giovedì 20 settembre 2018

Sud Sudan. Continuano gli scontri nonostante la firma degli accordi di pace

I combattimenti non si sono fermati in Sud Sudan, nonostante la firma degli accordi di pace, il 12 settembre scorso ad Addis Abeba.


La cerimonia nella capitale etiopica era la conclusione di circa tre mesi di trattative a Khartoum, capitale del Sudan, in cui il primo passo era stato l’accordo sulle questioni di sicurezza, che prevedeva anche il cessate il fuoco. Era il mese di giugno. Ma i combattimenti in varie parti del paese non si sono mai fermati. Accuse continue di violazione della tregua venivano in particolare dal nord, dagli stati nati dalla divisione dello stato di Unity, e dal sud, dallo stato del fiume Yei, confinante con l’Uganda.

Secondo le dichiarazioni della maggior forza di opposizione, l’SPLM-IO di cui è presidente Riek Machar, nello stato del fiume Yei i combattimenti, iniziati diverse settimane fa, continuerebbero anche ora, una settimana dopo la firma ufficiale della pace. La commissione deputata a monitorare il rispetto del cessate il fuoco ha annunciato un’inchiesta.

Edmund Yakani, presidente del CEPO (Community Empowerment for Progress Organization) una delle più autorevoli organizzazioni della società civile del paese, ha avanzato l’ipotesi che gli scontri siano dovuti a ritardi nella trasmissione del cessate il fuoco sui diversi campi di battaglia. Ma il presidente Salva Kiir, durante una cerimonia funebre, avrebbe dichiarato di aver chiesto direttamente a Machar perché le sue forze stanno ancora combattendo, rilanciando così la responsabilità nel campo avversario, come del resto è successo nei quasi 5 anni di guerra civile.

L’accordo di Addis Abeba mostra così fin da subito una notevole fragilità. Il documento, inoltre, è stato rifiutato da almeno cinque delle forze di opposizione presenti alle trattative, che hanno contestato in particolare la divisione del paese in 32 stati, decisa unilateralmente dal governo di Juba durante la guerra civile, perché a loro parere favorisce l’etnia dominante, i dinka del presidente Kiir.
(RFI Radio France International)


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