lunedì 18 novembre 2019

Sud Sudan. L'acqua ha inghiottito interi villaggi, un milione le persone colpite

Un report di Amref dal Paese più giovane dell'Africa. Si stima che siano circa 908 mila le persone colpite dalle alluvioni e ora in stato di bisogno. Tra loro almeno 490 mila bambin


Un una nazione già martoriata da anni di guerra civile si è abbattuta una vera e propria catastrofe. In Sud Sudan è stato dichiarato lo stato di emergenza a causa di violente inondazioni che hanno sommerso il Paese. Si stima che siano circa 908 mila le persone colpite dalle alluvioni e ora in stato di bisogno; tra loro almeno 490 mila bambini. L’acqua ha inghiottito interi villaggi, compresi centri sanitari e scuole. Anche l’erogazione di servizi sanitari di base è al momento sospesa: in diverse aree del Paese sono operative solo il 10% delle strutture sanitarie.

Alla metà della popolazione manca cibo
Questo ennesimo dramma sta avvenendo in un Paese già in crisi: prima di questa catastrofe si contavano oltre 7,2 milioni di persone in stato di necessità, bisognose di assistenza umanitaria. Il 54% delle persone in Sud Sudan vive ancora in condizioni di grave insicurezza alimentare. Amref è presente nell'area del Sud Sudan dal 1972 con l’obiettivo di rafforzare il sistema sanitario del Paese. "Anno dopo anno, abbiamo ampliato il ventaglio dei nostri progetti e degli interventi a favore della popolazione sud-sudanese".

Il sostegno ai progetti di aiuto
"Le alluvioni hanno risparmiato le aree di intervento dei nostri progetti, ma gli effetti nel lungo periodo non mettono da parte nessuno. È fondamentale continuare a investire in questi progetti proprio per permettere alla popolazione sud sudanese di non perdere la fiducia nella possibilità di vivere una vita migliore. Le persone salvate oggi meritano un domani degno di essere chiamato futuro".

E sullo sfondo dei disastri naturali, la guerra
La prima guerra civile in Sudan nasce in un momento in cui in tutto il continente africano i diffusi fermenti indipendentisti sgretolavano (o almeno si illudevano di sgretolare) i regimi coloniali. Il conflitto interno al Paese (da sempre agitato dal contrasto fra il Nord arabo e il Sud a prevalenza etnico-culturale sub-sahariana, animista e cristiana) ha luogo dal 1955 al 1972. In guerra entrano il governo centrale del Sudan e i separatisti del Sud, che chiedono con forza una maggiore autonomia regionale. A rimetterci la vita, in quei 17 anni di guerra, furono circa mezzo milione di persone, per lo più civili.

Un incubo che dura da quasi 25 anni
La storia è poi proseguita con una ritmica successione di conflitti interni, in circa 25 anni, quasi 3 milioni di persone sono morte e oltre 4 milioni di cittadini sono stati ridotti allo status di sfollati. Il conflitto tra milizie governative al Difaa (al Shaabi, in arabo) e lo SPLA, in tutto questo arco di tempo è stato causa di carestie, epidemie, povertà e fame diffusa, smantellamento di quel poco che c'era nell'ambito dei servizi sanitari e di esodi forzati di gente costretta a mollare tutto ciò che possedevano.


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sabato 16 novembre 2019

Mafia nigeriana, 11 misure cautelari a Roma. Inchiesta nata dalla denuncia di alcune ragazze

Sono accusate di aver ridotto in schiavitù moltissime ragazze nigeriane, le 11 persone destinatarie di ordinanze cautelari emesse dal Giudice per le indagini preliminari di Roma.


In carcere sono finiti otto nigeriani, altri due sono da tempo fuori dall'Italia ed un altro ancora è ricercato.

Gli investigatori della Squadra mobile romana hanno ricostruito il percorso o meglio il calvario di queste donne dalla Nigeria all'Italia.

Il viaggio
La collaborazione di alcune vittime ha consentito in particolare di disegnare le fasi del reclutamento e della partenza dai villaggi di origine. Le donne, spesso minorenni, venivano avvicinate da persone vicine al clan familiare e lusingate con promesse di facili guadagni in Europa.

Non veniva nascosta l’attività di prostituzione che sarebbe stata svolta al loro arrivo in Italia, ma ne venivano enfatizzati gli aspetti positivi: guadagni ingenti e poche o nulle le spese di viaggio e mantenimento. Dopo aver accettato, le donne venivano sottoposte ad un rito religioso (woodoo, o JuJu) con uno stregone che suggellava il patto con le divinità.

Il culto JuJu in Nigeria è molto diffuso e i patti stipulati con i “sacerdoti” di questa religione sono molto temuti dalla popolazione, non rispettarli significherebbe per le ragazze attirare su di sé e sui propri congiunti malattie, sciagure e morte. Non appena il rito era stato celebrato le ragazze venivano allontanate dalla propria famiglia, in buona sostanza venivano prese in consegna dall'organizzazione che le teneva rinchiuse in attesa della partenza.

Dalla Nigeria le donne, attraverso il Niger, per arrivare fino a ridosso delle coste libiche, dove venivano alloggiate all'interno di “connection house”, in attesa del passaggio via mare a bordo di barconi.

Ovviamente, già durante il viaggio le donne capivano che i guadagni promessi non sarebbero mai stati realizzati, ma a quel punto era impossibile tornare indietro. Il viaggio in camion o in bus veniva anticipato dalle “mamam” residenti in Italia (o in altri paesi europei).

Il costo del viaggio, da 30 a 35mila euro, doveva essere ripagato con prestazioni sessuali, un costo che in realtà alla mamam costava poco più di un decimo di quello che poi veniva richiesto alle ragazze. E anche il cibo e la permanenza nella “connection house” dovevano essere ripagati nello stesso modo. In sostanza le ragazze erano costrette a prostituirsi già in Libia, durante l'attesa di attraversare il Mediterraneo.

Durante il tragitto le donne venivano violentate e malmenate, anche per iniziare quella sorta di assoggettamento che le avrebbe rese oggetti di proprietà dell’organizzazione.

Arrivate in Italia le ragazze, dopo essere fuggite dai centri di prima accoglienza, venivano affidate alle “mamam” che continuavano l’assoggettamento psicologico e fisico: alloggio in casa con la propria “mamam”, nessuna relazione sentimentale, pagamento dell’alloggio, del vitto e dell’affitto del marciapiede dove prostituirsi.

Non c’era nessuna possibilità di ribellarsi. il rapporto era talmente stretto che le malcapitate chiamavano le “mamam” con il diminutivo di “mami”, mentre le ragazze a loro volta erano chiamate figlie.

Il passaggio di denaro
Difficile è stato ricostruire il passaggio di denaro tra questi moderni schiavisti.

I criminali infatti non utilizzavano sistemi bancari o di money transfer, ma utilizzavano il sistema Hawala; un sistema molto semplice che non prevede reali passaggi di denaro durante la transazione. Il soggetto, che chiameremo A, avendo la necessità di trasferire del denaro al soggetto B, si avvale di un intermediario, l’hawaladar broker, che riceve il denaro e che si rivolge ad un suo referente, un altro hawaladar broker, nella località di destinazione del denaro.

Il segreto sta in un codice, una parola cifrata, un simbolo, che il primo intermediario consegna al soggetto A; questo lo comunicherà al soggetto B, che, a sua volta, lo utilizzerà con il secondo intermediario; quest’ultimo riterrà il codice comunicato, come un codice di sblocco del denaro, che verrà quindi consegnato al soggetto B, fruitore finale della intermediazione.

Il denaro, fisicamente, invece, viaggerà in modo separato attraverso dei corrieri, nascosto in valigie o con altri sistemi.
(Questura di Roma, Polizia di Stato)


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martedì 12 novembre 2019

Burkina Faso. Attacco nell'est, 37 morti

Contro il personale locale di una società mineraria canadese


Trentasette persone sono morte e altre 60 sono rimaste ferite ieri nel corso di un attacco contro un convoglio di personale locale della società mineraria canadese Semafo, in Burkina Faso: lo ha reso noto il governatore della regione dell'Est del Paese, Saidou Sanou, citato dai media internazionali.

L'attacco, ha precisato la stessa società sul proprio sito, è avvenuto sulla strada tra Fada e la miniera di Boungou, a circa 40 chilometri da quest'ultima.

Il convoglio, composto da cinque bus e scortato dal personale militare, trasportava dipendenti e fornitori locali.
(Ansa)


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Alessandria, "qui non ti siedi". Razzismo su un autobus verso una ragazzina di colore

È accaduto su un pullman. La denuncia di una consigliera comunale che posta l'accaduto su Facebook


"Alabama 1955? No, Alessandria 2019". Inizia così lo sfogo della consigliera comunale pd Vittoria Oneto, che su Facebook ha raccontato un vile episodio di razzismo a cui ha assistito mercoledì sull'autobus di linea che aveva preso per tornare a casa.
Una bimba di sette anni è stata vittima di discriminazione per il colore della sua pelle: voleva sedersi accanto a una donna che con aria stizzita le ha detto: "No qui tu non ti siedi". La consigliera comunale è intervenuta ed ha poi ottenuto che la piccola si riuscisse a sedere, tra gli sguardi silenziosi di tutti gli altri passeggeri.

Ho preso l'autobus per tornare a casa. Pochi posti a sedere. Io rimango in piedi. Salgono una mamma con due bambini. Lei si appoggia in uno spazio largo col passeggino e la bambina di circa 7 anni prova a sedersi in un posto vicino ad una signora di circa 60 anni che aveva appoggiato la sua borsa della spesa sul sedile. La signora guarda la bambina e le dice : "No no tu qui non ti siedi!" ha raccontato Oneto nel suo post, spiegando poi così il suo intervento: "Io dico alla donna di spostare la borsa e di fare sedere la bambina ma lei insiste e mi dice in modo arrogante di farmi gli affari miei". Peccato, hai trovato la persona sbagliata. La madre della piccola non dice nulla e guarda a terra.

A quel punto alzo la voce sempre di più e le intimo in malomodo di fare sedere immediatamente la bambina e di vergognarsi con tutto il fiato che avevo in gola. La signora a quel punto la fa sedere ma continua a borbottare e a guardare schifata la bambina. Tutte le persone sull'autobus mi guardano in parte compiaciute, in parte no ma nessuno osa dire nulla. Secondo voi di che colore aveva la pelle quella bambina? Sì proprio così. La consigliera conclude poi il suo sfogo raccontando tutta l'amarezza provata: "Ho pianto. Sono scesa dall'autobus e ho pianto. Per il nervoso, per la tristezza per il senso di sconfitta che ho provato e provo. Come se questi giorni non fossero già dolorosi"

È questo quello che siamo? È questo quello che vogliamo essere?
Io non voglio crederci. In poche ore il suo post ha ricevuto centinaia di commenti, attestati di stima e ringraziamento per il suo intervento a favore della bambina.
(La Repubblica)

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giovedì 10 ottobre 2019

Como, 13enne nigeriana attirata in trappola e poi stuprata per una notte intera da due giovani connazionali poi arrestati

La ragazzina è stata attirata in trappola da un conoscente, come lei di origini nigeriane, le ha strappato il telefonino di mano, lei lo ha rincorso per recuperare il prezioso smartphone ed è così finita in balia del giovane suo vicino di casa e di un altro ventenne nigeriano che hanno abusato di lei per tutta la notte nella casa di uno dei due.


Le ha strappato il cellulare, sapendo che per la ragazzina quello era l’oggetto più importante. Lei l’ha rincorso per farselo ridare ed è caduta nella sua trappola. È stata trascinata per un braccio in un appartamento e violentata per tutta la notte dal ventenne e da un altro ragazzo, arrivato sul posto poco dopo. La vittima del grave episodio di violenza sessuale è un ragazzina di soli 13 anni, che ha trovato poi la forza di raccontare gli abusi subiti e ha denunciato gli stupratori, ora in carcere al Bassone di Como.

La violenza

La violenza è avvenuta il 5 ottobre scorso. Dopo aver trascorso il sabato pomeriggio con un’amica la 13enne, nata in Italia da genitori nigeriani e residente nel Comasco, stava tornando a casa attorno alle 21.30, quando è stata avvicinata dal 20enne, suo vicino di casa, anche lui di origini nigeriane, che le ha rubato il cellulare ed è fuggito.

La ragazzina lo ha seguito supplicandolo di ridarle il suo prezioso telefonino e si è trovata in trappola. Lui l’ha afferrata per un braccio e trascinata in casa. Nell’appartamento è stato raggiunto da un coetaneo ed entrambi hanno abusato della 13enne fino all’alba. Soltanto quando si sono addormentati la ragazzina è riuscita a fuggire e a tornare a casa, dove ha trovato i genitori disperati: non vedendola tornare, avevano già denunciato la scomparsa della figlia.

La solidarietà delle compagne di classe la convincono a denunciare

Lei però sul momento, sotto choc, non è riuscita a confidarsi. Solo lunedì, tornata da scuola dove forse era stata incoraggiata dalla solidarietà delle amiche, la ragazzina ha trovato la forza di confidarsi con la mamma.

La donna si è precipitata a casa del vicino ventenne e l’ha affrontato. È scoppiata una colluttazione e sono intervenuti gli agenti di polizia che, informati della situazione, hanno avviato un’indagine lampo sfociata nel fermo dei due ventenni. La scientifica ha sequestrato nell’appartamento lenzuola e indumenti che saranno ora analizzati. I due violentatori, entrambi regolari in Italia, ora sono in carcere con l’accusa di atti sessuali con minore (reato che, secondo la legge italiana, si applica quando viene coinvolto un minore di 14 anni) e violenza sessuale.
Corriere della Sera

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Nazista in Germania. Voleva fare una strage nella Sinagoga e non ci riesce, durante la fuga uccide due persone a caso

Halle, ex-Germania dell'Est, Stephan Balliet, il 27enne riprende la sua azione per 35 minuti, il video va in diretta su un sito di videogame. Attentato sostanzialmente fallito solo per la prontezza dei fedeli della Sinagoga che sono riusciti a chiudere il portone blindato dell'ingresso appena in tempo.


Si presenta come 'Anon' ("anonymous user"), si irrita perché non riesce a entrare nella sinagoga, e spara a caso a una donna per strada. Quindi sembra improvvisare, entra in un negozio e uccide un'altra persona prima di fuggire. Alla fine è stato arrestato.


L'odio dei confronti degli ebrei

Per questo ieri in Germania ad Halle, una cittadina di poco meno di 240 mila abitanti della Sassonia-Anhalt, un uomo è arrivato armato, in mimetica, la telecamera fissata sull'elmetto per filmare in diretta web quella che sperava sarebbe stata una strage. L'aveva pianificata per colpire nel giorno dello Yom Kippur, la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell'espiazione.

A terra vicino la sinagoga dove non è riuscito a entrare respinto dal portone chiuso che ha retto al suo impatto omicida, sono rimaste due persone. Una donna che camminava nei pressi del cimitero ebraico a fianco alla Sinagoga, e un uomo che si trovava in una tavola calda di kebab a 600 metri di distanza, nessuno dei due aveva origini ebraiche.

Il Federal Criminal Office ha fatto sapere, ma solo diverse ore dopo l'attentato, di averlo arrestato. Si tratta di un tedesco di 27 anni, Stephan Balliet, cittadino della Sassonia-Anhalt, e gli inquirenti sono in possesso del suo video. Dopo gli spari, Balliet aveva provato a scappare, nel farlo ha ferito anche due persone, che sono state ricoverate e operate d'urgenza.

Il killer ha filmato tutto

La sua azione di 35 minuti postata su un sito di videogame. Si sente la sua voce prima di aprire il fuoco: "La radice di tutti i problemi sono gli ebrei". Un'azione pianificata, già da una settimana il killer stava pubblicando post nei social inneggianti al nazismo, contro gli ebrei, contro i migranti e contro le donne. Tutti segnali che, alla luce dei fatti di ieri, sono stati ampiamente sottovalutati.

Le immagini ricordano quelle degli attacchi del 15 marzo scorso alle due moschee di Christchurch in Nuova Zelanda. "Si vede prima l'attentatore esporre i punti di vista dell'estrema destra, poi guidare fino alla sinagoga", spiega Rita Katz, direttrice del sito di monitoraggio dei gruppi terroristici sul web, che ha trovato i filmati e invitato le persone a non diffonderli. "Segnalazioni, immagini e video vanno inviate al nostro portale", ha aggiunto la polizia in un tweet.

L'uomo, che secondo Katz, si presenta come 'Anon' ("anonymous user"), "si irrita perché non riesce a entrare nella sinagoga, e spara a caso a una donna per strada". Quindi sembra "improvvisare", "entra in un negozio e uccide un'altra persona prima di fuggire". Sulla base delle immagini si ipotizza che l'uomo abbia agito da solo. "La sua auto era piena di armi apparentemente fabbricate in casa, oltre a un laptop e a una macchina fotografica: il che suggerisce che dietro l'attacco ci sia un inquietante livello di pianificazione"

L'attentatore è stato fermato ad una quindicina di chilometri da Halle quando è stato intercettato dalle forze dell'ordine. Prima di essere ammanettato aveva fatto in tempo a prendere in ostaggio un tassista di passaggio. "Aveva una ferita di arma da fuoco al collo" e quindi "le autorità di sicurezza presumono un tentativo di suicidio"

"Abbiamo un numero sufficiente di indicazioni chiare per affermare l'attacco abbia una matrice di estrema destra e che dietro ci siano motivazioni antisemite", ha affermato il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer.

I residenti locali sono stati invitati a restare nelle proprie abitazioni

Per varie ore non è stato chiaro se vi fossero altri aggressori in fuga e le autorità avevano inviato la popolazione a rimanere al chiuso. "L'attacco è l'espressione ulteriore dell'antisemitismo che c'è in Europa", ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ricorda come la sparatoria, che è costata la vita a due persone, sia avvenuto "nel giorno più sacro per il nostro popolo"

"Io chiedo alle autorità della Germania si continuare a agire con determinazione nei confronti del fenomeno dell'antisemitismo" ha aggiunto Netanyahu, "In nome del popolo di Israele, esprimo alle famiglie delle vittime il mio cordoglio e auguro ai feriti una pronta guarigione"

La cancelliere tedesca Angela Merkel ha partecipato a una veglia serale presso una storica sinagoga nel centro di Berlino in onore delle vittime dell'attacco dello Yom Kippur a Halle

La reazione in sinagoga, poi il negozio di kebab

Il presidente della Comunità ebraica di Halle, Max Privorotzki, che ha raccontato che il servizio di sicurezza della sinagoga è riuscito ad impedire l'ingresso del killer che ha sparato contro il portone, per poi lanciare una granata nel cimitero adiacente.

"L'attentatore ha lanciato anche diversi ordigni, forse molotov, petardi o granate per entrare. Il tutto è durato dai cinque ai dieci minuti". Il presidente della Comunità ebraica ha inoltre riferito di aver potuto osservare il tentativo di irruzione da una telecamera di sorveglianza posta all'entrata della sinagoga, spiegando che all'interno del tempio si trovavano 70-80 fedeli riuniti in occasione di Yom Kippur, principale ricorrenza religiosa ebraica.

Dopo l'assalto fallito alla sinagoga l'attacco si è spostato contro il negozio di kebab. "Un uomo è entrato nel locale, ha lanciato qualcosa come una bomba a mano, che non è esplosa ed ha aperto il fuoco con un fucile automatico, l'uomo dietro a me deve essere rimasto ucciso, io mi sono nascosto nel bagno", ha detto un testimone alla televisione tedesca N-TV.


Le armi del killer

Secondo quanto si vede nei video diffusi da testimoni nei social, lo sparatore indossava un casco e un giubbotto antiproiettile e ha tre armi: un fucile semiautomatico, un mitra e una pistola. La pistola sembra essere un'arma monocolpo (che va ricaricata ad ogni colpo). Si tratta di armi rare, in genere di calibro 12,5, usate solitamente per sparare proiettili di gomma o comunque munizioni non lesive ma che possono essere modificate per sparare proiettili reali a corta distanza.

La comunità di estrema destra lo definisce "santo"

Anche se l'attacco "non è stato ancora rivendicato da alcun gruppo", le comunità online di estrema destra l'hanno già fatto proprio e chiamano l'ignoto sparatore 'santo'.

Il Papa prega per le vittime

Papa Francesco oggi in apertura dei lavori per il Sinodo ha pregato per i "fratelli ebrei" nel giorno di Yom Kippur. Poi a fine Congregazione, riporta Vatican News, ha ricordato nella preghiera anche le vittime dell'attentato alla sinagoga di Halle, in Germania.


La Repubblica

E adesso, non solo alla luce di questo semi-fallito attentato, ma soprattutto per il proliferare di tutto un sottobosco di estrema destra in Europa, è necessario fare "piazza pulita" di gruppi neo-nazisti e neo-fascisti. Basta con gli appoggi "politici" più o meno alla luce del sole. In Italia, nello specifico, è necessario ripulire l'aria impregnata dall'odio contro gli stranieri, gli ebrei, i migranti, i neri, che diffondono, nella sostanziale impunità, gruppi come Casa-Pound e Forza Nuova, e gruppi politici neo-razzisti legalizzati come la Lega di Salvini.

(Maris Davis)

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lunedì 7 ottobre 2019

Mafia Nigeriana, pericolosa anche dal carcere

A sostenerlo è il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo. "Violenti e senza scrupoli. Sia applicato anche a loro il 41 bis"



L’indagine, condotta dagli agenti della Squadra mobile di Brescia e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Brescia (DDA), con l’arresto degli affilati ad un “cult”, i gruppi criminali provenienti dalla Nigeria, conferma la brutalità della mafia nigeriana.

Ma attenzione, non basta arrestarli perché in carcere sono comunque pericolosi sia in azioni violente contro il personale di polizia penitenziaria ed altri detenuti che in attività di reclutamento per i “cult” di appartenenza. A sostenerlo è il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, per il quale “a questi nigeriani violenti che non si fanno scrupoli nella tratta di esseri umani e perfino nel traffico di organi umani, va applicato lo stesso regime del 41 bis previsto per i mafiosi italiani

Nelle carceri italiane, al 31 agosto scorso, erano detenuti 1.654 nigeriani di cui 995 imputati e 659 condannati, che rappresentano l’8% della popolazione carceraria straniera, con un incremento annuo del 5% e, secondo gli ultimi dati disponibili, su 12.387 reati firmati dalla criminalità nigeriana (un quinto di quelli commessi da tutti gli stranieri), 8.594 avvengono al Nord, 1.675 al Centro, 1.434 al Sud, 684 nelle Isole.

Da mesi abbiamo lanciato l’allarme e sollecitato il Ministero della Giustizia e l’Amministrazione Penitenziaria a non sottovalutare la crescente pericolosità della mafia nigeriana nelle carceri, nei Centri di Accoglienza per richiedenti asilo dove avvengono l’affiliazione o il reclutamento delle cosche africane. La cella diventa il luogo preferito per “formare” nuovi criminali sempre più spietati.

È il clima di semi-impunità e di sottovalutazione della pericolosità a favorire la ramificazione di nigeriani nelle città italiane 

Un clima che non può essere ulteriormente tollerato. È necessario quindi provvedere al rimpatrio di tutti i criminali stranieri, soprattutto i nigeriani. Ma inchieste come quella di Brescia, le cronache dei giornali e i servizi televisivi sulla criminalità nigeriana sempre più frequenti, dimostrano il grado di penetrazione sul territorio italiano. Una criminalità di tipo mafioso che ormai ha sfidato quella campana, calabrese, pugliese, fuori e dentro gli istituti penitenziari, non consente più di voltare la testa dall’altra parte.


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mercoledì 2 ottobre 2019

Nigeria. "Fabbrica di bambini", donne violentate per vendere i loro figli

Salvate 19 ragazze incinte e quattro bimbi che stavano per essere ceduti. Le vittime venivano attirate a Lagos con l’inganno e poi costrette a subire rapporti sessuali per renderle gravide. Due arresti.


La Nigeria è la prima economia africana ma la povertà resta molto diffusa, così come il traffico di esseri umani.

La metà dei 190 milioni di abitanti vive in povertà estrema. Negli ultimi anni l’economia, prima basata solo sul petrolio, si è abbastanza diversificata, puntando su commercio, telecomunicazioni, tecnologia. Fondamentale resta la sfida della sicurezza, soprattutto al Nord, per la minaccia fondamentalista di Boko Haram.

Si vendevano bambini, al 14 di Adisa street, Lagos, Nigeria

«Cinquecentomila naira nigeriani (equivalenti a 1.270 euro) per un maschio, trecentomila per le femmine». Questo era il tariffario della vergogna di questa «fabbrica di bambini». E anche se i dettagli di questa storia che ha dell’incredibile non sono ancora del tutto noti, lo choc nella capitale commerciale del più popoloso Stato africano è forte. Perché non solo i bambini si vendevano, ma li si concepiva apposta per ricavarne denaro, violentando povere donne che erano costrette con la forza a subire rapporti sessuali e a trascorrere l’intera gravidanza in alcuni appartamenti, guardate a vista.

1.270 euro è il prezzo al quale veniva venduto un neonato maschio dal gruppo criminale scoperto a Lagos

Sono state salvate 19 giovani donne

Diciannove giovani ragazze incinte attirate fino a Lagos dalle zone rurali con il miraggio di un lavoro e rimaste vittime di un gruppo criminale. Con loro, gli agenti hanno messo in salvo da alcune case nella zona di Ikotun anche quattro bambini che sarebbero stati presto ceduti al primo acquirente.

Per ora la polizia ha arrestato due donne, Happiness Ukwuoma, di 40 anni, e Sherifat Ipeya, 54, lanciando una ricerca a tappeto per gli altri sospettati. Tra loro la principale sospetta è un’altra donna, “MadamOluchi, nativa di Mbano, nello stato nigeriano di Ino, madre di cinque figli.

Le donne salvate, tutte di età compresa tra i 15 e i 28 anni, erano state vittime di tratta dagli stati di Rivers, Cross River, Akwa Ibom, Anambra, Abia e Imo. Trasferite a Lagos, stando a quanto riferito dalle forze di polizia, venivano costrette a prostituirsi oppure a subire rapporti sessuali anche con diversi uomini con l’obiettivo di vendere poi i bambini così concepiti a potenziali compratori.

Le due donne finora arrestate, originarie della zona di Lagos, operavano anche come «infermiere» anche se non avevano mai seguito alcuna formazione medica. In realtà il loro principale compito consisteva nel limitare i movimenti delle donne rimaste incinte, che venivano strettamente monitorate fino al parto.

15 anni, è l'età della ragazza più giovane salvata dalla polizia a Lagos

Dopo la nascita i bambini venivano trasferiti in appartamenti e poi venduti

Tra questi, l’appartamento al 14 di Adisa Street, e poi altri in Owosho Street, Olugbeyohun Street e Anomo Street. A interrompere provvidenzialmente le attività del gruppo sono stati i dubbi dei vicini, che hanno avvisato gli agenti insospettiti dalla presenza di tutte quelle giovani incinte e, probabilmente, da qualche pianto dei neonati.

Ora le autorità, che già in passato hanno sgominato gruppi criminali simili, stanno lavorando con alcune agenzie governative e altri enti per prestare le cure necessarie, fisiche e psicologiche, alle vittime di questa tratta, che verranno aiutate a trovare al più presto una sistemazione adeguata.

Le indagini continuano per arrivare a individuare gli altri criminali coinvolti in questo traffico di bambini e risalire anche all'identità dei "clienti", ovvero chi, attraverso il denaro, aveva pensato di poter comprare un figlio frutto di violenze e sopraffazioni.

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lunedì 30 settembre 2019

Silvia Romano sarebbe viva nelle mani degli Al-Shabaab che l'hanno costretta ad un matrimnio islamico

Secondo gli 007 italiani i sequestratori "vorrebbero farle assimilare, sino a sentirsene parte integrante, l’ambiente dove vive, cultura islamica"

Se da un lato la notizia è positiva perché Silvia sarebbe viva, dall'altra parte c'è la certezza che è nelle mani del gruppo Al-Shabaab, terroristi islamici che in questi anni hanno destabilizzato con decine e decine di attentati la Somalia e il Corno d'Africa, gli stessi che proprio oggi hanno attaccato un convoglio militare italiano a Mogadiscio.


Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya il 20 novembre 2018, è viva e si troverebbe in Somalia, ma sarebbe stata costretta dai rapitori "all’islamizzazione e al matrimonio islamico". Lo affermano fonti di intelligence. Gli uomini che la tengono prigioniera stanno attuando nei suoi confronti "una sorta di lavaggio del cervello, una manovra di pressione psicologica che punta a recidere i legami affettivi e culturali con la sua patria d’origine"

Vorrebbero farle assimilare, sino a sentirsene parte integrante, l’ambiente dove viene costretta a vivere

Secondo gli 007 italiani i sequestratori di Silvia "vorrebbero farle assimilare, sino a sentirsene parte integrante, l’ambiente dove viene costretta a vivere". Silvia Romano si troverebbe quindi nell'interno della Somalia, il Paese africano dove più forte è la presenza jihadista e dove intere zone, soprattutto nel Sud, sono sotto il controllo delle fazioni integraliste vicine alla guerriglia.

La ragazza si trova probabilmente tra il Sud e il Sudovest del Paese, dominato dai mujaeddin di Al Shabab, una tra le fazioni più integraliste della jihad. Rapita nel villaggio in Kenya di Chakama, 80 km da Nairobi, Silvia fu portata in Somalia poche settimane dopo il sequestro.

Silvia ha dovuto sposare un musulmano e probabilmente il marito è un uomo dell'organizzazione che l'ha sequestrata

La strategia dei jihadisti è normalmente quella di indottrinare i prigionieri di guerra in modo da puntare ad avere, dopo la liberazione, un infiltrato da utilizzare per la Guerra Santa nel suo Paese di origine. Non è facile capire quale sia lo scopo di indottrinare però una semplice volontaria che non ha contatti particolarmente significativi e importanti per i militanti della Jihad.

La strategia del matrimonio combinato, sposare colui che è stato il tuo rapitore, è la stessa usata (per esempio) da Boko Haram in Nigeria. Rapire le ragazze per poi costringerle a matrimoni con gli stessi rapitori. Simboleggia il dominio dell'uomo sulla donna, ma anche il tentativo dei rapitori di affermarsi all'interno dell'organizzazione, "voglio quella donna e la rapisco per farla diventare mia moglie, in questo modo dimostro il mio potere e le mie capacità anche all'interno del mio gruppo". Così potrebbe essere capitato anche a Silvia, rapita proprio a questo scopo, "qualcuno" che voleva a tutti i costi "avere" Silvia in moglie e per questo non ha esitato ad uccidere e a chiedere aiuto a dei terroristi.

Rapita quasi un anno fa in Kenya fu poi ceduta agli Al-Shabaab somali

Alla fine del 2018 Silvia, rapita in Kenya, fu ceduta a bande di banditi somali finendo così in un territorio in cui l'intervento occidentale è molto più difficile rispetto al Paese dove la ragazza prestava servizio di volontariato in un villaggio. Difficile pensare a un raid per liberarla. L'unica strada è quindi quella dell'intelligence, della ricerca di contatti e trattative con i rapitori, a cominciare dal pagamento di un riscatto, che pare oggi l'unica strada per la liberazione.

Il fatto che sia arrivata la notizia del matrimonio significa che è stato attivato un canale con i rapitori. Ora resta da verificare se i sequestratori la considerino una di loro e non vogliano trattare, o se si tratti di una strategia per alzare il prezzo del riscatto.

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sabato 28 settembre 2019

Nigeria, centinaia di bambini sottoposti a torture in una scuola coranica

A Kaduna, nella Nigeria settentrionale, la polizia libera 500 persone, la maggior parte bambini trovati incatenati e torturati in una scuola coranica


Gli studenti soccorsi avevano cicatrici sulle spalle e ferite gravi. La polizia ha trovato una "stanza di tortura", dove gli allievi venivano appesi a catene e picchiati quando gli insegnanti ritenevano che avessero commesso un errore. Sette persone sono state arrestate: il proprietario e sei membri dello staff.


La polizia nigeriana ha scoperto e salvato più di 500 persone, tra adulti e bambini, tutti maschi e di diverse nazionalità. Sono stati trovati in catene all'interno di un edificio nella città settentrionale di Kaduna. Secondo quanto dichiarato dalla polizia molti dei bambini avevano le catene intorno alle caviglie, molti di loro hanno segni di tortura e hanno subito stupri.

Il portavoce Yakubu Sabo ha detto che l'edificio ospitava una scuola islamica e sette persone (otto secondo quanto riporta la Bbc) sono state arrestate: il proprietario e sei membri dello staff.

"Abbiamo trovato circa 100 studenti, bambini che avevano anche 5 anni, in catene, stipati in una sola stanza piccola. Stiamo attualmente dandogli cibo, sono tutti denutriti. Abbiamo identificato alcuni bambini provenienti dal Burkina Faso, altri erano arrivati con i genitori dal nord del Paese"

L'istituto, il cui obiettivo dichiarato era quello di rimettere sulla buona strada tramite l'apprendimento del Corano adulti e minorenni finiti nel giro della piccola criminalità o della droga, era stato segnalato da alcuni vicini che si erano insospettiti. La scuola islamica si trova nella zona Rigasa della città di Kaduna.

Molti degli studenti soccorsi avevano cicatrici sulle spalle e ferite gravi. La polizia ha trovato una "stanza di tortura", dove gli allievi venivano appesi a catene e picchiati quando gli insegnanti ritenevano che avessero commesso un errore. "Sono stati portati in uno stadio di Kaduna durante la notte per essere curati, stiamo cercando le loro famiglie", ha detto il capo della polizia di Kaduna, Ali Janga. Le autorità nigeriane affermano che i quasi 500 prigionieri liberati saranno sottoposti esami medici e psicologici.

Le scuole islamiche, conosciute come Almajiris, sono comuni in tutto il nord musulmano della Nigeria, un paese diviso in modo più o meno uniforme tra seguaci del cristianesimo (a sud) e dell'Islam (nel nord).

Boko Haram, le setta islamica integralista che da oltre un decennio provoca terrore nel nord-est della Nigeria, ha nel significato del suo stesso nome "L'insegnamento occidentale è peccato" l'idea che l'unico insegnamento possibile è lo studio del Corano.


La Repubblica

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