operazioni di ricerca delle forze di sicurezza keniane che hanno praticamente isolato l’area. Lo farebbe pensare anche il fatto che i rapitori hanno dovuto abbandonare le motociclette con cui si stavano muovendo e dunque non potrebbero essere andati troppo lontani dalla zona del rapimento. L’ipotesi dipende anche dal fatto che la Boni National Reserve, per l’estensione e per la copertura della vegetazione, è un santuario per chi fa attività illegali (per esempio il bracconaggio) sulla costa del Kenya.

Le ricerche, e le eventuali trattative, sarebbero però complicate dal clima, particolarmente caldo in questo periodo, dalla rete stradale molto limitata e dalla copertura parziale della rete telefonica nella foresta.

La foresta di Boni si trova molto vicino al confine con la Somalia, una zona infiltrata anche dalle truppe degli Al-Shabab. Ormai è quasi certo che il piano originario dei rapitori di Silvia fosse proprio quello di consegnarla agli integralisti islamici somali. Un piano, per il momento, non concretizzato per alcuni errori commessi dagli stessi rapitori nell'immediatezza del fatto e per la risoluta reazione delle forze di sicurezza kenyane che hanno già arrestato diverse persone implicate nel rapimento o sospettate di dare appoggio ai rapitori facendo terra bruciata intorno a coloro che in questo momento tengono prigioniera la cooperante italiana.

«I rapitori sono nella contea del fiume Tana, hanno difficoltà a reperire mezzi di trasporto. Due loro motociclette, che sono state recuperate dalla polizia, si sono rotte nella foresta. Sospettiamo che siano nascosti da qualche parte nella foresta, aspettano che il caldo diminuisca per poter proseguire il loro viaggio verso la Somalia»

Diverse segnalazioni della presenza di Silvia sarebbero arrivate da testimoni oculari e questo ha circoscritto l’area delle ricerche e ha fatto dire alle forze di sicurezza locali che è Silvia è viva e sarà presto liberata.

Gli investigatori keniani che indagano sul suo rapimento ne sono convinti e stringono il cerchio intorno a quelli che considerano essere i suoi sequestratori. Yusuf Adanm, sergente del Kenya Wildlife Service, il servizio parchi del Paese africano, è indagato. L'uomo è stato arrestato e rinchiuso in carcere con l'accusa di avere legami con i rapitori, che si ritiene siano ancora nascosti nella vasta foresta di Boni. Con il sergente Adanan è stato arrestato anche il fratello. Altre 22 persone circa, tra cui la moglie di un presunto rapitore, sono in custodia della polizia.
(Daily Nation)


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mercoledì 21 novembre 2018

Kenya, rapita cooperante italiana di 23 anni dopo un assalto armato a Chakama

Si tratta di Silvia Romano, una cooperante della "Africa Milele Onlus". Il sequestro è avvenuto nella contea di Kilifi, nell'attacco sarebbero rimaste ferite anche cinque persone. L'attacco è stato preciso e ben preparato, tutto fa supporre che l'obiettivo fosse proprio la ragazza italiana.

Silvia Romano con i bambini di Africa Milele Onlus
Una giovane volontaria italiana di 23 anni, Silvia Costanza Romano, di Milano, è stata rapita sulla costa sud orientale del Kenya, nella contea di Kilifi. Il capo della polizia kenyota Joseph Boinnet ha spiegato che il rapimento sarebbe avvenuto ieri sera intorno alle 20 ora locale.

La Farnesina ha confermato il rapimento spiegando che l'unità di crisi si è immediatamente attivata e lavora in stretto contatto con l'ambasciata d'Italia a Nairobi e con la famiglia della cooperante.

Silvia Romano lavora come volontaria per l'organizzazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, nelle Marche, che si occupa di progetti di sostegno all'infanzia e di bambini soli. Era partita da Milano dopo la laurea per partecipare a un progetto di cooperazione internazionale.

La volontaria italiana è stata rapita durante un attacco a Chakama, a circa 60 chilometri a ovest di Malindi. Le fonti locali stanno riportando di un assalto al villaggio di Chakama "80 uomini armati in modo pesante hanno attaccato il villaggio sparando in aria e sottolinea che si ritiene che il commando appartenga alle milizie di Al-Shabaab"

Nell'attacco sono state ferite 5 persone, tra cui due bambini

Chad Joshua Kazungu, un testimone del rapimento, ha raccontato a Reuters che gli uomini erano armati di fucili AK-47, che hanno attaccato la città di Chakama, parlavano in somalo e hanno aperto il fuoco sulle persone che fuggivano.

"C'erano tre aggressori che hanno preso di mira proprio la signora italiana"

I tre aggressori hanno schiaffeggiato la ragazza, l'hanno legata e poi portata via con un pick-up. L'area del rapimento è molto vicina al confine somalo a cui si arriva attraverso un dedalo di strade sterrate su cui la polizia locale non ha nessun controllo. Si teme che i rapitori l'abbiano portata proprio in Somalia dove hanno la loro base le milizie islamiche Al-Shabaab sospettate di aver rapito Silvia Romano.

"In quella zona del Kenya non ci sono centri commerciali, al massimo un negozietto dove si vendono fagioli e dove soprattutto non succede mai niente del genere", ha spiegato la presidente della onlus per cui lavorava Silvia.

"A quanto ci hanno raccontato le persone che abitano nel villaggio sono arrivati quattro-cinque individui armati che hanno lanciato un petardo, facendo sollevare la sabbia e hanno sparato più volte. Poi sono andati, a colpo sicuro, nella casa dove era la nostra volontaria, probabilmente perché lì sapevano che c'era una italiana, anche se non so spiegarmi il motivo di quello che è successo. In quel momento era da sola, perché altri erano partiti e altri ancora arriveranno nei prossimi giorni"

La polizia della contea di Kilifi ha chiesto ai residenti dell'area di mettersi in contatto immediatamente con la polizia nel caso di informazioni o avvistamenti dei criminali con la signora rapita.
(La Repubblica)



E sui social già si scatenano gli sciacalli
Era tornata in Italia a settembre ma poco dopo è subito ripartita perché «era quello che desiderava»

Ora di lei gli sciacalli del web scrivono così: «Quanto ci costerà farla tornare a casa sua per sempre ma con obbligo di dimora e firma!» oppure «Lasciatela li, se è li che è voluta andare»

Ma le risposte sono immediate: «Quindi quando uno dice: "Aiutiamoli a casa loro" lo dice solo così, per aprire bocca...» e «Viene rapita una volontaria di 23 anni in Kenya e il popolo degli #aiutiamoliacasaloro manifesta la loro solidarietà con 'poteva rimanere in Italia'. Ma quanto siete merde?»

«Il punto è aiutare i deboli - scrive una ragazza - L'unico modo di aiutare gli italiani, come dite, sarebbe combattere a morte altri italiani, ma quelli, invece, voi li votate. Per cui non rompeteci i coglioni se decidiamo di aiutare chi se lo merita. Qui, in Kenya o dove cazzo ci pare»

«Non ci sono parole per commentare quello che sta accadendo. Silvia, siamo tutti con te. Africa Milele Onlus». Questa la scritta che appare sulla homepage del sito della onlus di Fano con cui era impegnata Silvia Romano.


Ciao Silvia, tutta Foundation for Africa è con te
Il tuo amore per l'Africa è anche il nostro
Ora devi essere forte, per te, per la tua famiglia e per tutti quei bambini che stavi aiutando. Ti riporteremo a casa





Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 3 aprile 2018

Paura in Kenya. La terra si apre in due

Complici le piogge, nel sud-ovest del paese africano si è spalancata una fessura del suolo lunga una decina di chilometri e larga fino a 20 metri. La grande spaccatura ha creato panico, tagliato strade e distrutto case. Ma secondo gli esperti fa parte dei normali processi geologici della zona.


Erano state settimane di piogge, alluvioni e terremoti. All'improvviso una crepa si aprì nel pavimento di casa e la terra si spalancò sotto ai loro piedi. Eliud Njoroge e sua moglie abbandonarono la cena e fuggirono via terrorizzati, pensando all'Apocalisse. Ma trovandosi nel sud-ovest del Kenya, in piena Rift Valley, la loro casa era semplicemente stata vittima di un fenomeno geologico non inedito da queste parti.

Per decine di chilometri, a partire dal 18 marzo, una fessura nel terreno larga fino a 20 metri e profonda 15 si era andata estendendo sulla linea di faglia che taglia il continente africano in due per circa quattromila chilometri. E che è stata tra l’altro battezzata “la culla della specie umana

Mia moglie urlava, chiedeva aiuto ai vicini” ha raccontato Njoroge alla Reuters. La casa della coppia, fatta di mattoni e lamiera, è stata prima svuotata dai mobili. Poi, all'allargarsi della frattura, è stata addirittura demolita. Anche altri abitanti della zona hanno subito la stessa sorte.

L’autostrada che unisce Nairobi, la capitale del Kenya, a Narok, nell’ovest, si è ritrovata tagliata in due. In piena stagione delle piogge, si teme che la fessura si allarghi ulteriormente. “Ma la spaccatura corre lungo una linea retta. Non è difficile prepararsi in anticipo” spiega con una nota di ottimismo David Adede, un geologo che sta analizzando il fenomeno.

La linea rossa divide la placca somala (a est) da quella nubiana (a ovest)

Le spiegazioni tecniche non hanno tranquillizzato del tutto la popolazione. Molti giornali della zona hanno titolato che l’Africa si sta spaccando in due. L’affermazione è un po’ esagerata per una fessura profonda venti metri. Ma se guardiamo ai tempi lunghi, decine di milioni di anni, non è nemmeno destituita di fondamento.

A est della Rift Valley infatti la placca somala si sta allontanando dal resto della placca africana (detta nubiana) al ritmo di 6-7 millimetri all'anno. Il processo si è attivato circa 25 milioni di anni fa. La fessura della crosta lascia risalire il magma, costellando la zona di vulcani attivi. Presto (fra una decina di milioni di anni a occhio e croce) al posto della casa dei Njoroge potrebbe esserci il mare.

A Mai Mahiu (acque calde nella lingua dei Kikuyu), il centro più vicino alla casa della coppia sfortunata, c’è preoccupazione anche per un possibile risveglio del vulcano Suswa, che si trova nel sud-ovest del Kenya. Ma l’effetto più visibile, in questi giorni, è proprio la creazione di vuoti all'interno del terreno, che si sta “stirando” per effetto dell’allontanamento delle placche. 

Alcuni dei vuoti si sono riempiti con il tempo con la cenere dei vulcani. Basta una stagione di pioggia più intensa delle altre per dilavarla e far cedere i “pilastri” della terra.
(La Repubblica)



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venerdì 12 gennaio 2018

Kenya, la razzia degli asini africani uccisi per l'elisir dei cinesi

Centomila capi uccisi in Kenya, i masai li vendono per pagare la scuola ai figli.


Prima le zanne d’elefante, poi le corna di rinoceronte, ora la pelle d’asino. La Cina ha messo le mani sull'ennesima materia prima animale del continente africano per soddisfare la crescente domanda interna di ejiao, una gelatina estratta dalla pelle bollita degli asini e usata come farmaco nella medicina tradizionale cinese. Una sostanza usata da più di duemila anni per curare le emorragie e riequilibrare l’energia vitale dello yin e dello yang, ma sempre più richiesta dalla classe media per trattamenti anti-invecchiamento e come integratore per aumentare la libido sessuale.

Gli allevamenti
Un boom che ha spinto il gigante asiatico, fino a pochi anni fa lo Stato con il più alto numero di allevamenti d’asino al mondo (11 milioni di esemplari contro gli attuali 3), a fare razzia in Kenya, uno degli Stati africani che non ha vietato questo commercio, nonché uno dei maggiori alleati di Pechino in Africa.

Negli ultimi due anni, secondo stime governative, sarebbero stati uccisi 100mila esemplari. Numeri in aumento, dato che nei tre macelli della capitale Nairobi, ogni giorno vengono uccisi 450 animali. Cifre a cui vanno aggiunti gli animali che vengono abbattuti in mattatoi non ufficiali spesso nascosti nella savana keniota. L’ultimo censo, realizzato nel 2009 dal dipartimento di veterinaria keniota, stima che l’intera popolazione di asini nel Paese era prossima a 1,8 milioni di capi. Secondo la Donkey Sanctuary, un’organizzazione non profit inglese, di questo passo si arriverà all'estinzione dell’animale in dieci anni, senza contare le sofferenze subite prima della morte.

Sarebbe stato documentato, infatti, che è prassi lasciare a digiuno gli animali per varie settimane così da facilitare lo scuoiamento. Al contrario di altri capi da bestiame come mucche e maiali, gli asini hanno un tasso di riproduzione molto basso: ogni giumenta partorisce in media un asinello. Inoltre il forte stress a cui sono sottoposti ha aumentato il numero degli aborti spontanei.

In molti Paesi dell’Africa orientale l’asino ha ancora oggi un ruolo cruciale per le comunità rurali: mezzo di trasporto per le famiglie e per le merci da vendere nei mercati locali

In Tanzania, dove il commercio di pelle d’asino è bandito così come in altri 8 Stati africani, negli ultimi mesi sono aumentati i furti ad opera di bracconieri che rivendono il pellame nel vicino Kenya.

I soldi per la scuola
Nel villaggio di Esilalei (confine tra Tanzania e Kenya) alcuni pastori hanno denunciato la scomparsa di 475 capi, una perdita che ha li ha ridotti quasi in povertà riducendo i loro profitti da 30 a 5 dollari al giorno. In una recente intervista al New York Times, John Kariuki, direttore del macello di Nqaivasha nella Rift Valley kenyota, ha rispedito al mittente le critiche, affermando che grazie al commercio di pelle d’asino è stato dato lavoro e paghe migliori a migliaia di kenyoti.

«I Maasai hanno capito che per pagare le scuole dei loro figli devono vendere gli asini invece di mucche o capre» ha detto Kariuki al quotidiano americano. Un commercio che ha fatto salire alle stelle sia i prezzi degli asini che della loro pelle. Dal 2014 ad oggi si è passati da 60 a 165 dollari per animale.

Secondo un rapporto pubblicato da Donkey Sanctuary, un’organizzazione non profit inglese, su un totale di 44 milioni di asini presenti nel mondo, 1,8 milioni sono uccisi per produrre l’ejiao, il cui prezzo sul mercato cinese negli ultimi 17 anni è passato da 2,25 a 100 dollari al chilo. Una crescita esponenziale, soprattutto nella remota regione orientale dello Shandong, trainata anche dalla campagna pubblicitaria aggressiva della Dong E-E-Jiao, la principale azienda produttrice di ejiao in Cina.

La Beijing Forestry University ha lanciato l’allarme che se non si interverrà in fretta con un divieto totale del commercio di pelle d’asino nei Paesi africani si ripeterà uno sterminio simile al pangolino. Così come nel caso delle zanne d’elefante e del commercio del corno di rinoceronte, la maggior parte degli Stati africani pur di compiacere la Cina, principale partner commerciale del Continente, ha deciso di sacrificare l’ennesima specie animale, alimentando così nuove gang di trafficanti capaci di aggirare le maglie della giustizia locale.
(La Zampa.it - La Stampa)

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mercoledì 3 gennaio 2018

Kenya. Quei profughi somali rimandati in mezzo alla guerra e alla fame

Durante le festività natalizie Amnesty International ha denunciato che migliaia di rifugiati somali sono stati costretti a lasciare il campo di Dadaab in Kenya. Ma non è tutta colpa del Kenya


La Somalia sta affrontando un lungo periodo di siccità, carestia e un nuovo ciclo di sfollati anche a causa dell'integralismo islamico degli Al-Shabaab

I rimpatri dal campo profughi di Dadaab hanno conosciuto un’accelerazione da quando, nel maggio 2016, le autorità kenyote hanno annunciato l’intenzione di chiudere il campo di Dadaab, il più grande campo profughi al mondo, iniziando a ridurre i servizi e la fornitura di cibo e minacciando i residenti che, in caso di rifiuto, anziché un rimpatrio assistito avrebbero dovuto affrontare un rimpatrio forzato e senza alcuna assistenza.

Nel febbraio di quest’anno l’Alta corte del Kenya ha dichiarato illegale la chiusura del campo. Nel frattempo però decine di migliaia di rifugiati somali erano già stati rimpatriati.

I rifugiati un tempo fuggiti dalla siccità, dalla carestia e dalla violenza in Somalia sono rientrati nel mezzo di una grave crisi umanitaria e si trovano nella stessa disperata situazione da cui erano scappati. Secondo le Nazioni Unite, oltre metà della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria.

Per non parlare della violenza, che piaga la Somalia da un ventennio. Solo da gennaio 2016 a ottobre 2017 ha causato circa 4.585 vittime civili. Il gruppo armato Al-Shabaab mantiene il controllo su una rilevante parte del paese e compie attacchi indiscriminati contro i civili.

Questa combinazione di fattori ha prodotto una profonda crisi interna di sfollamenti. Secondo dati aggiornati al novembre 2017, in Somalia vi sono 2.100.000 profughi interni, molti dei quali ai margini dei sovraffollati centri urbani. La mancanza d’acqua potabile ha causato un’epidemia di colera che tra gennaio e luglio del 2017 ha fatto almeno 1.155 vittime.

Il campo profughi di Dabaab, Kenya
Il più grande al mondo
Dunque, è evidente che la Somalia non è pronta per quei ritorni su larga scala diventati più frequenti dal 2016. Ma le responsabilità non sono tutte del Kenya, anzi: chiamano in causa la mancanza di un sostegno adeguato da parte della comunità internazionale.

Nel novembre 2017 l’appello dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati per rispondere alla crisi dei rifugiati in Kenya era stato finanziato solo per il 29 per cento. Anche il Programma alimentare mondiale lamenta mancanza di finanziamenti ed è regolarmente costretto a ridurre il valore energetico delle forniture di cibo ai rifugiati.

Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di fornire al governo del Kenya assistenza tecnica e finanziaria adeguata e di proporre soluzioni sostenibili e di lungo periodo per l’integrazione dei rifugiati nel paese attraverso il completo finanziamento dei programmi dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati e l’incremento dei posti per il reinsediamento e di percorsi alternativi per i rifugiati somali.
(Le persone e la dignità - Corriere.it)

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