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lunedì 9 dicembre 2019

Mali. Il "vietnam" dei francesi è nel Sahel che pensano a ritirare le truppe dopo l'uccisione di 13 militari

La morte di tredici soldati in un’operazione militare in Mali sta portando a un ripensamento dell’impiego delle forze armate di Parigi nel Sahel.


L'interventismo della Francia in Africa per difendere i suoi interessi nelle ex-colonie
La presenza dei militari francesi nelle ex-colonie è sempre stata massiccia e ingombrante. Una presenza diretta, ma anche indiretta attraverso missioni umanitarie internazionali, contingenti delle Nazioni Unite, forze di interposizione tra gruppi armati.

Fin dai tempi del Presidente Mitterand si difendono regimi totalitari come in Ciad, si interviene nella Repubblica Centrafricana dopo il colpo di Stato del 2013 per ripristinare lo stato di diritto, si è intervenuto in Niger per fermare il flusso dei migranti che dal Sahara meridionale si dirigono verso le coste del Mediterraneo, e si è intervenuto in Mali dopo gli attacchi dei gruppi armati jihadisti che avevano occupato il Mali settentrionale nel 2013. È intervenuta a gamba tesa in Libia nel 2011 per abbattere il regime di Gheddaffi che stava pensando di svincolare i paesi del Sahel dal giogo del franco CFA (moneta post-coloniale francese) con una nuova moneta del tutto autonoma.

I militari francesi sono morti a fine novembre nello schianto accidentale tra due elicotteri durante un blitz anti-jihad in Mali, non lontano dal confine con Niger e Burkina Faso. Questo nuovo dramma porta a 41 il numero soldati francesi morti dall'inizio della missione, nel 2013
La missione militare in Mali si sta trasformando in un Vietnam per la Francia. Durante un'operazione di “soccorso e messa in sicurezza”, secondo quanto riferito dallo stato maggiore della forze armate, tredici militari sono rimasti uccisi nello schianto tra due elicotteri. Il ministro della Difesa, Florence Parly, ha parlato di un incidente. La collisione tra i due mezzi, un Tigre e un Cougar, sarebbe dovuta alla cattiva visibilità nella zona.

Gli elicotteri volavano "a bassa quota" e "partecipavano a un'operazione di appoggio ai commando della forza Barkhane che erano entrati in contatto con gruppi armati terroristici” al confine tra Burkina Faso e Niger. Secondo la ricostruzione ufficiale da alcuni giorni i commando francesi erano impegnati sul campo e avevano intercettato un gruppo di terroristi, con moto e pickup.

Sono stati inviati dei rinforzi, gli elicotteri e una pattuglia di Mirage 2000. Il Cougar è intervenuto per coordinare le attività e garantire "l'estrazione immediata di un elemento a terra” mentre il Tigre, elicottero da combattimento, aveva una funzione di appoggio e messa in sicurezza. Ma verso le 19.40 del 25 novembre, ora di Parigi, c'è stato lo scontro fatale. Per l'esercito francese è il bilancio di vittime più grave dal 1983, quando morirono in due attentati cinquantottotto soldati.

Davanti ai deputati che hanno fatto un minuto di silenzio in onore ai caduti, il premier Edouard Philippe ha ribadito che la missione in Mali è “indispensabile” per la lotta al terrorismo nel Sahel, dove ci sono gruppi affiliati all’Isis. L'operazione “Barkhane” è stata lanciata nel 2014, in seguito all'operazione “Serval” servita a difendere il regime politico in Mali contro i ribelli.

La missione voluta all'epoca dal presidente socialista François Hollande mobilita 4500 soldati in una regione grande quanto l'Europa a cavallo tra Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania e Ciad. Con l’incidente di ieri i soldati francesi morti salgono a 46. La Francia sta combattendo la guerra più lunga e fatale degli ultimi decenni dovendo far fronte a una moltiplicarsi degli attacchi negli ultimi mesi.

Durante il G7 di Biarritz, Macron aveva sottolineato l’aggravarsi della situazione e aveva lanciato insieme ad Angela Merkel un appello per aumentare gli sforzi della comunità internazionale nella lotta al terrorismo nella regione del Sahel.

Parigi ci sta ripensando. In Francia si è aperto un dibattito
La morte di tredici soldati in un’operazione militare in Mali sta portando a un ripensamento dell’impiego delle forze armate di Parigi nel Sahel. Parlando al vertice della Nato che si è appena concluso vicino a Londra, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che sarà avviato un ridimensionamento dell’operazione militare del suo Paese contro i militanti islamisti.

Attualmente, Parigi ha sul terreno 4.500 uomini, 260 veicoli pesanti, 360 veicoli logistici, 210 veicoli blindati leggeri. Dispone inoltre di un appoggio aereo di sette velivoli d’attacco Mirage 2000, di una decina di aerei di trasporto tattico e strategico e di tre droni. Questa forza, secondo il capo di Stato transalpino, è particolarmente gravosa in termini economici. Ma è anche molto rischiosa e mette a rischio molte vite umane. Per questo motivo Macron ha chiesto un maggiore sostegno internazionale alla missione (che la Francia sta guidando da cinque anni).

Macron ha inoltre chiesto un maggiore impegno da parte del gruppo G5 Sahel, l’alleanza dei cinque Paesi della regione: Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, e ha invitato i leader delle cinque nazioni a un vertice il 16 dicembre nel Sud della Francia.

I contingenti militari africani saranno in grado di contenere la minaccia jihadista? La risposta è decisamente no, e i recenti attacchi in Burkina Faso e in Mali hanno infatti messo in evidenza la carenza di addestramento e di mezzi dei reparti africani che, troppo spesso, si sono lasciati sopraffare dai miliziani.


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martedì 12 novembre 2019

Burkina Faso. Attacco nell'est, 37 morti

Contro il personale locale di una società mineraria canadese


Trentasette persone sono morte e altre 60 sono rimaste ferite ieri nel corso di un attacco contro un convoglio di personale locale della società mineraria canadese Semafo, in Burkina Faso: lo ha reso noto il governatore della regione dell'Est del Paese, Saidou Sanou, citato dai media internazionali.

L'attacco, ha precisato la stessa società sul proprio sito, è avvenuto sulla strada tra Fada e la miniera di Boungou, a circa 40 chilometri da quest'ultima.

Il convoglio, composto da cinque bus e scortato dal personale militare, trasportava dipendenti e fornitori locali.
(Ansa)


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mercoledì 3 luglio 2019

Libia. Attacco aereo in un centro di detenzione, 40 morti. È stato un crimine di guerra

Attacco aereo in un centro migranti libico alle porte di Tripoli. Almeno 40 morti e 80 feriti, Serraj accusa Haftar. Per il rappresentante ONU in Libia è stato un crimine di guerra.


Strage di migranti in Libia. Un attacco aereo al centro di detenzione di migranti illegali di Tajoura attribuito alle forze del generale Haftar ha causato 40 morti e almeno 80 feriti. I numeri sono forniti dal ministero della Salute del governo Serraj. Il raid fa salire vertiginosamente la temperatura della guerra civile in Libia.

Il bombardamento è avvenuto alle porte di Tripoli in un centro di detenzione vicino al mare dove i migranti bloccati prima degli imbarchi illegali li avrebbero condotti a tentare la sorte per sperare in un approdo in Europa.

Il ministero della Salute del governo sostenuto dall'Onu aggiunge che nel bombardamento sul centro di detenzione di Tagiura sono rimasti feriti almeno 80 migranti. In un comunicato, il governo appoggiato dagli Stati Uniti accusa il sedicente Esercito nazionale libico guidato dal comandante Khalifa Haftar per il raid aereo. La Libia è divisa tra due governi in guerra e le forze di Haftar controllano gran parte dell'est e del sud del Paese.

Nei giorni scorsi proprio Serraj aveva chiesto un incontro riservato avvenuto a Milano con il vicepremier Matteo Salvini per sollecitare al governo italiano un'azione decisa a limitare le mosse di riarmo dell'oppositore Haftar.

Il campo di detenzione di Tajoura è stato di recente messo al centro dell'attenziome dell'opinione pubblica per le denunce degli organismi umanitari per le condizioni di vita dei migranti reclusi, per le insistenti notizie di sevizie e torture.


«Il Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale condanna duramente l'orribile crimine perpetrato dall'aviazione del criminale di guerra Khalifa Haftar contro il centro di accoglienza per migranti a Tajoura che ha causato decine di morti e feriti». Lo si afferma in un comunicato dell'esecutivo libico del premier Fayez al-Sarraj.

Per il rappresentante ONU in Libia è stato un crimine di guerra

«Questo vile attacco è un assassinio e un crimine di guerra che si aggiunge alla lista di gravi violazioni contro l'Umanità perpetrate da questo aggressore»
(Il Messaggero)


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lunedì 24 giugno 2019

Repubblica Centrafricana. Un terzo della popolazione soffre di carenza alimentare acuta

Nella Repubblica Centrafricana più di 1,8 milioni di persone, su una popolazione di meno di 5 milioni, stanno soffrendo una carenza alimentare acuta.


La denuncia arriva dall’ultima valutazione della Integrated Food Security Phase Classification (Classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata), uno sforzo congiunto di otto ong internazionali e delle Nazioni Unite per valutare il grado di carenza nutrizionale nella popolazione.

La guerra civile in Centrafrica, scoppiata nel dicembre 2013, continua a gravare pesantemente sui suoi abitanti. Inoltre, il paese è nel mezzo della cosiddetta ‘stagione magra’, che va da maggio ad agosto. Questo è il periodo tra due raccolti, quando le persone hanno esaurito le loro scorte alimentari e la fame è particolarmente acuta. Il Programma alimentare mondiale (Pam) denuncia che quasi due milioni di persone faticano a trovare un pasto al giorno.

Il portavoce del Pam, Herve Verhoosel, prevede anche che la crisi non sarà finita al termine della ‘stagione magra’. «Quasi 1,35 milioni di persone, quasi il 30% della popolazione, saranno in grave insicurezza alimentare acuta, tra cui circa 275mila persone saranno in emergenza durante il periodo della raccolta, vale a dire settembre e ottobre»

Un quinto della popolazione ha abbandonato i luoghi d'origine
Integrated Food Security Phase
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Le Nazioni Unite riferiscono che oltre mezzo milione di rifugiati sono scappati nei paesi vicini per sfuggire alle devastazioni della guerra e che quasi 700mila sono gli sfollati interni.

La firma di un fragile accordo di pace a febbraio aveva dato la speranza che la crisi nel paese sarebbe presto finita presto. Le condizioni di sicurezza restano tuttavia instabili e gli attacchi armati continuano con ferocia in molte parti del paese controllate da milizie che non hanno firmato l'accordo.

La continua insicurezza ostacola le operazioni umanitarie e rende difficile, se non impossibile, fornire cibo e altri aiuti cruciali ai civili.
(VoA News)


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lunedì 17 giugno 2019

RD Congo. Almeno 160 morti per nuovi scontri etnici in Ituri

Nuovi combattimenti tra gruppi etnici Hema e Lendu nella provincia orientale dell'Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno ucciso almeno 160 persone.


Quasi 40 villaggi Hema sono stati distrutti dalle milizie Lendu e più di 100mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case vicino a Bunia, durante la scorsa settimana.

La situazione è tesa. La comunità Hema accusa il governo di non garantire la loro sicurezza.

Gli scontri tra gli allevatori Hema e gli agricoltori Lendu per i diritti sulla terra e sui pascoli si sono intensificati a partire dalla fine del 2017, tanto che a marzo 2018 il governo congolese aveva annunciato l’intensificazione delle operazioni militari “per ripristinare la pace e l'ordine pubblico” nella regione.

La Chiesa cattolica ha denunciato "la strumentalizzazione delle violenze", rimproverando un "silenzio mascherato e una passività delle autorità, di fronte a questa situazione".

La disputa sulla terra tra Hema e Lendu in Ituri ha radici lontane. Negli anni novanta aveva causato più di 60 mila morti e più di 400 mila sfollati, ed era stata sedata, nel 2003, dall'intervento della forza militare speciale europea Artemis.



(Al Jazeera)


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martedì 4 dicembre 2018

Darfur. Sedicimila nuovi sfollati da settembre, si combatte nel Jebel Marra

Lo ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi a Khartoum Jeremiah Mamabolo, capo della missione di pace in Darfur (UNAMID).

Nel suo discorso ha ammesso che ci sono ancora continui scontri tra le forze governative e quelle ribelli nel Jebel Marra, considerata la roccaforte del Sudan Liberation Mouvement di Abed Waid al Nur (SLM-AW). Ha però anche detto che la situazione è migliorata nel resto del Darfur e ha perciò giustificato la strategia di uscita della missione di pace dalla regione, decisa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con la risoluzione 2429.

La quasi completa chiusura della missione di pace nella regione dovrebbe avvenire entro i primi sei mesi del 2019. I gruppi dell’opposizione sudanese e quelli della società civile si sono opposti al provvedimento e si dicono gravemente preoccupati dalle sue conseguenze.

Jeremiah Mamabolo ha inoltre sottolineato gli sforzi fatti per la ripresa dei colloqui di pace sulla base del documento messo a punto a Doha, in Qatar, il Doha Document for Peace in Darfur (DDPD), a suo tempo firmato solo da gruppi minoritari dell’opposizione armata darfuriana. Ora sarebbero disposti a sedersi al tavolo negoziale anche due fra i gruppi piú rilevanti, il JEM e la fazione guidata da Minnie Minawi del SLM.
(Sudan Tribune)


Siamo contrari al ritiro delle missione di Pace ONU dal Darfur. Decisamente inappropriata. Un regalo al dittatore del Sudan, Omar al-Bashir, già condannato per i crimini di guerra compiuti proprio in Darfur.

Il graduale ridimensionamento del contingente Onu in Darfur, deciso dalle Nazione Unite del 2017, rischia di riaccendere un conflitto ancora vivo, a scapito della martoriata popolazione civile che rimarrà così completamente esposta alle violenze del regime sudanese.

La prevista riduzione del contingente di truppe di pace in Darfur, che rischia di lasciare i civili senza la necessaria protezione di fronte alle continue violenze, sarà decisa entro la fine di giugno dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Con tutta probabilità il massimo organo decisionale della comunità internazionale rinnoverà di un anno il mandato della missione ibrida di pace Unione Africana-Nazioni Unite (Unamid), ma nonostante la continua persistenza della crisi, quasi certamente abbatterà la sua scure su quest’ultima. Una decisione che sarà accolta con entusiasmo dal governo sudanese, che da anni sostiene che la regione è ormai uscita dalla crisi e cerca di intavolare trattative per l’exit strategy della missione.

«I tagli previsti riflettono un falso racconto sulla fine della guerra del Darfur, non c’è ragione di credere che gli attacchi del governo contro i civili termineranno finché nella regione potranno operare indisturbate le forze di sicurezza sudanesi e le milizie para-governative, che non hanno mai pagato per i propri crimini e tanto meno possono essere affidabili per la protezione della popolazione»

Le forze sudanesi hanno condotto un minor numero di attacchi contro i civili nei primi cinque mesi del 2017, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In particolare, la riduzione di azioni militari si è registrata dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato di voler togliere le sanzioni economiche contro il Sudan.

Tuttavia, la violenza e gli abusi persistono, mentre il governo nega sistematicamente l’accesso ai caschi blu sul terreno e rifiutandosi di rilasciare i visti al personale della missione Unamid.

Abusi e violenze in aumento
In questi ultimi due anni le forze sudanesi hanno attaccato diversi villaggi nel Darfur settentrionale e orientale, provocando l’esodo di migliaia di persone (come dimostra ciò che sta accadendo proprio ora). Il rapporto della missione Ua-Onu relativo al primo trimestre del 2017 ha registrato un aumento delle violazioni e abusi dei diritti umani, rispetto allo stesso periodo nel 2016, confermando che le restrizioni imposte da Khartoum stiano seriamente ostacolando le forze di pace nel loro compito di proteggere i civili.

I tagli previsti alla missione di pace fanno parte di un processo di revisione strategica che ha avuto inizio nel 2014, che prevede la riduzione del numero di unità impegnate nelle missioni di pace in tutto il mondo con l’obiettivo di potenziare le zone maggiormente a rischio di violenza, come la Repubblica Centrafricana e il Mali.

Un report congiunto Ua-Onu sulla revisione strategica della missione ha proposto la riduzione di quasi la metà delle truppe entro un anno, la chiusura di undici basi e il ritiro delle forze militari da altri sette siti, su un totale di 36, giustificando la decisione con i miglioramento della sicurezza nell’area.

Le forze dell’Unamid garantiscono attualmente 250 pattugliamenti giornalieri a protezione della popolazione e forniscono scorte militari alle organizzazioni, che danno aiuto umanitario venti volte alla settimana in media.

Nella regione sud-occidentale del Sudan ci sono ancora oggi 2 milioni e 700 mila sfollati, secondo le agenzie dell’Onu, ‘soltanto’ 1 milione e 800 mila secondo il governo di Khartoum. A questi ingenti numeri, vanno aggiunti centinaia di migliaia di rifugiati in Ciad.

Il conflitto, scoppiato nel febbraio 2003 e costato la vita ad almeno 300 mila persone, è stato praticamente oscurato da nuove crisi nella regione, come quella in corso in Sud Sudan oppure nel Kordofan meridionale e nel Nilo Blu, spingendo centinaia di migliaia di civili a fuggire anche da queste aree.

Con lo scorrere del tempo l’attenzione sul Darfur è andata via via diminuendo, tanto da poter indurre a credere che la crisi sia stata risolta. Niente di più lontano dalla realtà dei fatti, ancora intrisa di violenze e di sangue.
(Maris Davis, Foundation for Africa)


La nostra Campagna Informativa
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giovedì 20 settembre 2018

Sud Sudan. Continuano gli scontri nonostante la firma degli accordi di pace

I combattimenti non si sono fermati in Sud Sudan, nonostante la firma degli accordi di pace, il 12 settembre scorso ad Addis Abeba.

La cerimonia nella capitale etiopica era la conclusione di circa tre mesi di trattative a Khartoum, capitale del Sudan, in cui il primo passo era stato l’accordo sulle questioni di sicurezza, che prevedeva anche il cessate il fuoco. Era il mese di giugno. Ma i combattimenti in varie parti del paese non si sono mai fermati. Accuse continue di violazione della tregua venivano in particolare dal nord, dagli stati nati dalla divisione dello stato di Unity, e dal sud, dallo stato del fiume Yei, confinante con l’Uganda.

Secondo le dichiarazioni della maggior forza di opposizione, l’SPLM-IO di cui è presidente Riek Machar, nello stato del fiume Yei i combattimenti, iniziati diverse settimane fa, continuerebbero anche ora, una settimana dopo la firma ufficiale della pace. La commissione deputata a monitorare il rispetto del cessate il fuoco ha annunciato un’inchiesta.

Edmund Yakani, presidente del CEPO (Community Empowerment for Progress Organization) una delle più autorevoli organizzazioni della società civile del paese, ha avanzato l’ipotesi che gli scontri siano dovuti a ritardi nella trasmissione del cessate il fuoco sui diversi campi di battaglia. Ma il presidente Salva Kiir, durante una cerimonia funebre, avrebbe dichiarato di aver chiesto direttamente a Machar perché le sue forze stanno ancora combattendo, rilanciando così la responsabilità nel campo avversario, come del resto è successo nei quasi 5 anni di guerra civile.

L’accordo di Addis Abeba mostra così fin da subito una notevole fragilità. Il documento, inoltre, è stato rifiutato da almeno cinque delle forze di opposizione presenti alle trattative, che hanno contestato in particolare la divisione del paese in 32 stati, decisa unilateralmente dal governo di Juba durante la guerra civile, perché a loro parere favorisce l’etnia dominante, i dinka del presidente Kiir.
(RFI Radio France International)


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venerdì 8 giugno 2018

Sud Sudan. Allarme delle ONG, i grandi donatori lo stanno abbandonando

Nuovi scontri nella più giovane nazione del pianeta.

Medici senza frontiere denuncia l'emergenza sanitaria per i civili in fuga nelle paludi del Nilo Bianco. Medici con l'Africa Cuamm: "Stufi del conflitto Gran Bretagna, Usa e UE vogliono chiudere i rubinetti"

L’ennesimo allarme sull'emergenza umanitaria in Sud Sudan è stato lanciato a fine maggio da Medici senza Frontiere. Stavolta riguarda le popolazioni intrappolate tra i violenti combattimenti nel nord del Paese, tra Leer e Mayendit, con il consueto corredo di orrori che caratterizza quella guerra, ossia villaggi saccheggiati e bruciati, stupri e uccisioni di massa.

I superstiti di questi nuovi massacri sono fuggiti nelle vaste paludi del Nilo Bianco, preferendo affrontare i cobra e i coccodrilli che pullulano in quelle acque, piuttosto che i soldati del regime e le milizie ribelli. Ma sugli isolotti dove riescono a trovare rifugio questi disgraziati non hanno né cibo né acqua né, ovviamente, la minima assistenza sanitaria.

Per don Dante Carraro, direttore dell’ong padovana “Medici con l’Africa Cuamm”, una delle poche che opera in quel disperato teatro di guerra, questo nuovo inasprimento dei combattimenti ha una spiegazione semplice: "Stufi di questo conflitto senza fine, i grandi donatori, ossia Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Europea, sono sempre più determinati a chiudere i rubinetti degli aiuti. Ma questa minaccia non ha fatto che esasperare la situazione sul terreno"

Don Dante è tornato due mesi fa in Sud Sudan, e sostiene che ormai non si tratta più di massacri etnici, ma di carneficine provocate dalla miseria e dalla fame. "In quelle condizioni, basta un fiammifero per scatenare l’inferno. Eppure sono sempre più convinto che le grandi potenze del pianeta avrebbero la forza per costringere i belligeranti a trovare un accordo di pace"

Nato nel 2011, quando un referendum vinto con il 98,8 per cento dei voti sancì la sua indipendenza dal Sudan degli arabi di Khartum (Sudan), il Sud Sudan è la più giovane nazione del pianeta. Ma il suo sogno di libertà e autodeterminazione è durato poco: nel 2013, infatti, è scoppiata una guerra civile tra i sostenitori del presidente di etnia dinka, Salva Kiir, e quelli del vice-presidente di etnia nuer, Riek Machar.

Da allora il conflitto avrebbe provocato 350 mila morti, molti dei quali uccisi dalla carestia e dalle malattie nelle zone più remote del Paese. Per il resto, come ancora una volta denunciano le ong internazionali, le forze governative e le milizie dell’opposizione continuano ad accanirsi sui civili violentando le donne, castrando i bambini e massacrando gli uomini a colpi di machete.
(La Repubblica)

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mercoledì 9 agosto 2017

Sud Sudan, l'esercito governativo conquista la città di Pagak, roccaforte dell'opposizione

L’esercito governativo ha conquistato la cittadina di Pagak, principale base dell’Splm-Io, il movimento armato di opposizione fedele all’ex vicepresidente Rieck Machar.

Pagak, sul confine con l’Etiopia, era l’ultima importante località nelle mani dell’Splm-Io. Vi si erano tenute anche le più significative riunioni del movimento e vi si erano prese le più importanti decisioni politiche e militari.

L’attacco, che è durato diversi giorni in tutta l’area, è stato sferrato e portato avanti fino alla conquista della cittadina nonostante il cessate-il-fuoco dichiarato dal presidente Salva Kiir. La ripresa dei combattimenti nell'area era stata condannata nei giorni scorsi dall'Unione Europea e dalla troika (Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia) i tre paesi più influenti nel seguire l’evoluzione politica del Sud Sudan.

L’esercito governativo e l’Splm-Io si accusano reciprocamente di aver sferrato l’attacco che ha portato alla ritirata delle truppe dell’opposizione e alla presa di Pagak. Il portavoce dell’opposizione, Paul Lam Gabriel, ha sottolineato che la decisione di ritirare le proprie truppe è stata dovuta alla necessità di proteggere la popolazione civile dai bombardamenti cui la località era sottoposta. Il portavoce del presidente Kiir, Ateny Wek Ateny, ha invece dichiarato che l’esercito è entrato a Pagak in un’azione difensiva, perché era la base da cui partivano frequenti attacchi.

La presa di Pagak segnala che, al di là delle dichiarazioni pubbliche, il governo di Juba continua a perseguire una soluzione militare alla crisi che devasta il paese.
(Radio Tamazuj)

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giovedì 27 luglio 2017

Sud Sudan. Nessun ulteriore supporto economico dai paesi occidentali per l'accordo di pace del 2015

In un comunicato diffuso nei giorni scorsi, Unione Europea, Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia hanno fatto sapere che non daranno più nessun contributo economico per portare avanti l’accordo di pace attualmente in vigore, da loro considerato in gran parte ormai obsoleto anche perché è stato ripetutamente violato.

Si tratta dei paesi che più hanno contribuito anche finanziariamente al negoziato che ha portato all'accordo firmato nell'agosto del 2015 dal governo sud sudanese e dall'opposizione armata guidata dall'ex vicepresidente Riek Machar. Hanno poi sostenuto con rilevanti contributi economici la sua implementazione.

I paesi occidentali chiedono, in definitiva, che venga rivitalizzato l’accordo in vigore, o che ne venga negoziato uno nuovo, che tenga conto della situazione sul terreno del tutto diversa da quella esistente nel 2015 e fino agli scontri di Juba del luglio dell’anno scorso, che hanno fatto naufragare il governo provvisorio e diffuso la guerra civile anche nelle regioni dell'Equatoria e del Bahar el Gazal, con l’emergere di nuovi attori sia in campo politico che militare.

La posizione espressa ha suscitato immediate reazioni a Juba. Il ministro dell’informazione e portavoce del governo, Michael Makuei, che aveva dichiarato la volontà di partecipare agli sforzi dei paesi dell'Igad (l’organizzazione regionale attorno al cui tavolo si era svolto il negoziato) ma senza la partecipazione della maggior forza di opposizione armata, ha osservato che i paesi occidentali sono decisamente confusi nelle loro posizioni, sottolineando che hanno il dovere sostenere l’accordo che è frutto della loro mediazione.
(Reuters)

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mercoledì 12 luglio 2017

Repubblica Centrafricana. Nuovi combattimenti nel nord-est, 40.000 persone in fuga


Una nuova ondata di violenza ha costretto 43.000 persone a fuggire dalle loro case nella Repubblica Centrafricana, portando a 100.000 il numero di sfollati nell’est del paese. I dati sono stati forniti ieri dal Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc) che ha riferito anche che i combattimenti in corso hanno provocato da aprile più di 100 morti.

Da giugno, nella provincia orientale di Haute-Kotto, gli scontri tra gruppi armati hanno costretto alla fuga quasi tutta la popolazione del capoluogo, Bria. L’organizzazione umanitaria valuta che i residenti di 9 delle 10 principali città minerarie (47.000 persone) abbiano abbandonato le proprie case, a causa delle recenti violenze.

Gli sfollati sfollati vivono in condizioni terribili dall'inizio di questa crisi. La mancanza di accesso ai servizi sanitari, all'acqua potabile e a ripari adeguati, sono alcuni dei problemi che si sono aggravati con il conflitto" fa sapere un membro del personale del Nrc. A maggio di quest'anno, l'agenzia dell'Onu per rifugiati (Unhcr) ha dichiarato che in tutto il paese vi erano più di 500.000 sfollati interni. Un numero cresciuto, dunque, a causa del riaccendersi degli scontri che seguono linee sempre più etniche.

Un accordo per il cessate-il-fuoco firmato il mese scorso a Roma sotto l’egida della Comunità di Sant’Egidio da 13 dei 14 gruppi armati attivi nel paese aveva fatto sperare nella possibilità di pacificare il paese, ma il giorno successivo più di 100 persone furono uccise in nuovi combattimenti.

Il conflitto è iniziato nel 2013 quando le milizie musulmane Seleka rovesciarono il presidente Francois Bozize, innescando la risposta armata degli Anti-Balaka, a prevalenza cristiana. Oggi i due gruppi si sono frantumati dando vita ad una serie di nuove milizie interessate al controllo del territorio, in particolare nelle zone orientali e meridionali del paese, ricche di oro e diamanti.
(Al Jazeera)

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