Visualizzazione post con etichetta Etiopia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Etiopia. Mostra tutti i post

lunedì 24 giugno 2019

Etiopia, sventato un tentativo di Colpo di Stato

Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed è apparso sabato sera alla televisione di stato in divisa militare annunciando che era appena stato sventato un colpo di Stato.

L’azione si è svolta in due momenti. Nello stato settentrionale Amhara, precisamente nel capoluogo Bahir Dar, sono stati uccisi il presidente Ambachew Mekonnen e un suo consigliere, mentre il procuratore generale è stato ferito. Alcune ore dopo ad Addis Abeba il capo di stato maggiore dell’esercito Seare Mekonnen è stato ucciso a casa sua insieme ad un suo assistente, il generale maggiore Gizae Aberra, da una guardia del corpo.

Secondo l’ufficio del primo ministro, il fallito colpo di stato era stato orchestrato dal capo dei servizi di sicurezza dello stato Amhara, generale Asamnew Tsige, amnistiato e rilasciato dal carcere l’anno scorso. Vi si trovava dal 2009, perché giudicato colpevole di un altro tentato di colpo di stato, organizzato dal gruppo di opposizione armata Ginbot 7.

Dal momento del tentato golpe, attorno alle 8,30 di sabato sera, internet è stato gradualmente chiuso in tutto il paese. Difficili erano state le comunicazioni sulla rete anche nei giorni precedenti.

Il presidente dello stato Amhara sarebbe stato ucciso durante una riunione in cui si stava discutendo di come bloccare il reclutamento di milizie su base etnica da parte del generale golpista, Asamnew Tsige.

In un video diffuso la scorsa settimana attraverso Facebook, il generale chiedeva agli Amhara di prepararsi a combattere contro altri gruppi etnici. Secondo testimoni sul posto, sabato sera a Bahir Dar ci sono state almeno quattro ore di sparatorie e diverse strade sono state chiuse. Secondo l’ambasciata americana, spari si sono sentiti anche ad Addis Abeba, in un quartiere prossimo all’aeroporto internazionale di Bole.

Il generale di brigata Tefera Mamo, capo delle forze speciali nello stato Amhara, ha dichiarato alla televisione di stato che la maggior parte dei golpisti è stata arrestata. Nessuna notizia però ha fornito sulla sorte di Asamnew Tsige, ritenuto il responsabile dell’azione.
(Reuters)


Condividi su Facebook


martedì 10 luglio 2018

Etiopia ed Eritrea, firmato uno storico accordo di Pace dopo venti anni di conflitto

Dopo oltre 20 mila morti, nuovo accordo tra Addis Abeba e Asmara dopo quello firmato nel 2000: "Una nuova era di pace e amicizia è cominciata"

I leader di Etiopia ed Eritrea, Abiy Ahmed e Isaias Afwerki, si sono incontrati per la prima volta da quasi 20 anni.

La guerra tra Etiopia e Eritrea è ufficialmente finita. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afwerki hanno firmato ad Asmara una dichiarazione che mette un punto definitivo su un conflitto che durava ormai da vent'anni, nonostante l'accordo di pace siglato siglato dai due paesi ad Algeri nel 2000.

"Lo stato di guerra esistito tra i due Paesi è giunto al termine, si legge in un tweet del ministro dell'informazione eritreo Yemane Meskel, che riporta alcune parti dello storico accordo. Una nuova era di pace e amicizia è cominciata"

I due Paesi, si afferma ancora nella dichiarazione congiunta, "lavoreranno per promuovere una stretta collaborazione politica, economica, sociale, culturale e di sicurezza". Inoltre, "verranno ripristinati i legami nei trasporti, nel commercio e nelle telecomunicazioni" e "rinnovati i legami e le attività diplomatiche". Verranno infine riallacciati i "legami in materia di trasporti, commercio e telecomunicazione", rinnovate le relazioni diplomatiche e attuate le precedenti decisioni sulle frontiere.

La guerra tra Addis Abeba e Asmara era cominciata nel 1998 a causa di alcune dispute di confine per il controllo della città di Badme, ora sotto il controllo eritreo, e aveva causato quasi ventimila morti.
(Huffington Post)


Condividi su Facebook



venerdì 23 giugno 2017

Etiopia. Inizia la produzione locale di motori industriali

L’Ethiopian Power Engineering Industry ha iniziato la produzione di motori per veicoli industriali che sosterranno lo sviluppo nei settori dell’agricoltura, delle costruzioni e dei trasporti. Lo ha annunciato nei giorni scorsi il direttore generale, Assefa Yohannes, precisando che saranno prodotti motori da 2,2 a 400 Kw, per una vasta gamma di macchine che finora era necessario importare.

L’industria, che sorge su 30.000 ettari di terra a Mekelle, nel Tigray, ha la capacità di produrre 20.000 motori all'anno, in parte destinati anche all'esportazione. Finora ha dato lavoro a 500 persone, ma, a pieno regime, ne occuperà almeno 2.000.

Altri gruppi nazionali hanno iniziato la produzione di beni finora non disponibili localmente. La Bishoftu Automotive Engineering ha ricevuto un ordine per la produzione di 700 autobus, mentre la Adama Agricultural Machinery ha cominciato la produzione di motori per il settore agricolo.

Il settore industriale etiopico sta avendo un rapido sviluppo, secondo i piani del governo che si propone di trasformare velocemente l’economia del paese da agricola ad industriale. Nel paese operano già 16 industrie con poco meno di 100 fabbriche.
(All Africa)

Condividi su Facebook


 

martedì 13 giugno 2017

Etiopia, aiuti alimentari esauriti per la popolazione colpita dalla siccità

Secondo le dichiarazioni di John Aylieff, del Programma alimentare mondiale (World food programme), in Etiopia gli aiuti alimentari per 7 milioni e 800 mila persone nelle regioni colpite dalla siccità, finiranno al termine di questo mese e le distribuzioni di cibo dovranno essere interrotte.

Le organizzazioni umanitarie e il governo hanno lanciato l’allarme, ma non hanno ricevuto l’attenzione dovuta. Temono fortemente che la drammatica situazione nella regione orientale del continente, possa limitare l’aiuto necessario a superare la crisi nel paese. Nel vicino Sud Sudan, infatti, è già stato dichiarato lo stato di catastrofe alimentare e tre altri paesi sono sull'orlo della fame: Somalia, Yemen e Nigeria settentrionale. Calamità naturale è stata dichiarata invece in alcune province del Kenya.

L’Etiopia negli ultimi due anni ha investito 381 milioni di dollari, oltre quelli normalmente a bilancio, per far fronte all'insicurezza alimentare nel paese, ma quest’anno non è in grado di combattere da sola la scarsità di cibo.

Particolarmente seria è la condizione dei bambini, ha dichiarato all'agenzia France Presse John Graham, di Save the Children, che sono malnutriti, e scivoleranno velocemente in una situazione ancor più grave che metterà a rischio la loro salute anche nel futuro e la loro stessa vita.
(BBC Africa)

Condividi su Facebook


 

lunedì 5 giugno 2017

Etiopia, internet oscurato in tutto il paese per gli esami scolastici

L’Etiopia è da martedì senza accesso ad internet, dopo che la società statale di telecomunicazioni Ethio-Telecom ha oscurato la linea nell'intero paese, ufficialmente per impedire truffe durante gli esami scolastici in corso fino a venerdì.

Questo è il secondo anno che una tale azione è stata intrapresa. Nel giugno 2016, le domande di un esame della scuola superiore furono pubblicate sui social media causando uno scandalo nazionale che portò alla cancellazione di tutti gli esami. Le autorità in seguito bloccarono le reti sociali come Facebook, Twitter e Instagram.

Il governo etiope non è nuovo a tali procedure. Internet è stato oscurato più volte durante le proteste anti-governative nelle regioni Amhara e Oromia. Addis Abeba mantiene uno stretto controllo su internet e i social media, anche attraverso l’uso regolare di firewall che spesso rallentano l'accesso alla rete.

Ma il regime etiope è in compagnia di un numero sempre più numeroso di paesi in tutta l'Africa che usano i blackout di internet per motivi politici. Nel 2016 Uganda e Repubblica Democratica del Congo hanno bloccato l'accesso alla rete durante le elezioni presidenziali. Il più recente è stato un blocco di tre mesi per fermare le proteste nella regione anglofona del Camerun.

Una risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso anno ha dichiarato le restrizioni all'accesso a Internet come una violazione dei diritti umani.
(Africanews)

Condividi su Facebook


 

venerdì 26 maggio 2017

Etiopia. Sei anni e mezzo di carcere a oppositore per aver postato su Facebook

Yonathan Tesfaye, oppositore politico etiope
In Etiopia, l’oppositore Yonathan Tesfaye è stato condannato ieri a sei anni e mezzo di carcere per una serie di post su Facebook. Tesfaye, portavoce di un importante partito dell’opposizione etiope, il Bleu Party, è stato arrestato nel dicembre 2015 dopo la pubblicazione sul social network di una serie di post a sostegno delle proteste del 2015 e 2016 delle popolazioni Oromo e Amhara.

Nel tentativo di riacquistare il consenso internazionale dopo le sanguinose e brutali repressioni (669 morti accertate), il regime aveva denunciato la manipolazione le proteste da parte di gruppi estremisti con sede all'estero.

Al termine di un processo durato due anni, la Corte ha giudicato i suoi commenti pubblici a sostegno dei manifestanti, sufficienti ad accusarlo di complicità con l'Oromo liberation front (Olf), movimento armato e sostenuto dal nemico eritreo, accusato dal regime di aver foraggiato i disordini.

Il Blue Party ha annunciato che presenterà un ricorso contro il verdetto.

Il giorno prima anche un giornalista, Getachew Shiferaw, è stato condannato per incitamento al terrorismo per ragioni analoghe. Il suo verdetto è atteso nelle prossime settimane.
(Rfi Afrique)

Condividi su Facebook


 

giovedì 25 maggio 2017

È etiope il primo africano alla guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità

L’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, biologo 52enne è il primo africano alla guida dell'organizzazione. Ha battuto altri tre candidati tra cui l'italiana Flavia Bustreo e rimarrà in carica fino al 2022. È stato eletto ieri nuovo capo dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), diventando così il primo africano a guidare l'agenzia per la salute delle Nazioni Unite.

L'ex ministro della Sanità del governo etiope ha battuto anche altri due candidati forti: il britannico David Nabarro e la pachistana Sania Nishtar.

"Tutte le strade portano ad una copertura universale: questa sarà la mia priorità centrale", ha detto Tedros ai ministri della sanità durante l'assemblea annuale dell'Oms, dopo la sua elezione. "Al momento, solo circa la metà della popolazione mondiale ha accesso all'assistenza sanitaria senza impoverimento. Questo deve migliorare drammaticamente"

Tedros ha ottenuto il sostegno di circa 50 voti africani, nonostante le critiche sul suo ruolo come ministro del governo nella repressione dei diritti umani in Etiopia e sulla scarsa copertura sanitaria di parte della popolazione che ha causato di recente nel suo paese un’epidemia di colera. Tra i suoi critici vi è anche l’atleta etiope rifugiato politico Feyisa Lilesa.
(Al Jazeera)

Condividi su Facebook


 

venerdì 19 maggio 2017

News dall'Africa in pillole (14-18 maggio 2017)

Mali, un uomo e una donna "conviventi" lapidati a morte. La loro colpa, non essere formalmente sposati
L'esecuzione da parte di Ansar Dine, gruppo legato ad al Qaida.

Orrore nel Mali. Un uomo ed una donna tuareg sono stati lapidati a morte dai jihadisti con l'accusa di convivere fuori dal matrimonio. A renderlo noto è stata una fonte ufficiale, che ha richiesto l'anonimato, precisando che la brutale esecuzione si è verificata martedì scorso a Taghlite nel nord del Paese ed è stata ordinata dall'ex-sindaco della città di Aguel'hoc, che adesso si è 'convertito' al fondamentalismo islamico.

La lapidazione è stata eseguita da estremisti del gruppo radicale di Ansar Dine, il cui leader qualche mese fa aveva dichiarato di essersi unito alle formazioni al-Mourabitoun e al-Qaida nel Maghreb islamico creando un nuovo gruppo denominato 'Jama'at Nusrat al-Islam wal Muslimeen' che tradotto significa 'Supporto all'Islam e ai musulmani'.

Nel 2012 estremisti islamici legati ad al Qaida occuparono le regioni nord del Mali dove imposero una rigida interpretazione della Sharia (legge islamica). Vennero cacciati un anno dopo anche grazie all'intervento militare francese.
(ANSA)
L'Isis taglia un piede ad un ladro recidivo. Feroci sino all'ultimo giorno
In azione l'esercito Khalid bin Walid, gruppo affiliato all'Isis. Alla vittima era già stata amputata la mano destra.

Sono i miliziani del sedicente esercito Khalid bin Walid, che è una formazione jihadista, a sua volta risultato di altre fusioni tra gruppi islamisti, affiliata allo Stato Islamico ma con un suo grado di autonomia. Loro operano ai confini tra Siria e Giordania e i loro metodi sono spietati come quelli dello Stato Islamico, né più né meno.

Così, per riaffermare il loro potere, hanno diffuso le immagini della punizione, secondo la rigida applicazione della Sharia, di un ladro recidivo al quale era già stata tagliata la mano destra. E in questi casi si procede al taglio del piede.

Una vera e propria barbarie. Tuttavia le mutilazioni non sono appannaggio solamente dello Stato Islamico de dei gruppi affiliati. Ma sono purtroppo diffusi in altri contesti. Ad ogni modo per lo Stato Islamico le condanne a morte o le amputazioni sono un vanto, perché dimostrano la severità con la quale loro vogliono governare nelle terre sotto il loro controllo. Così faranno fino all'ultimo.
(Borders)
Sudafrica, ragazza incinta violentata da 11 uomini
Violentata da undici uomini. La vittima è una ragazza sudafricana di 22 anni, incinta. Lo stupro di gruppo è avvenuto nella notte tra domenica e lunedì a Johannesburg, in Sudafrica.

La giovane stava tornando a casa dopo il suo turno di lavoro in discoteca. Si trovava in compagnia di un collega quando un gruppo di uomini si è avvicinato loro. Uno di questi ha afferrato la donna, e quando l’amico ha provato a opporsi è stato preso a botte.

Solo dopo un po’ di tempo l’uomo è riuscito a riprendersi e a chiedere aiuto ad una donna che vende giornali all'angolo della strada, in Bree Street. Nel frattempo la ragazza era stata trascinata in una zona di case disabitate e senza elettricità. Qui era stata violentata più volte.

“Quando la polizia è arrivata, abbiamo sentito delle urla provenire da un edificio. Siamo accorsi e quando l’abbiamo trovata abbiamo visto anche diversi uomini in piedi in fila, in attesa che arrivasse il loro turno per stuprarla”, ha raccontato il collega della donna, anche lui traumatizzato.

La polizia ha arrestato undici persone con l’accusa di sequestro di persona e violenza sessuale. I nomi degli imputati non sono stati diffusi dalle autorità per proteggere l’identità della vittima, che è tutt'ora ricoverata in ospedale.
(The Citizen)
Sud Sudan. Nuovi combattimenti intorno a Yei con morti e feriti
Ci sarebbero stati pesanti combattimenti nelle vicinanze di Yei, cittadina dell’Equatoria Centrale, in Sud Sudan, non lontano dal confine con l’Uganda.

Secondo un testimone ben conosciuto dalla redazione e assolutamente credibile, i combattimenti sarebbero cominciati all’alba nelle immediate vicinanze della città. Secondo un comunicato diffuso dall’Splm-Io, le forze di opposizione controllerebbero ora diversi centri abitati attorno alla città, il più vicino dei quali sarebbe Lutaya, che si trova ad appena 2,7 miglia.

La città sarebbe dunque ormai l’immediata retroguardia del fronte di battaglia. Il generale maggiore che comanda le forze di opposizione nella zona, John Mabien, invita i civili ad evacuare dalle zone dei combattimenti per salvaguardare le proprie vite. Segno evidente che gli scontri continueranno anche nei prossimi giorni.

Nei combattimenti di ieri ci sarebbero stati molti feriti, trasportati negli ospedali di Yei per le necessarie cure, e parecchi morti.

Yei era rimasta un’isola di pace anche durante la guerra tra il nord e il sud del Sudan, conclusasi nel 2005, e fino all'agosto dello scorso anno. Dopo gli scontri tra governo ed opposizione nella capitale, Juba, a luglio 2016, è stata al centro di aspri combattimenti tra milizie locali e l’esercito governativo che hanno pesantemente colpito la popolazione civile. Yei da allora è praticamente sotto assedio e semi-deserta. Gran parte della popolazione dell’intera zona ha infatti cercato rifugio nella vicina Uganda.
(Nigrizia)
Tunisia. Proteste per l'amnistia a uomini d'affari del regime
Circa 5 mila tunisini hanno marciato sabato nel cuore della capitale Tunisi, protestando contro un disegno di legge che garantirebbe un’amnistia agli uomini d'affari accusati di corruzione durante il regime del deposto Zine El-Abidine Ben Ali.

I critici del progetto di riconciliazione economica, sostengono si tratti di un pericoloso passo indietro rispetto allo spirito della rivoluzione popolare del 2011 che rovesciò Ben Ali. In molti pensano che la legge - che è stata bloccata in parlamento da due anni - sia semplicemente un'amnistia per i criminali e un modo per riabilitare gli alleati di Ben Ali nella società tunisina. Secondo il governo invece, l’amnistia sarebbe un modo per convincere gli uomini d'affari ad iniettare denaro nell'economia tunisina. Il progetto di legge consente loro di denunciare l’ammontare dei fondi sottratti e rimborsarli.

Il presidente Beji Caid Essebsi, ex un funzionario di Ben Ali, ha inviato il progetto di legge al parlamento nel 2015, e da allora il testo è rimasto bloccato in parlamento proprio a causa delle critiche contro il provvedimento.

Sei anni dopo la “rivoluzione dei gelsomini”, la Tunisia è lodata come un modello di transizione democratica, ma sta ancora lottando contro corruzione, malessere economico e frustrazione diffusa nei giovani disoccupati, gli stessi motivi che sei anni fa innescarono la rivolta.

Proteste contro la legge e per la mancanza di lavoro, sono state ricorrenti in quest’ultimo mese nel sud della Tunisia, e arrivano in un momento sensibile per il primo ministro Youssef Chahed che sta lottando per riuscire a varare misure di austerità e riforme della spesa pubblica, per aiutare la ripresa della crescita economica.
(Reuters)
Sudan. Sei capi d'accusa contro Mudawi Ibrahim che adesso rischia la pena di morte
Le indagini in Sudan contro il noto difensore dei diritti umani Mudawi Ibrahim sono state finalmente completate, ha reso noto il suo avvocato, Nabil Adib. A suo carico sono stati indicati sei capi d’accusa, sulla base del Codice penale del 1991. Tra gli altri: minaccia all’ordine costituzione, incitamento alla guerra contro lo stato, spionaggio, appartenenza ad organizzazioni criminali e terroristiche, diffusione di notizie false. Alcuni di questi prevedono la pena di morte.

Stesse accuse sono state avanzate per Hafiz Idris, avvocato darfuriano, arrestato dai servizi di sicurezza nella casa di Mudawi, dove si trovava in visita.

Secondo l’avvocato, però, non ci sarebbe nessuna prova a sostegno delle accuse. “Ora - ha aggiunto Adib - non resta che spingere affinché il processo si svolga al più presto, in modo che i due, in carcere dall’inizio dello scorso dicembre, possano tornare liberi”.

In marzo il tribunale aveva disposto la loro scarcerazione su cauzione, ma più tardi il provvedimento, mai eseguito, era stato cancellato.

Nei lunghi mesi di detenzione, mass media vicini al governo avevano condotto una campagna denigratoria, accusando Mudawi di collaborazione con entità straniere e di essere coinvolto nella raccolta di prove per il rapporto di Amnesty International sull’uso di armi chimiche in Darfur.
(Radio Dabanga)
Costa d'Avorio. I Soldati ammutinati accettano l'accordo con il governo
Dopo quasi cinque giorni asserragliati nella città centrale di Bouaké, i circa 8.400 soldati ammutinati della Costa d'Avorio hanno accettato la proposta del governo sul pagamento dei bonus promessi, rientrando nelle rispettive caserme.

La rivolta, causata dai ritardi nei pagamenti dei bonus promessi dal governo al termine di una precedente ribellione, a gennaio, è iniziata il 13 maggio a Bouaké (seconda città del paese) e si è diffusa rapidamente, bloccando l’economia di tutto il paese (ferme banche, imprese, commerci e la produzione del cacao), per la chiusura delle principali arterie stradali.

Mentre le truppe smantellavano i blocchi stradali liberando le vie di ingresso in città, il ministro della Difesa Alain-Richard Donwahi ricordava il bilancio di questa rivolta: almeno due persone uccise negli scontri e nove nove feriti.


Secondo l’accordo raggiunto, ogni soldato riceverà un pagamento immediato di 5 milioni di franchi Cfa (circa 8.400 dollari), più altri 2 milioni (circa 3.370 dollari) alla fine di giugno, per un totale di circa 12.800 dollari.

L'accordo genera malumore diffuso tra altre fazioni dell’esercito ivoriano, dopo che il governo aveva già ceduto al ricatto delle armi a gennaio, pagando altri 5 milioni di franchi Cfa ad ogni ammutinato.

La nuova resa del governo (alle prese con una crisi economica dovuta al ribasso del prezzo del cacao, di cui è primo produttore mondiale) potrebbe anche provocare un nuovo sciopero da parte dei lavoratori del settore pubblico, che contestano il potere concesso ai soldati (per lo più ex ribelli delle Forze Nuove che sostennero l’ascesa al potere dell’attuale presidente Alassane Ouattara) di forzare concessioni governative attraverso la violenza.
(Reuters)
Sud Sudan. I sette più importanti gruppi d'opposizione creano un'alleanza
Sette degli ormai numerosi gruppi di opposizione al governo del presidente Salva Kiir hanno formato un cartello, chiamato “The political opposition Forces” che ha come obiettivo la caduta del regime di Juba.

Dell’alleanza fanno parte i movimenti di opposizione, sia politica che armata, più importanti e conosciuti sia per lo spessore politico dei propri membri (Riek Machar, Lam Akol, Kosti Manibe, Joseph Bakasoro, Gabriel Changson Chan) sia per l’esperienza e la presenza militare sul campo (Machar e Thomas Cirillo).

Nel documento di presentazione si dice che il gruppo lavorerà con la prospettiva di formare un fronte unito su questioni strategiche ed operative.

Prossime tappe: un incontro dei leader di tutti i gruppi per discutere i dettagli e le modalità per stabilire sempre più strette relazioni e un summit di tutti dei leader di tutti i gruppi d’opposizione.

Si tratta di un primo significativo passo per presentare ai sud sudanesi e alla comunità internazionale un interlocutore che sia in grado di rappresentare istanze diverse ma coordinate, verso un percorso che porti alla pace e alla stabilizzazione del paese.
(Radio Tamazuj)
Migrazioni. Italia e Germania per per una missione europea al confine tra Niger e Libia
Con una lettera datata 11 maggio inviata alla Commissione europea, il ministro degli Interni tedesco Thomas de Maiziere e il suo omonimo italiano Marco Minniti chiedono l’invio di una missione europea permanente al confine tra Niger e Libia per arginare il flusso di migranti.

Dopo l'accordo raggiunto con la Turchia per fermare i migranti, secondo dati del ministero degli Interni italiano nel 2016 la migrazione sulla rotta balcanica si è ridotta del’86%, mentre il Mediterraneo centrale ha visto un aumento del 18% del numero dei migranti in partenza via mare.

Con la creazione di una missione europea di monitoraggio in Niger, l’Italia, con il sostegno della Germania, vorrebbe implementare accordi simili con Niamey per frenare l’ingresso di migranti in Libia.
(Afrique Press)
Internet. Il cyber attacco "Wannacry" anche in Africa, ma senza conseguenze
L’attacco di hackers che ha messo in ginocchio mezzo pianeta durante lo scorso fine settimana ha colpito anche alcuni paesi africani. Secondo la stima dell’azienda multinazionale russa di cybersecurity, Kaspersky Lab, il ransomware WannaCry che ha infettato centinaia di migliaia di computer in più di 150 paesi in tutto il mondo da venerdì, avrebbe attaccato Sudafrica, Nigeria, Angola, Egitto, Mozambico, Tanzania, Niger, Marocco e Tunisia. Attacchi molto deboli, respinti da tutti i sistemi di protezione attivi nei sistemi informatici delle grandi strutture pubbliche e private. Solo il Sudafrica avrebbe registrato alcuni casi di attacchi penetrati nei sistemi.

Il ransomware è un software maligno che prende il controllo dei file sui computer Windows, richiedendo il pagamento di 300 dollari in bitcoin (crypto-moneta usata per le transazioni in internet) per ripristinarne l’accesso. In caso di mancato pagamento, dopo tre giorni WannaCry raddoppia il costo per il “rilascio” e dopo sette giorni il file viene eliminato.
(Africa News)
Etiopia. Oppositore rischia fino a 20 anni per dei post su Facebook
Yonatan Tesfaye
Yonatan Tesfaye, portavoce del partito etiope d’opposizione Blue Party, è stato dichiarato colpevole ieri, d’aver incoraggiato il terrorismo con dei commenti postati su Facebook. La sentenza nei suoi confronti sarà emessa il 22 maggio e rischia fino a 20 anni di carcere.

Yonatan Tesfaye è detenuto da 17 mesi senza processo. È stato arrestato nel dicembre 2015 nel corso dell’ondata di proteste anti-governative che hanno infiammato per oltre un anno la regione di Oromia. Amnesty International ha parlato di “accuse inventate”, quando furono confermate, nel maggio 2016.

Le autorità gli contestano diversi commenti, tra cui uno in cui avrebbe scritto che il governo ha usato "la forza contro la gente anziché una discussione pacifica".

In una traduzione delle accuse in cui si descrivono i suoi commenti su Facebook, fatta dal Ethiopian Human Rights Project, Yonatan avrebbe scritto: "Ti sto dicendo di distruggere i materiali oppressivi del partito di governo… Ora è il momento di fare zoppicare i nostri assassini".

L'Etiopia è da tempo oggetto di critiche per l’uso delle leggi anti-terrorismo per reprimere il dissenso. Più di 600 civili sono stati uccisi durante le proteste delle popolazioni Oromia e Amhara (contro l’emarginazione politica ed economica subite), iniziate nel novembre 2015 e represse a più riprese dalle forze di sicurezza. Migliaia di contestatori sono stati incarcerati.

Il governo ha introdotto lo stato di emergenza lo scorso ottobre per portare sotto controllo la situazione. Tra i tanti, rimane in carcere il leader dell'opposizione, Merera Gudina, arrestato lo scorso dicembre e anche lui accusato di terrorismo.
(BBC)
Nigeria. In discussione una legge per abbassare l'età per poter essere eletti in Parlamento
In Nigeria la Costituzione è in fase di modifica, per abbassare ulteriormente l’età minima per essere eletti in parlamento, fissata attualmente a 30 anni. I legislatori vogliono abbassarla a 25 anni, per agevolare l’ingresso dei giovani nella politica e nel sistema istituzionale, arginando così il preoccupante aumento della disoccupazione giovanile nel paese più popoloso del continente.

Parlando ieri ad Abuja davanti al parlamento, il giovane speaker della Camera, Yakubu Dogara, ha ricordato che il 60% della popolazione della Nigeria è costituito da giovani, e ribadito gli impegni presi nell'Agenda legislativa: dare priorità ad interventi per promuovere l'uguaglianza e l'inclusione, rafforzare i diritti delle donne, dei giovani e dei gruppi vulnerabili della società.

Se tutti gli emendamenti proposti passeranno, anche l’età minima per diventare presidente, governatore o senatore (attualmente fissata rispettivamente a 40 e 35 anni), sarà abbassata per tutti a 30 anni.
(Africa News)



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


 

martedì 9 maggio 2017

News dall'Africa in pillole (5-8 maggio 2017)

Nigeria .. Le 82 ragazze liberate hanno incontrato il presidente Buhari. Andranno a Londra per sottoporsi ad un ciclo di cure mediche approfondite dove riceveranno anche un adeguato supporto psicologico.


Le 82 ex studentesse rilasciate sabato 6 maggio dal movimento jihadista nigeriano Boko Haram hanno incontrato ieri il presidente Muhammadu Buhari nella capitale Abuja, dopo essere state sottoposte ad un check-up in un centro medico.

Le ragazze sono state consegnate alle autorità nigeriane al termine di una lunga trattativa, in cambio di un numero imprecisato di sospetti miliziani di Boko Haram, nelle mani delle forze di sicurezza. Le 82 ragazze - liberate dopo tre anni trascorsi nelle mani dei sequestratori - sono parte di un gruppo di 276 studentesse cristiane rapite nell’aprile 2014 nella scuola secondaria di Chibok, nel nord-est del paese. Un altro gruppo di 21 ex-studentesse fu rilascito lo scorso ottobre. Nelle mani del movimento jihadista dovrebbero esserci ancora circa 170 ragazze.

Ma risulta molto difficile verificare quante delle donne ancora nelle mani di Boko Haram, alcune delle quali divenute a loro volta combattenti e kamikaze, facciano parte del gruppo di Chibok.

L’incontro con le ragazze di Chibok liberate è stato l’ultimo atto pubblico del presidente Buhari, che ieri ha lasciato il paese diretto a Londra, per sottoportsi ad un nuovo ciclo di cure mediche. Prima di partire Buhari ha formalmente affidato la leadership al vice-presidente Yemi Osibanjo.

Nonostante le rassicurazioni, la preoccupazione per lo stato di salute del 74enne presidente aumenta. Buhari è tornato dal Regno Unito a marzo, dopo essersi sottoposto ad un primo ciclo di sei settimane di cure mediche. I timori sono cresciuti dopo che, mercoledì scorso, il capo dello Stato era stato assente per la terza volta consecutiva alla riunione settimanale del governo.
(BBC)
Somalia .. Ucciso leader di Al-Shabaab. Morto anche un marine americano.


Un leader del movimento qaedista somalo al-Shabaab, Moalim Osman Abdi Badil, e tre combattenti sono stati uccisi il 5 maggio scorso in un raid contro una postazione jihadista nel villaggio di Barire, nella regione meridionale di Lower Shabelle. La notizia è stata data dal ministero dell’informazione somalo che ha parlato di un’operazione che “segna un punto di svolta nella lotta per la sicurezza”.

L’attaccoè stato compiuto dall’esercito somalo con il sostegno” delle forze speciali statunitensi, ha specificato venerdì il portavoce del Pentagono, Jeff Davis.

Nell’operazione di terra è rimasto ucciso un marine statunitense, Kyle Milliken, il primo caduto americano in battaglia in Somalia, dopo la rovinosa sconfitta "Black Hawk Down" del 1993. Due soldati e un interprete sono stati feriti.

Di recente il presidente statunitense Donald Trump aveva rinforzato la presenza militare Usa in Somalia.
(VoA)
Nigeria .. Abitanti di una villaggio del Delta del Niger citano in giudizio L'ENI a Milano.

Il colosso dell’energia Eni, è chiamato a rispondere, in Italia, di accuse di inquinamento ambientale per le sue decennali attività petrolifere in Nigeria. A denunciare Eni al tribunale civile di Milano sono gli abitanti di un villaggio di Ikebiri, nello Stato di Bayelsa, nel Delta del Niger, che chiedono un risarcimento per i danni causati da sversamenti di greggio dai gasdotti, nel 2010.

La causa parte da un guasto tecnico che, il 5 aprile di quell’anno, provocò un’esplosione la quale causò, lungo un ramo del fiume, “un disastro ambientale che ha inquinato acqua e terra”, ha detto ieri, nel corso di una conferenza stampa, Luca Saltalamacchia, avvocato italiano della comunità di Ikebiri, sostenuta dall'associazione “Friends of the Earth NigeriaNigeria”. Le popolazioni che vivono sui terreni inquinati chiedono 2 milioni di euro di danni e l’impegno a bonificare l'area, che copre più di 17 ettari, ha aggiunto il legale.

Sempre secondo quanto afferma Saltalamacchia, la Nigerian Agip Oil Company (Naoc, società che opera per Eni su quel territorio fin dal 1962) sosterrebbe di aver già svolto operazioni di pulizia nella zona. È la prima volta che una comunità nigeriana si appella alla giustizia nel paese in cui ha sede la multinazionale.

A Milano, Eni è coinvolta in un importante processo per corruzione, assieme a Royal Duch Shell, suo partner nell’affare della concessione della licenza di prospezione petrolifera Malabu Opl 245 (uno dei blocchi più ricchi dell’intero continente), da parte del governo nigeriano nel 2011.
(Reuters)
Etiopia .. L'ONU torna a chiede indagini sulla morte di 669 manifestanti durante le recenti proteste.

L'Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra'ad al-Hussein, è tornato a chiedere al governo etiope di consentire ad investigatori indipendenti di indagare sulle morti durante il lungo periodo di proteste anti-governative da parte delle popolazioni Oromo e Amhara. La richiesta è stata fatta ieri nel corso di una conferenza stampa ad Addis Abeba al termine della sua visita ufficiale di tre giorni nella nazione del Corno d'Africa.

Ho verificato, ha aggiunto al-Hussein, la presenza di “legislazioni e politiche che sembrano gravemente restringere il diritto alla libertà di espressione, informazione, associazione e riunione pacifica, nonché l’assenza di un monitoraggio indipendente dei diritti umani", ha aggiunto.

Al-Hussein ha anche incontrato il capo della Commissione etiope per i diritti umani (Ehrc), il quale ha recentemente presentato una relazione sulle morti durante le proteste, fissando il numero totale a 669.

Secondo quanto diffuso da alcuni portali etiopi di notizie, all’Alto funzionario Onu è stato concesso di incontrare, nel carcere in cui è detenuto dal 23 dicembre 2015, un prominente prigioniero politico, il segretario generale dell' Oromo federalist congress (Ofc) Bekele Gerba.
(Africa News)
Sud Sudan .. Insicurezza e Carestia. Più di 1.100 morti per fame e colera.

Nella notte di mercoledì la base temporanea della missione di pace – Unmiss – a Leer è stata attaccata. L’ha dichiarato David Shearer, capo della missione dell’Onu in Sud Sudan. Ha aggiunto che l’attacco è venuto dalla parte dove sono di stanza e soldati governativi, ma ha chiarito che sull’incidente è stata comunque aperta un’indagine.

Solo la rapida reazione delle truppe del Ghana, stanziate a protezione dei civili, molti dei quali in un campo adiacente alla base stessa, ha impedito che l’incidente avesse conseguenze tragiche. Leer è una delle due contee in cui, già in febbraio, è stato dichiarato lo stato di catastrofe alimentare.

Altre tragiche notizie arrivano da Pangak, base principale dell’Splm-Io, l’opposizione armata guidata da Riek Machar. Secondo un’intervista rilasciata a Radio Tamazuj dal vice governatore Peter Pouk Koang, dal mese di febbraio ad oggi ci sarebbero stati 1.120 morti per colera e diverse centinaia di morti per fame. Nella zona ci sarebbero anche migliaia di nuovi sfollati a causa delle continue operazioni militari.

Peter Pouk Koang si appella alle organizzazioni umanitarie che hanno dovuto abbandonare l’area per la grave insicurezza, perché tornino urgentemente ad operare nella zona portando il necessario soccorso alla popolazione civile.

Si è aggravata anche la situazione nello stato del Nilo superiore, dove ci sono scontri continui lungo la riva occidentale del Nilo. La missione di pace si appella alle due parti belligeranti perché venga rispettata la popolazione civile, che nella zona è di etnia shilluk. Le organizzazioni umanitarie hanno dovuto ritirarsi fin dalla fine di aprile. I loro compound sono stati razziati. La popolazione è assistita solo da alcuni operatori umanitari locali che hanno deciso volontariamente di restare.
(Radio Tamazuj)
Niger .. Migranti lasciati morire nel deserto.

Sette migranti, cinque dei quali bambini tra i 6 e i 12 anni, sono stati trovati morti di sete nel deserto del Niger il 2 maggio scorso, lungo la pista che porta al confine di nord-ovest con l’Algeria, meta per coloro che cercano l’ingresso via mare in Europa. A riferire del rinvenimento all’agenzia Afp, una fonte della sicurezza nigerina, coperta da anonimato.

Il gruppo, composto da un uomo, una donna e cinque bambini "è stato abbandonato dai trafficanti di uomini" in pieno deserto e sono "tutti sono morti di sete", ha detto la fonte. Secondo il sito d'informazione Air-info, che ha sede nel nord del Niger, i sette migranti erano parte di un gruppo più grande, diretto in Algeria. Lo stesso sito parla anche di altri quattro uomini abbandonati che sarebbero stati trovati vivi, ma in uno stato di "completa disidratazione".

Rinvenimenti di persone lasciate morire non sono rari nel deserto nigerino. Lo scorso giugno sono stati trovati i corpi di 34 migranti, mentre alla fine del 2013 un gruppo di 92 cittadini del Niger (tra cui molte donne e bambini), morì di sete dopo essere stato abbandonato dai trafficanti.

Sotto la spinta dell’Unione Europea, nel 2015, il governo del Niger ha adottato una legislazione molto dura contro i commercianti di esseri umani che prevede pene fino a 30 anni di carcere.
(News 24)

Condividi su Facebook

lunedì 8 febbraio 2016

Etiopia nella morsa della siccità, una tragedia umanitaria senza precedenti

Emergenza umanitaria in Etiopia, una tragedia dalle proporzioni bibliche. Il Corno d’Africa di nuovo nella morsa della siccità sia per la mutazione di El Niño che a causa dell'uomo. 10 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti, ma di rifugiati ambientali e di fame il mondo non vuole più saperne.

Sarebbero oltre 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di aiuti internazionali in conseguenza della siccità che ha colpito l’Etiopia, ma anche le nazioni vicine come parte della Somalia e del Kenya. "Al momento stiamo cercando di assicurarci che nessuno perda la vita"

Il responsabile etiope per gli aiuti umanitari ha calcolato nell'equivalente di ben 200 milioni di dollari l’ammontare delle risorse messe sino ad ora a disposizione dal governo etiope per far fronte all'emergenza. Ma evidentemente questa cifra non basta comparata alla gravità del problema e le autorità locali lanciano un appello alla comunità internazionale affinché si possano raggiungere le popolazioni a rischio immediato.

La situazione si presenta dunque come una vera e propria tragedia di proporzioni bibliche, dovuta ad una serie di concause tra il locale, lo sfruttamento intensivo delle falde acquifere per l’agricoltura intensiva, e quella globali, i tanto citati cambiamenti climatici. All'emergenza ha contribuito il fenomeno di El Niño, o meglio la sua mutazione a causa delle manomissioni antropiche, legate al riscaldarsi delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico.

Una delle conseguenze immediate, la più grave da affrontare subito, è la scarsità di acqua e cibo. Il bestiame sta morendo, perché non trova più pascolo, la siccità ha progressivamente consumato quel poco di terreno utile e le masse rurali che vivono ancora prevalentemente di pastorizia cominciano anche a fare i conti con una produzione alimentare dimezzata.

A causa di questo, e delle odiose manovre speculative locali che sempre accompagnano queste situazioni, il prezzo dei prodotti di base come il riso e il mais ha raggiunto livelli record in alcune zone. In Somalia, ad esempio, il costo del sorgo è salito del 240% rispetto allo scorso anno.

Nel breve periodo questo significa un aumento dei tassi di malnutrizione, gli indicatori sono già allarmanti, superano del 15% quelli che le Nazioni Unite considerano già emergenza umanitaria, nelle regioni di Turkana, in Kenya, adesso la malnutrizione colpisce più del 37% della popolazione mentre, a causa della carestia le ONG umanitarie presenti in loco, come Save the Children, denunciano che "circa 400.000 bambini rischiano di sviluppare nel 2016 forme acute di malnutrizione, arresti della crescita e ritardi mentali e fisici nello sviluppo"

Tutto questo ha anche ripercussioni drammatiche sul fronte dei cosiddetti rifugiati ambientali che si muovono in massa alla ricerca di posti più vivibili creando masse umane in movimento che rischiano di scompensare il già fragilissimo equilibrio della zona.

Se pensiamo al numero di profughi somali che campeggia nelle zone oramai preda della siccità, possiamo forse a malapena immaginare quale situazione possa essere per queste persone il sommarsi della condizione di profugo politico con quella di rifugiato ambientale. In quei luoghi si trova infatti il più grande campo profughi del mondo, quello di Dadaab.

L’alterazione del suo flusso di corrente naturale, che ha assicurato una equa distribuzione delle piogge su tutta la fascia transatlantica per millenni, veicolate e prodotte dalla sua circolazione della conseguente alternanza di corrente calda e fredda tra le due sponde dell’oceano, ha ora delle conseguenze disastrose anche per la parte africana che affaccia sull'Oceano Indiano.

La siccità in atto è ulteriormente pericolosa perché, con i suoi 95 milioni di abitanti, l’Etiopia è il secondo Paese più popoloso dell’Africa e questo rischia di destabilizzare, anche militarmente, una vasta zona già preda di guerre annose e immersa in un permanente sottosviluppo. Non è la prima volta che il Paese, ma più in generale il Corno d’Africa, si trova confrontato con gravi carestie, se ne sono già verificate nel 2008, nel 2011 e soprattutto nel 1984, quando le vittime furono centinaia di migliaia.

Uno scandalo italiano degli anni '80. Pochi ricordano, a questo proposito, che una delle fasi più corruttive della politica estera italiana fu il cosiddetto FAI, cioè il "Fondo di Aiuti Italiani" che riuscì nella incredibile impresa di far passare in parlamento una legge che destinava alla carestia nel Corno d'Africa (quella del 1984), ben 1.900 miliardi delle vecchie lire da spendere in soli 18 mesi creando una voragine di tangenti che hanno squassato dal profondo la credibilità italiana in Africa.

Una marea di denaro che NON arrivò a chi ne aveva davvero bisogno. Gli scandali che ne seguirono ridussero la cooperazione italiana a fanalino di coda tra quelle europee che ancora, nonostante le promesse legate alla nuova legge (la n°125 del 2014), non riesce a portarsi ai livelli medi europei.

Al contrario oggi sembra che fame e siccità non interessino più le speculazioni internazionali, ma che seguendo un ben collaudato schema che definisce il potere sovrano non più come quello che "dà la morte e concede la vita" ma come quello che "sostiene la vita o la lascia morire".

In pratica conviene di più che decine di milioni di persone siano lasciate morire o confinate nelle immense tendopoli ai bordi dei nuovi deserti, purché non vengano a casa nostra.