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giovedì 7 luglio 2022

Nigeria. Assalto di Boko Haram in un carcere della capitale fa evadere 600 miliziani

Attentato di Boko Haram in un carcere di Abuja, 600 detenuti in fuga, la polizia finora ne ha catturati la metà. Ci sarebbero almeno 10 morti.

Caos in Nigeria, dove un attacco dei terroristi di Boko Haram ha consentito a circa 600 detenuti del carcere della capitale del Paese, Abuja, di fuggire dalle celle nelle quali si trovavano imprigionati, nell’ambito di un raid che è costato la vita a dieci persone e a numerosi ufficiali. I dati numerici relativi all’attentato in questo momento sono frammentari e differenti tra loro. C’è chi ha parlato addirittura di una fuga di 800 prigionieri dalla struttura penitenziaria, ma alle forze dell’ordine locali ne risultano duecento in meno. Il totale resta tuttavia considerevole e denuncia uno dei tanti problemi di sicurezza nel Paese africano, dove nei giorni scorsi si sono susseguiti senza soluzione di continuità i rapimenti di preti cattolici e, in alcuni casi, anche la loro uccisione.

Le autorità della Nigeria riferiscono che le forze di sicurezza sono riuscite a rintracciare e arrestare alcune centinaia di evasi, anche se gran parte di loro è riuscita a fuggire e a dileguarsi nel nulla. Così, i militari hanno inviato ulteriori rinforzi in città per dare la caccia ai terroristi.

Caos sicurezza in Nigeria. Almeno trecento terroristi di Boko Haram, fuggiti dal carcere, liberi di circolare nella capitale Abuja

Stando a quanto hanno affermato alcune fonti governative nigeriane è certamente opera di Boko Haram l'attentato che ha preceduto la fuga di circa 600 prigionieri dal carcere alla periferia della capitale nigeriana, Abuja.

Shuaibu Belgore, alto funzionario del Ministero dell’Interno, dopo l’attacco di ieri notte contro il carcere, ha tenuto a precisare quanto segue: “Evidentemente gli assalitori sono di Boko Haram e sono arrivati appositamente per i loro cospiratori. Fino a questo istante siamo riusciti a recuperare 300 di circa 600 detenuti fuggiti dalle celle” e le operazioni sembrano essere ancora ben lontane dalla loro conclusione.


lunedì 30 settembre 2019

Silvia Romano sarebbe viva nelle mani degli Al-Shabaab che l'hanno costretta ad un matrimnio islamico

Secondo gli 007 italiani i sequestratori "vorrebbero farle assimilare, sino a sentirsene parte integrante, l’ambiente dove vive, cultura islamica"

Se da un lato la notizia è positiva perché Silvia sarebbe viva, dall'altra parte c'è la certezza che è nelle mani del gruppo Al-Shabaab, terroristi islamici che in questi anni hanno destabilizzato con decine e decine di attentati la Somalia e il Corno d'Africa, gli stessi che proprio oggi hanno attaccato un convoglio militare italiano a Mogadiscio.


Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya il 20 novembre 2018, è viva e si troverebbe in Somalia, ma sarebbe stata costretta dai rapitori "all’islamizzazione e al matrimonio islamico". Lo affermano fonti di intelligence. Gli uomini che la tengono prigioniera stanno attuando nei suoi confronti "una sorta di lavaggio del cervello, una manovra di pressione psicologica che punta a recidere i legami affettivi e culturali con la sua patria d’origine"

Vorrebbero farle assimilare, sino a sentirsene parte integrante, l’ambiente dove viene costretta a vivere

Secondo gli 007 italiani i sequestratori di Silvia "vorrebbero farle assimilare, sino a sentirsene parte integrante, l’ambiente dove viene costretta a vivere". Silvia Romano si troverebbe quindi nell'interno della Somalia, il Paese africano dove più forte è la presenza jihadista e dove intere zone, soprattutto nel Sud, sono sotto il controllo delle fazioni integraliste vicine alla guerriglia.

La ragazza si trova probabilmente tra il Sud e il Sudovest del Paese, dominato dai mujaeddin di Al Shabab, una tra le fazioni più integraliste della jihad. Rapita nel villaggio in Kenya di Chakama, 80 km da Nairobi, Silvia fu portata in Somalia poche settimane dopo il sequestro.

Silvia ha dovuto sposare un musulmano e probabilmente il marito è un uomo dell'organizzazione che l'ha sequestrata

La strategia dei jihadisti è normalmente quella di indottrinare i prigionieri di guerra in modo da puntare ad avere, dopo la liberazione, un infiltrato da utilizzare per la Guerra Santa nel suo Paese di origine. Non è facile capire quale sia lo scopo di indottrinare però una semplice volontaria che non ha contatti particolarmente significativi e importanti per i militanti della Jihad.

La strategia del matrimonio combinato, sposare colui che è stato il tuo rapitore, è la stessa usata (per esempio) da Boko Haram in Nigeria. Rapire le ragazze per poi costringerle a matrimoni con gli stessi rapitori. Simboleggia il dominio dell'uomo sulla donna, ma anche il tentativo dei rapitori di affermarsi all'interno dell'organizzazione, "voglio quella donna e la rapisco per farla diventare mia moglie, in questo modo dimostro il mio potere e le mie capacità anche all'interno del mio gruppo". Così potrebbe essere capitato anche a Silvia, rapita proprio a questo scopo, "qualcuno" che voleva a tutti i costi "avere" Silvia in moglie e per questo non ha esitato ad uccidere e a chiedere aiuto a dei terroristi.

Rapita quasi un anno fa in Kenya fu poi ceduta agli Al-Shabaab somali

Alla fine del 2018 Silvia, rapita in Kenya, fu ceduta a bande di banditi somali finendo così in un territorio in cui l'intervento occidentale è molto più difficile rispetto al Paese dove la ragazza prestava servizio di volontariato in un villaggio. Difficile pensare a un raid per liberarla. L'unica strada è quindi quella dell'intelligence, della ricerca di contatti e trattative con i rapitori, a cominciare dal pagamento di un riscatto, che pare oggi l'unica strada per la liberazione.

Il fatto che sia arrivata la notizia del matrimonio significa che è stato attivato un canale con i rapitori. Ora resta da verificare se i sequestratori la considerino una di loro e non vogliano trattare, o se si tratti di una strategia per alzare il prezzo del riscatto.

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mercoledì 7 novembre 2018

Il terrorismo degli al Shabaab arriva anche in Mozambico

L’attacco terrorista avvenuto un mese fa nel nord del Mozambico, a Cabo Delgado, con una decina di decapitati è il più sanguinario avvenuto in questa regione dove il terrorismo jihadista ha fatto la sua comparsa già all'inizio di quest'anno, con una serie di attacchi a caserme di polizia.


La formazione che conduce questi attacchi si chiama al Shabaab, tradotto dall’arabo “i giovani”. Lo stesso nome del gruppo nato in Somalia e che opera in questo paese e nel nord del Kenya. Pare che i primi membri del gruppo fossero seguaci di un predicatore keniota ucciso nel 2012. In sostanza la nascita di questa formazione è simile a quella di Boko Haram, in Nigeria. Anche lì il fondatore del gruppo Mohamed Yussuf, era un predicatore estremista religioso e fu ucciso in carcere. Da allora Boko Haram ha cambiato pelle, fino a diventare la formazione sanguinaria che conosciamo oggi.

Questi attacchi in Mozambico puntano a destabilizzare una regione remota ma economicamente cruciale. A Cabo Delgado infatti è stato scoperto un immenso giacimento di gas naturale e petrolio sul quale ha già messo le mani ENI che poi ha subappaltato alcuni pozzi agli americani e ai cinesi. Se questo gruppo riuscirà a rallentare o a bloccare le operazioni di sfruttamento di gas e greggio finirà per avere un potere contrattuale enorme.

L’altra questione geo-strategica è politica. Le autorità vogliono assolutamente scongiurare che si formi un collegamento con gli al Shebaab somali. Se ciò accadesse su tutta la costa orientale dell’Africa ci sarebbe una pesantissima ipoteca terroristica che ha già fatto spopolare i siti turistici del nord del Kenya, come Malindi o, più a sud, di Lamu. In tal caso tutta la costa diverrebbe insicura cancellando praticamente il turismo, con danni gravissimi per i paesi della regione e, al contrario, si tramuterebbe in un grande successo di immagine per il terrorismo di al Shabaab. Una evoluzione che tutti i paesi della costa, Somalia, Kenya, Tanzania e Mozambico, che vivono anche di turismo, stanno cercando di scongiurare.

Infine non si può non constatare come il terrorismo attacchi ormai anche in regioni insospettabili che hanno popolazioni di religione musulmana particolarmente tolleranti, come il Mozambico, appunto. Oppure non hanno proprio popolazioni musulmane, è il caso della regione dei Grandi Laghi che deve fare i conti con un gruppo jihadista che opera soprattutto in Uganda e nel nord del Congo.

La domanda cruciale è, ma chi investe sul terrorismo? Armi automatiche efficienti, combattenti preparati, esplosivo e gente che sa usarlo, tutto questo costa tanti soldi. Il sospetto è che sia proprio l'Arabia Saudita, principale alleato in medio oriente dell'America di Trump, sia il fornitore occulto dell'Islam integralista in Africa. Già nel 2015, quando Boko Haram in Nigeria aveva proclamato lo Stato Islamico, si erano trovati legami sospetti con tra il gruppo terroristico nigeriano e l'Arabia Saudita che non ha mai nascosto simpatie per la diffusione dell'integralismo islamico nell'Africa Sub-Sahariana.

Nessuno ne parla, ma anche l'Italia ha le sue colpe, mine e armamenti leggeri di fabbricazione italiana sono stati trovati nello Yemen dove è in atto una guerra cruenta, dove migliaia di bambini stanno morendo di fame nell'indifferenza del mondo, e dove l'Arabia Saudita è pesantemente coinvolta.






Articolo a cura di
Maris Davis


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lunedì 13 agosto 2018

Continua il massacro dei cristiani in Nigeria. Bambini bruciati vivi

Non c'è solo l'Islam integralista di Boko Haram in Nigeria, quella del nord-est, ma ci sono anche i pastori Fulani, islamici, che si scontrano con i contadini cristiani delle regioni nord-occidentali e centrali.


I Fulani sono un popolo nomade dedito prevalentemente alla pastorizia, sempre alla ricerca di nuovi pascoli per le loro greggi e da sempre si scontrano con i contadini stanziali, invadono le loro terre alla ricerca di nuovi pascoli, e l'odio dell'islam integralista verso i cristiani, fomentato in questi anni dalla propaganda di Boko Haram, sta generando massacri, assalti a villaggi. 

Una situazione di conflitto sempre sottovalutata dalle autorità locali e che ora sta degenerando in "pulizia etnica"

La Nigeria, con i suoi 192 milioni di abitanti il paese più popoloso dell’Africa Occidentale e, secondo alcune stime, anche il più intollerante contro i cristiani.

Un paese diviso in due, a nord prevale l'etnia Hausa, islamici da sempre, e quella dei Fulani, pastori nomadi che praticano un islam integralista. In alcuni stati del nord è stata perfino introdotta la Sharia, la legge islamica. A sud invece prevalgono i cristiani e gli animisti. L'etnia Yoruba nella regione di Lagos e quella degli Igbo nella regione del Delta e in quelle sud-orientali.

Nonostante il Cristianesimo sia praticato in generale dal 48,2% della popolazione, per la maggior parte protestanti e pentecostali, la maggioranza della popolazione nigeriana è mussulmana ed alcuni gruppi radicali del nord stanno svolgendo una vera e propria pulizia etnica contro le minoranze cristiane del nord.

I più perseguitati del mondo, dati alla mano, sono proprio i cristiani che, in particolar modo in Nigeria, si trovano da sempre nel mirino degli integralisti islamici, soprattutto in occasione di feste sacre quali Natale e Pasqua. L’obiettivo dichiarato degli integralisti è che tutti i cristiani che abitano nella parte nord della Repubblica Federale della Nigeria se ne devono andare e, per questo motivo, sono state registrate numerosi attentati dimostrativi nel paese.

L’ultima strage risale al 23 giugno scorso dove sono stati bruciati vivi anche i bambini

Nigeria, i cristiani vengono massacrati ed i bambini bruciati vivi: ecco cosa è successo. Il 23 giugno scorso a Plateau, stato che si trova al centro della Repubblica Federale della Nigeria, sono stati assassinati nelle campagne 100 contadini cristiani tanto che il vescovo di Gboko, padre William Amove Avenya ha riferito: “E’ in corso una vera e propria pulizia etnica

Ma quello è solo l’ultimo di ripetuti attacchi, come riferisce il pastore, si deve aggiungere una strage che riguarda il massacro di 808 persone e la distruzione di 53 villaggi, 1.422 case e 16 chiese.

Il massacro di cristiani in Nigeria è stato svelato in Occidente ormai da anni, già nel 2011 era cosa nota, ma per il momento, nonostante il Paese sia al centro del dibattito internazionale per le violazioni dei diritti umani perpetrate da Boko Haram, non vi è stato alcun intervento esterno alla Nigeria, nessun intervento delle Nazioni Unite o di forze multi-nazionali. Questo in parte dovuto alla ritrosia del Presidente nigeriano Buhari (mussulmano) che insiste a non voler forze internazionali in Nigeria, ma dall'altro al disinteresse del mondo intero per quello che da anni sta accadendo nel Paese.

Secondo le stime negli ultimi 3 anni solo in Nigeria è stato registrato un genocidio che ha riguardato circa 3.850 cristiani, per la maggior parte protestanti, da parte dei pastori islamici Fulani e dei Jihadisti di Boko Haram.

Boko Haram, musulmani di matrice sunnita sono il gruppo radicale di fazione islamica più efferato, opera nelle regioni di nord-est, tanto da essersi macchiati anche di crimini contro altri musulmani di differente ideologia (essendo spiccatatamente anti-sufi, anti-ahmadi e anti-sciiti).

Due anni fa gli estremisti islamici hanno assaltato con uniformi militari il villaggio nigeriano Dalori causando più di 100 feriti ed 86 morti, fra cui molti bambini che sono stati letteralmente bruciati vivi.

Boko Haram: tre attacchi in una settimana in Nigeria


Almeno 16 persone sono morte in un attacco di Boko Haram nello stato di Borno, lo stato più nord-orientale della Nigeria.

L’agguato è avvenuto il giorno 11 agosto nella località di DamasakQuindici dei sedici morti erano militari dell’esercito. L’attacco segue quello avvenuto lo scorso 7 agosto nel villaggio di Munduri, sempre nello stato di Borno, nel quale sono rimaste uccise sette persone, mentre la scorsa settimana cinque persone sono morte in un attacco simile nel villaggio di Gasarwa, nella regione del lago Ciad.

Nonostante la contro-offensiva lanciata dalle forze militari della regione il gruppo continua a condurre attacchi, prendendo di mira soprattutto i civili.
(Africa News)




Articolo a cura di
Maris Davis


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domenica 22 aprile 2018

25enne pakistana di Brescia uccisa dal padre perché rifiutava le nozze imposte

La giovane, 25 anni, sarebbe stata sgozzata nella città natale dove era andata a gennaio per visitare i parenti. Ma la sua morte è l'unica certezza. Per il delitto arrestati il padre e il fratello.

Sana Cheema, 25 anni

Si sarebbe rifiutata un matrimonio combinato dai familiari. Lei voleva sposare il suo fidanzato italiano.

Uccisa in Pakistan perché voleva voleva sposare un giovane italiano anche lui di origini pachistane, rifiutando lo sposo scelto per lei dalla famiglia, in Pakistan. È quanto sostengono gli amici di Sana Cheema, 25 anni, una giovane pachistana che viveva da sempre a Brescia, dove si era bene inserita: dopo gli studi, i primi contatti con il mondo del lavoro a Milano.

E poi l'amore: un ragazzo di cui non si sa molto, anche lui di origini pachistane e con cittadinanza italiana, che Sana aveva scelto e con il quale contava di sposarsi, nonostante il fermo divieto dei familiari. Un giovane che dopo aver vissuto con lei per anni a Brescia le aveva proposto di seguirlo in Germania.

Un paio di mesi fa Sana è però tornata in Pakistan, nel distretto di Gujrat dove è nata: lo faceva di tanto in tanto, per andare a ricongiungersi con i familiari per un breve periodo. Non è più tornata. In rete è stato postato dalla famiglia il video del suo funerale, celebrato secondo il rito islamico.

Morta in un incidente secondo i familiari; sgozzata dal padre e dal fratello, secondo gli amici di Brescia. I due sarebbero stati arrestati dalla polizia di Gujrat.

La comunità islamica di Brescia nega fermamente che la ragazza sia stata uccisa dal padre e dal fratello per essersi rifiutata un matrimonio imposto dai familiari, ma gli amici di Sana confermano le inquietudini di Sara per il rifiuto dei suoi familiari ad accettare il fidanzato italiano.

È un classico tra le comunità islamiche in Italia. Si induce la ragazza, che quasi sempre è solo un'adolescente, magari una figlia di seconda generazione, a rientrare nel paese di origine con una scusa, una festività o una visita per ritrovare i parenti come nel caso di Sana, e una volta lì ecco scattare la trappola. Un matrimonio bello e pronto per la figlia che a quel punto è in trappola.

Il rifiuto di Sana è un atto coraggioso, direi eroico, portato fino alle estreme conseguenze

Una libertà che le donne nel mondo islamico NON hanno mai avuto. E se, la cultura occidentale per certi islamici, è il male assoluto. E allora, io mi chiedo, per quale motivo gli islamici vengono a vivere in occidente se poi si rifiutano di accettare la cultura e le tradizioni del paese che li ospita ??

Sana, al contrario, si era ben integrata. Viveva e si vestiva all'occidentale, aveva studiato e a Brescia gestiva in proprio un'autoscuola. Per i suoi familiari tutto questo forse era troppo, e anche per questo che è stata uccisa.

Brescia, sotto shock, torna a vivere la tragica vicenda di Hina Saleem, la giovane uccisa nell'agosto del 2006 a Ponte Zanano dai familiari e sepolta nel giardino davanti a casa. Anche lei, come Sana, voleva vivere all'occidentale. Anche lei, come Sana, ha pagato con la vita l'onta alle tradizioni della famiglia.

"Hai pagato la tua voglia di libertà". Così alcuni amici bresciani di Sana Cheema, su Facebook hanno commentato e condiviso la notizia del suo assassinio. E su Twitter a commentare la tragica notizia è anche Matteo Salvini. "Quanta tristezza, quanta rabbia", scrive il leader della Lega. "In Italia NESSUNO spazio per chi viene a portare questa 'cultura'" .. e su questo (ma solo su questo) anch'io sono d'accordo con Salvini.

Aggiornamento .. Le ultime notizie raccontano che le autorità pakistane hanno liberato il padre e il fratello di Sana perché non ci sarebbero prove della loro colpevolezza. La comunità pakistana a Brescia insiste nell'avallare la versione della morte "accidentale" (un malore improvviso, secondo loro). Gli amici di Sana però confermano i continui litigi con la famiglia che non voleva che la loro figlia vivesse all'occidentale.

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Articolo di
Maris Davis

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giovedì 29 marzo 2018

Scoperta rete italiana di terroristi islamici. Cinque arresti tra Roma e Latina

Operazione Mosaico. Dalle intercettazioni "Taglieremo la testa e i genitali agli infedeli". Cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite all'alba tra la rete dell'attentatore di Berlino Anis Amri. In manette anche un tunisino residente a Latina.


Si erano radicalizzate in Italia le 5 persone riconducibili ad Amri. I reati contestati: addestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale. L’allarme del ministro Minniti: «Roma è nel mirino»

Ancora un blitz antiterrorismo delle forze dell’ordine, dopo quelli a Foggia e a Torino dei giorni scorsi. Questa volta gli investigatori della Digos di Roma e Latina hanno eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti soggetti vicini agli ambienti dell’estremismo islamico e in particolare considerati i fiancheggiatori di Anis Amri, il terrorista autore della strage di Natale a Berlino nel dicembre 2016.

I fiancheggiatori
Proprio questo personaggio, rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia alle porte di Milano, aveva contatti con connazionali tunisini non lontano da Roma. In passato la Digos della Capitale aveva smantellato una cellula composta da una decina di persone: i sospetti terroristi sono stati tutti espulsi. In questo caso invece giovedì mattina la polizia ha dato il via all'operazione Mosaico: proprio a Latina è stato arrestato un connazionale di Amri al quale avrebbe dovuto consegnare documenti falsi per fuggire all'estero dopo l’attentato in Germania.

I reati
I reati contestati a vario titolo ai cinque sono «addestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale» e «associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti ed al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Perquisizioni locali nelle province di Latina, Roma, Caserta, Napoli, Matera e Viterbo.

Addestramento all'uso delle armi e acquisto di furgoni per attentati
In particolare i provvedimenti emessi dal gip Costantino Del Robbio su richiesta del PM Sergio Colaiocco riguardano Abdel Salem Napulsi, già detenuto a Regina Coeli, fermato a ottobre in provincia di Latina: si addestrava su internet - sono stati scoperti almeno sedici video - a utilizzare armi da fuoco anche da guerra, lanciarazzi e furgoni che voleva acquistare secondo l’accusa per compiere attentati. In manette anche Mohamed Baazoui, Dhiaddine Baazaoui, Akram Baazaoui e Rabie Baazoui, tutti residenti fra Lazio e Campania. Erano loro a fornire documenti falsi ad alcuni immigrati per raggiungere altri paesi europei. Ma avevano contatti con la rete jihadista.

Ritagli di giornale ritrovati durante le perquisizioni
Le intercettazioni
Le indagini sono scattate sulla base dei tabulati telefonici di Amri e dei suoi contatti italiani. Ad esempio un altro detenuto a Rebibbia, un palestinese, era collegato ad uno spacciatore di Latina, che a sua volta aveva legami con appartenenti allo Stato islamico. Le intercettazioni hanno rivelato, secondo chi indaga, la profonda radicalizzazione in atto di Napulsi. Solo nell’agosto scorso diceva al telefono riferendosi agli occidentali che «bisognerebbe tagliargli la testa e i genitali», critiche all’Italia perché «le donne girano semi nude» e alla Tunisia perché «non vige la Sharia e le donne non portano il velo»

Minniti: «Roma nel mirino»
«La minaccia del terrorismo islamico non solo è cogente e costante, ma ci accompagnerà per un periodo non breve. E sottolineo, non breve. Il quadro che abbiamo è cambiato. Da almeno quattro, cinque mesi, in Rete, è ripresa con forza la propaganda dell’Isis che invita a guardare Roma come obiettivo fortemente simbolico della campagna del terrore», queste le parole del ministro Minniti.

«Informazioni su armi cercate in modo compulsivo»
«Napulsi venne arrestato nell'autunno scorso quando abitava in un appartamento vicino viale Marconi», spiega il dirigente della Digos di Roma Giampietro Lionetti, «verosimilmente dovrebbe trattarsi di un soggetto tunisino, ma manca la certificazione ufficiale, anche se è abbastanza certo che il nome sia falso»

Operazione Mosaico, così è stata chiamata l'operazione anti-terrorismo che ha smantellato la rete di jihadisti

Dal tablet sequestrato nell'abitazione dove il trentenne dormiva in una stanza con un altro giovane, Napulsi avrebbe fatto diverse ricerche sul deep web cercando in mondo compulsivo e dettagliato schede tecniche di armi, da quelle di piccolo carico ai lanciarazzi, video tutorial per il loro uso e armerie in tutta Europa.

«Tutto parte dopo la strage di Berlino quando la Procura di Roma ha aperto l’indagine. Siamo riusciti a risalire al suo numero di telefono di Amri quando era in Italia e da lì abbiamo capito tutti i passaggi successivi a partire dallo sbarco a Lampedusa. In un primo momento abbiamo fatto delle espulsioni grazie ai decreti del ministro. I contatti diretti di Amri sono sono stati espulsi a gennaio e a marzo del 2017. Vivevano nell'hinterland di Latina e risultava fossero tra i contatti di Amri. Un altro era stato espulso precedentemente all'attentato di Berlino sempre con decreto del ministro»

«Gli arresti di oggi invece hanno collegamenti indiretti con l’attentatore di Berlino». Il collegamento fra Napulsi e Amri invece è solo quello di far parte dello stesso ambiente radicalizzato, ma da quanto si apprende non ci sono evidenze di alcun contatto con Amri. Sugli altri quattro soggetti arrestati per falsificazione di documenti non ci sono invece segni di radicalizzazione, «ma c'è il ragionevole sospetto che possano essere stati coloro che hanno fornito i documenti falsi ad Amri». E infine: «Non c’è alcun dato che possa nemmeno minimamente farci giungere alla conclusione che i soggetti per i quali sono stato disposte le misure cautelari abbiano aiutato Amri nella realizzazione dell’attentato a Berlino»
(Corriere della Sera)


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martedì 27 marzo 2018

Si rafforza la presenza dell'Isis in Africa. Provocherà nuove ondate di migranti

Il trasferimento di jihadisti dell'Isis dal Medio Oriente può destabilizzare l'area del Sahel. Allarme del World Food Program.

Una minaccia seria. Il trasferimento di jihadisti dell'Isis dal Medio Oriente all'Africa potrebbe scatenare una nuova e massiccia crisi migratoria in Europa. A lanciare l'allarme è il numero uno dell'agenzia alimentare dell'Onu.

Il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley, ha spiegato che molti dei militanti fuggiti dalla Siria dopo il crollo del Califfato si stanno spostando nella regione del Sahel (che comprende Burkina Faso, Ciad, Niger, Nigeria, Mali e Mauritania), dove stanno collaborando con altri gruppi estremisti tra cui Al Qaida, Al Shabab e Boko Haram.

Beasley ha avvertito i leader europei che potrebbero affrontare una crisi migratoria molto più grande di quella causata dal conflitto siriano se non contribuiscono a portare cibo e stabilità nella regione.

"Il Sahel è una regione di 500 milioni di persone. La crisi siriana potrebbe essere una goccia nel mare rispetto a quello che sta per arrivare. Gli estremisti stanno entrando in un'area già fragile, si stanno infiltrando usando il cibo come arma di reclutamento, e in modo da causare una migrazione di massa in Europa"
(Globalist)




Articolo a cura di
Maris Davis

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