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lunedì 18 novembre 2019

Sud Sudan. L'acqua ha inghiottito interi villaggi, un milione le persone colpite

Un report di Amref dal Paese più giovane dell'Africa. Si stima che siano circa 908 mila le persone colpite dalle alluvioni e ora in stato di bisogno. Tra loro almeno 490 mila bambin


Un una nazione già martoriata da anni di guerra civile si è abbattuta una vera e propria catastrofe. In Sud Sudan è stato dichiarato lo stato di emergenza a causa di violente inondazioni che hanno sommerso il Paese. Si stima che siano circa 908 mila le persone colpite dalle alluvioni e ora in stato di bisogno; tra loro almeno 490 mila bambini. L’acqua ha inghiottito interi villaggi, compresi centri sanitari e scuole. Anche l’erogazione di servizi sanitari di base è al momento sospesa: in diverse aree del Paese sono operative solo il 10% delle strutture sanitarie.

Alla metà della popolazione manca cibo
Questo ennesimo dramma sta avvenendo in un Paese già in crisi: prima di questa catastrofe si contavano oltre 7,2 milioni di persone in stato di necessità, bisognose di assistenza umanitaria. Il 54% delle persone in Sud Sudan vive ancora in condizioni di grave insicurezza alimentare. Amref è presente nell'area del Sud Sudan dal 1972 con l’obiettivo di rafforzare il sistema sanitario del Paese. "Anno dopo anno, abbiamo ampliato il ventaglio dei nostri progetti e degli interventi a favore della popolazione sud-sudanese".

Il sostegno ai progetti di aiuto
"Le alluvioni hanno risparmiato le aree di intervento dei nostri progetti, ma gli effetti nel lungo periodo non mettono da parte nessuno. È fondamentale continuare a investire in questi progetti proprio per permettere alla popolazione sud sudanese di non perdere la fiducia nella possibilità di vivere una vita migliore. Le persone salvate oggi meritano un domani degno di essere chiamato futuro".

E sullo sfondo dei disastri naturali, la guerra
La prima guerra civile in Sudan nasce in un momento in cui in tutto il continente africano i diffusi fermenti indipendentisti sgretolavano (o almeno si illudevano di sgretolare) i regimi coloniali. Il conflitto interno al Paese (da sempre agitato dal contrasto fra il Nord arabo e il Sud a prevalenza etnico-culturale sub-sahariana, animista e cristiana) ha luogo dal 1955 al 1972. In guerra entrano il governo centrale del Sudan e i separatisti del Sud, che chiedono con forza una maggiore autonomia regionale. A rimetterci la vita, in quei 17 anni di guerra, furono circa mezzo milione di persone, per lo più civili.

Un incubo che dura da quasi 25 anni
La storia è poi proseguita con una ritmica successione di conflitti interni, in circa 25 anni, quasi 3 milioni di persone sono morte e oltre 4 milioni di cittadini sono stati ridotti allo status di sfollati. Il conflitto tra milizie governative al Difaa (al Shaabi, in arabo) e lo SPLA, in tutto questo arco di tempo è stato causa di carestie, epidemie, povertà e fame diffusa, smantellamento di quel poco che c'era nell'ambito dei servizi sanitari e di esodi forzati di gente costretta a mollare tutto ciò che possedevano.


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giovedì 8 agosto 2019

Sud Sudan. Juba il nuovo centro per il commercio dei migranti

La capitale sud-sudanese sta diventando un hub di rilievo per il traffico di migranti, favorito da un radicato sistema di corruzione e dal disfacimento del sistema legislativo e istituzionale, dopo più di cinque anni di conflitto civile.


Non solo il Sudan, crocevia storico della rotta migratoria dall'Africa orientale, ora anche Juba sta diventando un importante hub per il traffico di persone. Lo sostiene il rapporto “Disarticolare le finanze di reti criminali responsabili per il contrabbando e il traffico di esseri umani” (Disrupting the finances of criminal networks responsible for human smuggling and trafficking) preparato per l’organizzazione per lo sviluppo regionale IGAD (Inter-governmental authority on development) e l’Interpol da un consorzio di organizzazioni e centri di ricerca universitari (Research and evidence facility) e finanziato dal Fondo fiduciario europeo di emergenza per l’Africa (Trust Fund) che ha l’obiettivo di regolamentare le migrazioni verso il continente.

Nel rapporto si afferma che le reti di trafficanti di esseri umani stanno traendo grande vantaggio dalla crisi sud sudanese e stanno facendo di Juba un hub per i loro sporchi affari. A causa della guerra civile scoppiata nel 2013, dopo appena due anni e mezzo dall'indipendenza, il corpo legislativo del paese è rimasto carente in molti settori. Inoltre è debolissima la capacità, e la volontà, di far rispettare le leggi esistenti, mentre la corruzione tra i funzionari governativi è rampante.

Per di più, la popolazione ha perso gran parte delle fonti di sostentamento, le reti familiari e sociali di supporto e può contare in modo molto limitato sulla protezione delle istituzioni e della legge. Questo genere di situazione è terreno fertilissimo per i trafficanti che possono agire quasi indisturbati, anche perché il prevalere di enormi problemi sociali interni tende a convogliare tutta l’attenzione delle istituzioni nazionali ed internazionali.

Secondo il rapporto le reti di trafficanti più attive nel paese sono gestite da somali e pescano tra i migranti presenti, provenienti in grandissima maggioranza dai paesi del Corno e dell’Africa orientale. Secondo stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni risalenti al 2017, i migranti presenti in Sud Sudan sarebbero 845mila. Moltissimi di loro sono irregolari.

L’emergere del problema è testimoniato anche dal forum tenutosi a Juba l’anno scorso, in occasione della giornata internazionale delle migrazioni, il 18 dicembre. La discussione si è svolta nel quadro di riferimento del Better migration management programme (Programma per una migliore gestione della migrazione), pure finanziato dal Trust Fund europeo e dalla cooperazione tedesca.

In quell'occasione Edmund Yakani, direttore dell’ong sud sudanese Cepo, ben conosciuta per il suo lavoro di advocacy, ha detto che il traffico di esseri umani è un problema reale in Sud Sudan, ma nessuno ne vuole parlare. E ha aggiunto che è necessario mettere in campo azioni continue ed efficaci per proteggere le persone più vulnerabili che più facilmente potrebbero cadere nelle mani dei trafficanti.

Ma il traffico può essere battuto. E già nel titolo si individua una strada, con ogni probabilità la strada maestra: intercettare i flussi finanziari illegali e con loro i responsabili delle transazioni. Si può pensare che Juba sia un porto particolarmente sicuro per i trafficanti, anche perché nel paese corrono fiumi di denaro frutto di attività illecite.

Basti pensare alla pervasiva corruzione ma anche alla facilità con cui si possono riciclare denari sporchi, investendoli in diversi settori chiave, quale quello immobiliare e del materiale da costruzione, o dell’importazione, più o meno legale, di carburante, tutti saldamente controllati proprio da somali.



Articolo a cura di
Maris Davis


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venerdì 14 dicembre 2018

Sud Sudan. Venduta su facebook una 16enne, offerta in moglie al miglior offerente

Il caso è scoppiato a fine ottobre quando il padre di una giovane pubblica su facebook il post dell'orrore. Il social network impiega due settimane per rimuoverlo.


Facebook velocissimo a rimuovere post di nudo femminile (che in fondo non fanno male a nessuno, solo agli ipocriti del pudore), ma lentissimo a rimuovere post discriminatori, razzisti, inneggianti all'odio, o post che mettono in "vendita" ragazzine. In fondo esiste la libertà di parola e di pensiero, ma non quella di essere donna.

Anche alti funzionari locali hanno provato ad aggiudicarsi la giovane, data poi in matrimonio a un ricco uomo d'affari

Parliamo spesso di Sud Sudan per quella terribile e feroce guerra civile che lo insanguina dal 2013. Un guerra civile che ha provocato orrori, bambini soldato, uccisioni indiscriminate di civili, profughi, e povertà estrema. E sarà stata proprio l'estrema povertà che ha indotto un padre a "vendere" sua figlia 16enne su facebook, lì dove tutto il mondo poteva vedere.

Una vera e propria asta su Facebook per aggiudicarsi una sposa ragazzina
Manco fosse un oggetto o un animale, una 16enne è stata esposta dalla sua famiglia sul social network con tanto di foto e assicurazioni anche sull'altezza, tale da garantire al vincitore dell’asta dei figli con “posti garantiti nella Nba”, il campionato di basket americano. Di più: all’asta hanno partecipato anche altissimi funzionari governativi, che invece di stroncare quanto stava accadendo hanno postato le loro offerte per la giovane Nyalong Ngong Deng Jalang.

Facebook ha impiegato circa due settimane per eliminare un annuncio che metteva all'asta in Sud Sudan una ragazzina di 16 anni. L’asta, promossa dal padre dell'adolescente, è iniziata il 25 ottobre, si è conclusa con l’offerta vincente di 500 mucche, 3 auto e 10mila dollari e con il matrimonio della ragazzina, celebrato a Juba il 3 novembre.

L’annuncio era accompagnato dalla foto della giovane originaria dello Stato di Eastern Lakes. In palio c’era una giovane alta e dall'espressione spenta. “La competizione è assolutamente consentita nella cultura Dinka/Jieng”, sosteneva il post.

A partecipare alla “competizione” almeno cinque uomini, tra i quali il vice governatore dello Stato David Mayom Riak, arrivato a offrire in dote 353 mucche e terreni di “prima classe”. Non è bastato.


Ad aggiudicarsi quella che era già stata tristemente definita sui social “la vergine più cara del Sud Sudan” è stato il ricco uomo d’affari Kok Alat, dietro alla dote di 500 mucche, tre automobili e 10mila dollari

Foto del matrimonio dopo l'asta su facebook

Facebook ha rimosso il post solamente il 9 novembre quando l'orrore si era ormai compiuto. Alla CNN, che per prima ha scoperto l’accaduto, Facebook ha dichiarato di aver disabilitato l’account dell’utente che ha pubblicato l’asta sul social network.

George Otim, direttore generale di Plan International South Sudan, associazione che difende i diritti dei bambini nel paese africano, ha dichiarato: “Questo uso barbarico della tecnologia degli ultimi giorni ricorda i mercati degli schiavi. È incredibile che nel 2018 una ragazza possa essere venduta per il matrimonio sul più grande social network al mondo. Plan International chiede al governo del Sud Sudan di indagare su quest’argomento e sospendere i funzionari che hanno preso parte alla gara. Incoraggiamo tutte le ragazze che si trovano in situazioni simili di matrimoni forzati e precoci a segnalarle alla polizia

Nonostante il post in questione sia diventato virale in Sud Sudan, non è chiaro il motivo per cui il social network abbia impiegato più di due settimane per accorgersi di quello che stava succedendo. Poche settimane fa il social network aveva annunciato in pompa magna strumenti di intelligenza artificiale per scovare gli abusi sui minori.

Molte Ong hanno esortato il governo a occuparsi della vicenda
È da non credere che una ragazza possa essere venduta come sposa sul più grande social network del mondo”, sottolinea George Otim, responsabile di Plan International South Sudan.

Nonostante l’età legale per il matrimonio sia di 18 anni. "Oltre il 50 per cento delle ragazze sud sudanesi si sposa prima di diventare maggiorenne", sottolinea l’Unicef. Gli alti livelli di povertà, la perdurante situazione di conflitto, i bassi livelli di istruzione, oltre che le tradizioni locali, hanno contribuito a far crescere il fenomeno.

Un portavoce di Facebook ha dichiarato: “Qualsiasi forma di traffico di esseri umani, che siano post, pagine, annunci o gruppi non sono consentiti su Facebook. Abbiamo rimosso il post e disattivato permanentemente l’account appartenente alla persona che l’ha pubblicato su Facebook. Miglioriamo costantemente i metodi che utilizziamo per identificare i contenuti che infrangono le nostre politiche, raddoppiando il nostro team di sicurezza e protezione e investimento in tecnologia

In alcune comunità locali il matrimonio precoce è considerato un modo per “proteggere” le ragazze dal sesso pre-matrimoniale e dalle gravidanze indesiderate, in altri casi come la maniera più semplice di poter ottenere bestiame e soldi grazie alla tradizionale dote, equivalente solitamente a 30-40 mucche e denaro o terreni. “È una pratica che viola i diritti delle ragazze, privandole del diritto all'istruzione, incrementando il rischio di violenza e riducendole a mera proprietà di qualcun altro

I matrimoni precoci e combinati in Sud Sudan sono illegali, ma secondo gli esperti l’accaduto potrebbe dare il via ad una serie di emulazioni e aumentare il traffico di minorenni

Il “successo” dell’asta su Facebook potrebbe spingere molte famiglie del Sud Sudan a replicare quanto accaduto, anche se il social network ha ribadito che sul sitonon è consentita alcuna forma di traffico di esseri umani

Le Ong chiedono un monitoraggio più attento, oltre alla sospensione dei funzionari che hanno preso parte all'asta. Le famiglie, sottolineano, dovrebbero considerare la dote come un simbolo di apprezzamento invece che come un pagamento per le loro figlie. Ma la strada per riuscire a sconfiggere il fenomeno appare ancora molto lunga.
(Avvenire)


La nostra Campagna Informativa
"Spose Bambine e Matrimoni Combinati"
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Articolo a cura di
Maris Davis


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giovedì 20 settembre 2018

Sud Sudan. Continuano gli scontri nonostante la firma degli accordi di pace

I combattimenti non si sono fermati in Sud Sudan, nonostante la firma degli accordi di pace, il 12 settembre scorso ad Addis Abeba.

La cerimonia nella capitale etiopica era la conclusione di circa tre mesi di trattative a Khartoum, capitale del Sudan, in cui il primo passo era stato l’accordo sulle questioni di sicurezza, che prevedeva anche il cessate il fuoco. Era il mese di giugno. Ma i combattimenti in varie parti del paese non si sono mai fermati. Accuse continue di violazione della tregua venivano in particolare dal nord, dagli stati nati dalla divisione dello stato di Unity, e dal sud, dallo stato del fiume Yei, confinante con l’Uganda.

Secondo le dichiarazioni della maggior forza di opposizione, l’SPLM-IO di cui è presidente Riek Machar, nello stato del fiume Yei i combattimenti, iniziati diverse settimane fa, continuerebbero anche ora, una settimana dopo la firma ufficiale della pace. La commissione deputata a monitorare il rispetto del cessate il fuoco ha annunciato un’inchiesta.

Edmund Yakani, presidente del CEPO (Community Empowerment for Progress Organization) una delle più autorevoli organizzazioni della società civile del paese, ha avanzato l’ipotesi che gli scontri siano dovuti a ritardi nella trasmissione del cessate il fuoco sui diversi campi di battaglia. Ma il presidente Salva Kiir, durante una cerimonia funebre, avrebbe dichiarato di aver chiesto direttamente a Machar perché le sue forze stanno ancora combattendo, rilanciando così la responsabilità nel campo avversario, come del resto è successo nei quasi 5 anni di guerra civile.

L’accordo di Addis Abeba mostra così fin da subito una notevole fragilità. Il documento, inoltre, è stato rifiutato da almeno cinque delle forze di opposizione presenti alle trattative, che hanno contestato in particolare la divisione del paese in 32 stati, decisa unilateralmente dal governo di Juba durante la guerra civile, perché a loro parere favorisce l’etnia dominante, i dinka del presidente Kiir.
(RFI Radio France International)


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venerdì 8 giugno 2018

Sud Sudan. Allarme delle ONG, i grandi donatori lo stanno abbandonando

Nuovi scontri nella più giovane nazione del pianeta.

Medici senza frontiere denuncia l'emergenza sanitaria per i civili in fuga nelle paludi del Nilo Bianco. Medici con l'Africa Cuamm: "Stufi del conflitto Gran Bretagna, Usa e UE vogliono chiudere i rubinetti"

L’ennesimo allarme sull'emergenza umanitaria in Sud Sudan è stato lanciato a fine maggio da Medici senza Frontiere. Stavolta riguarda le popolazioni intrappolate tra i violenti combattimenti nel nord del Paese, tra Leer e Mayendit, con il consueto corredo di orrori che caratterizza quella guerra, ossia villaggi saccheggiati e bruciati, stupri e uccisioni di massa.

I superstiti di questi nuovi massacri sono fuggiti nelle vaste paludi del Nilo Bianco, preferendo affrontare i cobra e i coccodrilli che pullulano in quelle acque, piuttosto che i soldati del regime e le milizie ribelli. Ma sugli isolotti dove riescono a trovare rifugio questi disgraziati non hanno né cibo né acqua né, ovviamente, la minima assistenza sanitaria.

Per don Dante Carraro, direttore dell’ong padovana “Medici con l’Africa Cuamm”, una delle poche che opera in quel disperato teatro di guerra, questo nuovo inasprimento dei combattimenti ha una spiegazione semplice: "Stufi di questo conflitto senza fine, i grandi donatori, ossia Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Europea, sono sempre più determinati a chiudere i rubinetti degli aiuti. Ma questa minaccia non ha fatto che esasperare la situazione sul terreno"

Don Dante è tornato due mesi fa in Sud Sudan, e sostiene che ormai non si tratta più di massacri etnici, ma di carneficine provocate dalla miseria e dalla fame. "In quelle condizioni, basta un fiammifero per scatenare l’inferno. Eppure sono sempre più convinto che le grandi potenze del pianeta avrebbero la forza per costringere i belligeranti a trovare un accordo di pace"

Nato nel 2011, quando un referendum vinto con il 98,8 per cento dei voti sancì la sua indipendenza dal Sudan degli arabi di Khartum (Sudan), il Sud Sudan è la più giovane nazione del pianeta. Ma il suo sogno di libertà e autodeterminazione è durato poco: nel 2013, infatti, è scoppiata una guerra civile tra i sostenitori del presidente di etnia dinka, Salva Kiir, e quelli del vice-presidente di etnia nuer, Riek Machar.

Da allora il conflitto avrebbe provocato 350 mila morti, molti dei quali uccisi dalla carestia e dalle malattie nelle zone più remote del Paese. Per il resto, come ancora una volta denunciano le ong internazionali, le forze governative e le milizie dell’opposizione continuano ad accanirsi sui civili violentando le donne, castrando i bambini e massacrando gli uomini a colpi di machete.
(La Repubblica)

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lunedì 4 giugno 2018

L'Italiana testimone per gli stupri di massa commessi in Sud Sudan dai militari governativi

La cooperante italiana che nel 2016 si è trovata al centro della guerra civile oggi racconta per la prima volta le violenze subite, l'inefficienza delle Nazioni Unite e il coraggio di essere testimone chiave in un processo che per la prima volta vede alla sbarra soldati governativi.


Per cinque giorni, ogni secondo, ho pensato di morire”. Inizia così il racconto di Marta (il nome per ragioni di sicurezza è di fantasia), una cooperante de L'Aquila che nel luglio 2016 si è trovata al centro della guerra civile in Sud Sudan, dove insieme ad altri cooperanti ha subito violenza, rischiando di morire e oggi si trova ad essere il testimone chiave di un processo che vede imputati 12 soldati sudanesi.

Il Sud Sudan è un paese sul lastrico, dove la fame è una delle principali cause di morte” e in uno Stato così per i militari l'abuso, la razzia, le violenze sessuali su donne e bambine sono all'ordine del giorno.

Sono molti i progetti attivi nello stato africano e anche l'Italia ha partecipato alla cooperazione inviando 140 milioni di euro dal 2000 al 2016, oggi nel piano triennale di cooperazione del Ministero degli Affari Esteri è indicato come uno dei 22 paesi di azione prioritaria.

Sud Sudan, due tribù in conflitto permanente
Il Sud Sudan viene riconosciuto come Stato nel 2011 (è il più giovane Stato al mondo), ma il processo democratico nel paese non si è mai veramente concluso e vede contrapposte in un conflitto civile che periodicamente riesplode le forze governative di Salva Kiir (di etnia Dinka) e quelle di opposizione di Riek Machar (di etnia Nuer), i due leader che si contendono il comando di un paese poverissimo dove il PIL pro-capite non supera i 657 dollari.

Marta, nel luglio 2016, si trovava nel Paese come consulente per una organizzazione americana che l'aveva ingaggiata per cinque mesi per partecipare ai progetti USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. Da giorni il clima in città, a Juba, era mutato. I check point nelle strade si erano infittiti e il clima era visibilmente più teso, finché un giorno durante una riunione all'ambasciata americana tutti i cooperanti vengono invitati a far ritorno nel compound e a non uscire.

Intanto fuori infuriavano i combattimenti tra le due fazioni in campo
Sentivamo gli spari, gli elicotteri girare sopra le nostre teste. Sono stati giorni di paura e isolamento. Le nostre strutture erano in vetro, totalmente insicure e vulnerabili. Per cinque giorni abbiamo chiesto aiuto all'ambasciata americana, alle nostre compagnie di appartenenza, senza risposte o con rassicurazioni vane"

"Non erano stati attivati i protocolli di sicurezza che in un contesto difficile come quello del Sud Sudan dovevano essere all'ordine del giorno. Non erano stati inoltre attivati i normali corridoi di sicurezza per lo spostamento verso strutture più protette come i vari hotel della città dove nel frattempo avevano trovato riparo gli altri operatori che erano stati evacuati in tempo

A Juba era scoppiata la guerra civile e secondo quanto riferiscono fonti dell’Afp in quei giorni sono rimaste vittime degli attacchi 300 civili e due caschi blu cinesi dell’Onu.

La mia famiglia chiamava la Farnesina in cerca di notizie, ma l'Italia non ha sedi consolari in Sud Sudan, quindi le uniche informazioni disponibili erano quelle delle autorità americane che però erano vaghe e inutili

Esecuzioni, stupri, violenze. "Erano arrivati anche a noi"
Ad un certo punto però i soldati arrivano anche al compound e iniziano a sfondare finestre e porte, nel frattempo tutti i cooperanti riescono a trovare riparo nell'unica casa con la porta blindata e una volontaria, l’unica a salvarsi dalle violenze, è salita su un ramo rimanendoci un giorno e una notte intera.

Tremava tutto, sembrava il terremoto de L’Aquila. Perché io ho vissuto anche quello” precisa Marta come se il trauma del sisma fosse riaffiorato a migliaia di chilometri da casa in quello stesso sentimento di paura che nasce quando non si ha la piena percezione di quello che sta per accadere.

Nel raid è stata eseguita la condanna a morte di un giornalista sudanese appartenente alla tribù opposta. “John è stato ucciso con tre colpi di pistola alla testa, ma prima tutti gli uomini sono stati messi in ginocchio intorno alla vittima, per assistere all'uccisione”. Questo uomo è morto solo per una "segno sul viso" che distingue la popolazione di una tribù. In Sudan si muore anche per questo.

Ma non contenti i soldati hanno cercato gli altri cooperanti, uno è stato colpito alle gambe da una raffica di proiettili sparati contro una porta al solo fine di aprirla.

Hanno sparato alla cieca e hanno colpito lui, ma in realtà potevano colpire chiunque. Da lì sono iniziate le botte, i fucili puntati alla testa, le minacce ripetute “vuoi morire?” e le violenze sessuali alle donne presenti

Quando uno dei soldati ha lasciato andare Marta, la prima scena che si è trovata davanti è stato il corpo morto di John, “ho pensato fossero tutti morti” racconta, finché non è arrivato un altro militare che l’ha condotta in una stanza dove stavano abusando di una sua collega e sono ricominciate le torture.

Anche una volta scampato il pericolo la libertà è tardata ad arrivare. Le due donne hanno trascorso tutta la notte rinchiuse in un bagno sperando che qualcuno venisse ad evacuarle ma, nonostante il cessato il fuoco, nessuno tra le Nazioni Unite, Sicurezza Nazionale, Ambasciate, nessuno è andato a liberarle.

L'inefficienza delle Nazioni Unite
La storia di quei giorni" accusa Marta che nel suo racconto non tradisce emozione, ma solo tanta rabbia, "dimostra che il sistema di sicurezza delle Nazioni Unite è completamente saltato e ha mostrato la sua inefficienza

A documentare i fatti di quel luglio è il report di Civilians in Conflict sulle violenze in Sudan del Sud contro civili e sulla risposta delle Nazioni Unite che descrive come le parti del conflitto hanno ucciso e ferito i civili nei campi profughi con fuoco indiscriminato, commesso violenza sessuale diffusa contro le donne che hanno lasciato quei campi in cerca di cibo e attaccato gli operatori umanitari internazionali e nazionali.

Il rapporto si basa principalmente su più di 100 interviste effettuate a Juba nell'agosto 2016, compresi i civili direttamente colpiti dalla violenza, i funzionari civili e militari dell'UNMISS (missione ONU in Sud Sudan) e rappresentanti della comunità umanitaria.

Al rientro in Italia Marta ha sporto denuncia presso la procura di Roma che però è stata archiviata poco dopo


L'Italiana oggi è testimone chiave in un processo contro i soldati governativi
Oggi, per i fatti di quel luglio di violenza, è in corso un processo della corte marziale contro 12 soldati di Salva Kiir. La sentenza era attesa alla fine del 2017, ma la morte improvvisa, in carcere, del capo delle truppe ha ritardato il verdetto per il saccheggio e le violenze del compound.

Marta è diventata una testimone chiave per questo primo processo per massacro civile. Senza testimoni la Corte aveva minacciato di chiudere il procedimento e solo dopo la testimonianza dell’italiana sono state accettate anche delle testimonianze via internet realizzate con l’aiuto dell’Fbi.

Sono arrabbiata anche con chi non è tornato a testimoniare, soprattutto con gli uomini che non hanno subito le nostre stesse violenze e sono stati tra i primi ad essere evacuati. Non è stato facile riconoscere 4 dei miei 5 aguzzini ed essere sottoposta ad interrogatorio per oltre cinque ore. Ma magari questo processo può diventare un esempio e un precedente importante per tutte quelle persone che ogni giorno in Sud Sudan subiscono violenze atroci per mano dei soldati

Ma c’è una beffa che si somma alle violenze e alle ferite

Trovarsi a ringraziare i propri stupratori
Quando queste donne che erano nel Paese come operatrici umanitarie sono state liberate dalla Sicurezza Nazionale e dall'esercito sud-sudanese (le stesse milizie di appartenenza degli stupratori) dopo ore di violenza e abusi, hanno ringraziato i soldati come si ringrazia chi ti ha salvato dalla morte.

“Peccato che quegli uomini indossassero la stessa divisa di quelli che ci avevano torturato fino a poco prima. Ma non lo sapevamo”
(Panorama)

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mercoledì 7 febbraio 2018

Sud Sudan. L'ONU libera 311 bambini soldato. Tra di loro anche 87 bimbe che hanno subito violenze

Si tratta della prima fase della missione Minuss. Nello Stato africano si combatte una guerra civile dal 2013, ci sono quattro milioni di sfollati.


Due anni dopo la divisione dal Sudan, il Sud Sudan è piombato in una guerra civile segnata da atrocità a sfondo etnico con decine di migliaia di persone morte e 4 milioni di sfollati: una catastrofica crisi umanitaria.

L'Onu è riuscita a liberare 311 bambini soldato, tra cui 87 bambine, nel sud del Paese devastato dalla guerra civile che infuria dal dicembre 2013.

Si tratta della prima fase di un programma che ha l’obiettivo di smobilitare 700 bambini soldato nella regione di Yambio (governatorato di Equatoria). Tra questi 563 combattono con le forze dell’ex presidente Salva Kiir e 137 in quelle dell’ex vicepresidente Riek Machar.



«I bambini non dovrebbero portare fucili e uccidersi tra loro, ma dovrebbero giocare e divertirsi con gli amici, protetti e accuditi dagli adulti attorno a loro» ha dichiarato il capo della missione Minuss, David Shearer.

La bambine liberate, secondo quanto riferito dallo stesso Shearer, hanno probabilmente subito anche violenze sessuali e per questo il capo della missione ha chiesto che «ricevano sostegno per poter tornare alle loro comunità senza essere stigmatizzate»

La missione, che ha visto la collaborazione di Unicef, capi religiosi e autorità locali per negoziare la liberazione degli oltre trecento bambine e bambini soldato, ora si focalizzerà sulla loro formazione, sul sostegno economico e psicologico adeguato.
(La Stampa)


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lunedì 21 agosto 2017

Sud Sudan, sono già 4.000 le persone morte a causa della malaria

L'epidemia di malaria diffusasi quest'anno è la più letale nella storia del paese.


L'epidemia di malaria ha causato fin'ora la morte di oltre 4 mila persone, dicono i rappresentanti del sistema sanitario del paese, citati dall'agenzia Anadolu.

"L'epidemia di malaria di quest'anno è la più grande nella storia del paese" ha sottolineato il rappresentante del Ministero della sanità del Sud Sudan, Isaac Маpir, che lotta contro questa malattia. "In totale ci sono stati oltre 900 mila casi di malaria"

Il funzionario del ministero ha sottolineato che un intero gruppo medico specializzato sta intensificando gli sforzi contro l'epidemia e in questo processo prendono parte gli esperti delle Nazioni Unite.

In Sud Sudan da più di tre anni è in corso la guerra civile. I conflitti militari creano un ambiente favorevole alla diffusione delle epidemie.
(Sputnik News)

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