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giovedì 18 luglio 2019

OMS. Epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo, ora è "Emergenza Mondiale"

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha classificato l'epidemia di ebola nella RD del Congo come un'emergenza mondiale. Secondo l'Unicef contagiati 750 bambini.


Il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che "è il momento che il mondo prenda atto dell'epidemia", ma ha raccomandato che le frontiere con i paesi vicini restino aperte. Finora ebola ha ucciso quasi 1.700 persone in poco più di un anno. Il Rwanda ha sconsigliato i viaggi 'non indispensabili' nella vicina Repubblica Democratica del Congo senza però chiudere il confine.

Cresce l'allarme per l'epidemia di Ebola in corso nella Repubblica democratica del Congo. Oggi l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha deliberato lo stato di 'Emergenza Internazionale di Salute Pubblica'. La decisione è stata presa dal Comitato istituito dall'Oms, che si è riunito a Ginevra per la quarta volta dall'inizio dell'epidemia nel paese africano, lo scorso ottobre. Ieri il Rwanda, confinante con la città di Goma, aveva sconsigliato i viaggi 'non indispensabili' in Rdc senza però chiudere il confine.

Nei giorni scorsi il virus è arrivato per la prima in una grande città della Repubblica democratica del Congo. Si tratta di Goma ai confini con Rwanda, dove ieri è morto il pastore infettato, che aveva viaggiato in autobus dalla città nord-orientale di Butembo, e dove "i casi sospetti sono 22 non direttamente correlati a quello del pastore". I contatti diretti con l'uomo sono stati sottoposti a vaccinazione.

L'Oms aveva valutato già nel giugno scorso l'opportunità di decretare lo stato di emergenza sanitaria internazionale per l'Ebola in Rdc, concludendo tuttavia che, benché ci fosse "grande preoccupazione, anche perché la risposta continua a essere insidiata dalla carenza di fondi adeguati e di risorse umane dedicate", l'epidemia allora non costituiva un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

"La dichiarazione è una misura che riconosce il possibile aumento del rischio nazionale e regionale, e il bisogno di una azione coordinata e intensificata per gestirlo"

Ora a preoccupare gli esperti è l'espansione geografica dell'epidemia, con i casi che ora coprono un'area di 500 chilometri quadrati. "Nessun paese dovrebbe chiudere i propri confini o porre restrizioni ai viaggi o ai commerci. Queste misure sono implementate di solito in base alla paura e non hanno basi scientifiche". La risposta, ha sottolineato il direttore generale Oms Thedros Adhanom Ghebreyesus, è stata ritardata anche dalla mancanza di fondi.

"È tempo che il mondo prenda coscienza e raddoppi gli sforzi. Dobbiamo lavorare insieme in solidarietà con il Congo per mettere fine all'epidemia e costruire un sistema sanitario migliore. Un lavoro straordinario è stato fatto per quasi un anno nelle circostanze più difficili. Dobbiamo a questi operatori un contributo maggiore"

Fino ad oggi, a causa dell'ultimo focolaio, quasi 2.500 persone sono state contagiate in Congo, di cui 1.665 sono morte. E la situazione era stata giudicata particolarmente allarmante già nei giorni scorsi, dopo il primo contagio avvenuto a Goma, grande città nell'est del Congo.

"Se l'epidemia si dovesse diffondere in una città di oltre un milione di abitanti come Goma sarebbe un vero e proprio disastro umanitario"

Anche l'Unicef lancia un allerta per la tragedia che sta colpendo in particolar modo i bambini. In Congo 750 bambini sono stati colpiti dal virus Ebola (31% dei casi) ed il 40% ha meno di 5 anni. Questa epidemia, ha avvertito Marixie Mercado, portavoce dell'Unicef al Palazzo delle Nazioni a Ginevra, "sta contagiando un maggior numero di bambini rispetto alle precedenti. Al 7 luglio, si erano verificati 750 contagi fra i bambini. Questo numero rappresenta il 31% del totale dei casi, rispetto a circa il 20% nelle epidemie precedenti"

I bambini piccoli, con meno di 5 anni, sono particolarmente colpiti e a loro volta stanno contagiando le donne. Fra gli adulti, le donne rappresentano il 57% dei casi. Il portavoce dell'Unicef ha inoltre sottolineato che il tasso di mortalità della malattia per i bambini con meno di 5 anni è del 77%, rispetto al 67% di tutti i gruppi di età. "Prevenire i contagi fra i bambini deve essere al centro della risposta all'Ebola", ha affermato. E c'è anche un'altra grave emergenza che sta emergendo: "I bambini che sono rimasti orfani a causa della malattia hanno bisogno di cure e supporto a lungo termine, fra cui la mediazione con le famiglie allargate che però si rifiutano di accoglierli per paura di essere a loro volta contagiati"

Dobbiamo ricordare che l'epidemia è scoppiata in una zona di guerra, dove scorrazzano bande armate e le violenze, anche contro la popolazione civile, sono all'ordine del giorno. Operatori sanitari e volontari stanno lavorando in condizioni estreme e rischiano concretamente la propria vita per cercare di circoscrivere il contagio e aiutare la popolazione colpita dal virus.
(La Repubblica)

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martedì 9 luglio 2019

RD Congo, sentenza della CPI. "Terminator", ex-signore della guerra, colpevole di crimini contro l'umanità

I giudici della Corte penale internazionale hanno ritenuto l’ex warlord filorwandese responsabile di diciotto capi d’accusa per crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nella Repubblica democratica del Congo, con la complicità del Rwanda.



L’ex signore della guerra congolese, Bosco Ntaganda, tristemente noto come “Terminator”, è stato giudicato colpevole dalla Corte penale internazionale (Cpi) per 18 capi d’accusa relativi a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Tra questi spiccano: esecuzioni sommarie, stupri di massa, schiavitù sessuale, mutilazioni, trasferimento forzato della popolazione civile e arruolamento di bambini soldato. Il tribunale dell’Aia ha stabilito che l’entità della condanna che dovrà scontare in carcere, sarà determinata in una successiva udienza.

Chi è stato Bosco Ntaganda
Il quarantacinquenne Ntaganda, di etnia tutsi, è stato accusato di aver diretto e pianificato il massacro di civili compiuto dai suoi soldati nella regione dell'Ituri, nell’est della Repubblica democratica del Congo, tra il 2002 e il 2003. All'epoca, l’imputato era al comando delle operazioni militari delle Forze patriottiche per la liberazione del Congo (Fplc), l’ala armata del gruppo ribelle che rispondeva all'altisonante nome di Unione dei patrioti congolesi (Upc), ma non era niente altro che una delle numerose sanguinarie milizie attive da anni nel paese.

La carriera militare dell’ex capo ribelle è iniziata nel 1990, quando, ad appena 17 anni, si unì al Fronte patriottico rwandese (Fpr), oggi al potere a Kigali (Rwanda). Da allora, ha fatto parte di diversi gruppi armati e nel gennaio 2008, dopo la cattura dell’ex generale filorwandese Laurent Nkunda in Rwanda (che sarebbe stato tradito proprio da Ntaganda), è diventato il leader dei ribelli tutsi del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo). Il 23 marzo 2009 ha firmato un accordo di pace con il governo di Kinshasa e, nonostante si fosse macchiato di efferati crimini, venne integrato con il grado di generale insieme a tutti i suoi uomini, nei ranghi dell’esercito regolare congolese.

Nell'aprile del 2012, esasperato dalle promesse non mantenute dell’allora presidente congolese Joseph Kabila, insieme a circa altri 700 soldati a lui fedeli disertò, tornando sulle colline del Nord Kivu dove creò il nuovo gruppo M23 (richiamandosi proprio agli accordi del 23 marzo 2009) che nel giro di qualche mese riuscì a prendere Goma, capitale della provincia del Nord Kivu e città strategica del Congo orientale.

Il processo
Nel corso delle udienze cominciate il 2 settembre 2015, le decine di testimoni, tra cui un elevato numero di ex bambini soldato, hanno fornito ai pubblici ministeri orribili particolari sul trattamento riservato alle vittime delle violenze dell’Upc. I giudici hanno anche accertato che Ntaganda uccise personalmente un sacerdote cattolico. Gli attacchi della milizia paramilitare, composta principalmente da uomini di etnia Hema, presero di mira specifici gruppi etnici come Lendu, Bira e Nande.

Gli attivisti per i diritti umani hanno accolto favorevolmente la decisione della corte. «Coltiviamo la speranza che il verdetto di oggi offra qualche consolazione alle migliaia di persone colpite dai crimini di Ntaganda e spiani loro la strada per ottenere finalmente giustizia», ha twittato Amnesty International.

Mentre le organizzazioni congolesi che hanno raccolto le prove per contribuire a garantire la condanna di Ntaganda, hanno detto che altri sospetti criminali godono ancora di impunità e che numerose atrocità continuano a essere commesse nella Repubblica Democratica del Congo.

Bosco Ntaganda era rimasto in libertà per sette anni dopo che nel 2006 la Corte dell'Aja aveva spiccato il mandato di arresto nei suoi confronti, suscitando l’irritazione dei giudici del Tribunale internazionale per le sue frequenti apparizioni in pubblico.

La paura di essere ucciso dai suoi stessi uomini
Poi, con una mossa a sorpresa, nel marzo 2013, si è consegnato all'ambasciata degli Stati Uniti a Kigali, in Rwanda. I motivi all'origine della resa di Ntaganda, potrebbero essere riconducibili alle guerre intestine che minarono l’M23 e sancirono la sconfitta della fazione guidata dall'ex signore della guerra, che per evitare di essere eliminato nella faida interna si rifugiò all'interno dell’ambasciata americana in Rwanda. Da dove chiederà di essere estradato all'Aia per rispondere delle accuse formulate nei suoi confronti.

Bosco Ntaganda è uno dei cinque ex signori della guerra congolesi che sono comparsi dinanzi ai giudici della Cpi, istituita nel luglio 2002 per giudicare i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e i genocidi, in qualunque posto e in qualunque momento siano stati commessi.

Nel luglio 2012, la Corte ha condannato a 14 anni di carcere il fondatore dell’Upc, Thomas Lubanga, per la coscrizione forzata di bambini soldato, mentre negli anni recenti ha prosciolto diversi imputati. Tuttavia, alcuni paesi africani hanno ripetutamente accusato l’istituzione internazionale di concentrare la propria azione solo sugli africani, mentre crimini di guerra e contro l'umanità vengono compiuto in continuazione ovunque, soprattutto in Asia e in Medio-Oriente.


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lunedì 17 giugno 2019

RD Congo. Almeno 160 morti per nuovi scontri etnici in Ituri

Nuovi combattimenti tra gruppi etnici Hema e Lendu nella provincia orientale dell'Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno ucciso almeno 160 persone.


Quasi 40 villaggi Hema sono stati distrutti dalle milizie Lendu e più di 100mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case vicino a Bunia, durante la scorsa settimana.

La situazione è tesa. La comunità Hema accusa il governo di non garantire la loro sicurezza.

Gli scontri tra gli allevatori Hema e gli agricoltori Lendu per i diritti sulla terra e sui pascoli si sono intensificati a partire dalla fine del 2017, tanto che a marzo 2018 il governo congolese aveva annunciato l’intensificazione delle operazioni militari “per ripristinare la pace e l'ordine pubblico” nella regione.

La Chiesa cattolica ha denunciato "la strumentalizzazione delle violenze", rimproverando un "silenzio mascherato e una passività delle autorità, di fronte a questa situazione".

La disputa sulla terra tra Hema e Lendu in Ituri ha radici lontane. Negli anni novanta aveva causato più di 60 mila morti e più di 400 mila sfollati, ed era stata sedata, nel 2003, dall'intervento della forza militare speciale europea Artemis.



(Al Jazeera)


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martedì 11 giugno 2019

RD Congo. Ebola continua a mietere vittime, i morti sono quasi 1300

Quando è ricomparso il virus ebola il 1° agosto 2018 nel Nord-Kivu e a Ituri, due province nella Repubblica Democratica del Congo, i più erano convinti che sarebbe stato debellato presto, ma così non è stato.




La lotta contro la febbre emorragica è complessa per le continue aggressioni da parte di vari gruppi armati nell'area e per l’ostruzionismo di una parte della popolazione che rifiuta di sottoporsi ai controlli medici, ai vaccini, a far ricoverare i congiunti e si oppone ai funerali sicuri.

Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico nazionale rilasciato il 26 maggio 2019, contagiate da ebola, sono morte 1277 persone, 1912 sono state infettate dal virus e 496 sono guarite.

Un operatore sanitario dell’equipe per la prevenzione della malattia infettiva è deceduto domenica durante il trasporto in ospedale dopo un’aggressione da parte di alcuni residenti del villaggio di Vusahiro, nel Nord-Kivu. Il centro è stato saccheggiato e tre case sono state incendiate. Nella zona di Butembo un ambulatorio è stato distrutto da sconosciuti.

Nel suo ultimo rapporto del 25 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha precisato che gli operatori sanitari, responsabili locali per l’igiene pubblica, membri delle comunità che collaborano per arginare la propagazione del virus ebola, subiscono di continuo intimidazioni da vari gruppi armati. Di conseguenza in alcune aree gli addetti ai lavori non possono intervenire. A Beni e Lubero alcune infermiere e medici hanno persino dovuto lasciare le loro case e traslocare con le famiglie in altre zone per le continue minacce di morte.

Per dare risposte concrete alla lotta contro il virus ebola, è stato nominato come vice-rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU nell’ex colonia belga, David Gressly con il compito di coordinatore per gli interventi d’urgenza del Palazzo di Vetro nelle zone colpite dalla letale malattia. Gressley dovrà affrontare parecchi problemi, come migliorare la questione sicurezza e il clima politico affinché la lotta contro l’ebola possa essere più rapida e efficace. “Finora la costante insicurezza e le manifestazioni politiche hanno reso molto difficile il nostro compito. Non possiamo assolutamente perdere altro tempo se vogliamo annientare la malattia”.

In occasione della settantaduesima assemblea dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione, ha sottolineato che per combattere il nemico pubblico numero uno bisogna essere uniti: il governo di Kinshasa, l’opposizione, le persone sul campo devono collaborare tutti insieme per sconfiggere la malattia.

Intanto il governo congolese ha fatto sapere che in dieci mesi si sono verificati ben centotrentadue aggressioni contro le equipe sanitarie. Attacchi che sono costati la vita a quattro persone e trentotto feriti tra personale e pazienti. Inoltre, il personale addetto alla cura dell’ebola è particolarmente esposto al contagio. Dal 1° agosto ad oggi sono morti oltre trenta operatori del settore infettati dal virus killer.

Nella Repubblica Democratica del Congo ci sono state dieci epidemie da quando è scoppiata la prima nel 1976. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit.

Africa ExPress


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venerdì 11 gennaio 2019

Elezioni R.D. Congo, a sorpresa vince il leader dell'opposizione Tshisekedi

Le elezioni si sono svolte domenica 30 dicembre, dopo due anni di rinvii e dopo decine e decine di manifestazioni popolari che hanno causato anche diverse vittime.

Il candidato vincitore Felix Tshisekedi al seggio

Quasi a sorpresa vince il leader dell'opposizione Tshisekedi con il 38,5% delle preferenze, il suo oppositore più autorevole si ferma al 34,8%. Finisce l'era Kabila, il presidente uscente era al potere da 18 anni. Esce sconfitto il suo “delfino” ed ex-ministro dell’Interno, Emmanuel Ramazani Shadary.

Non si è votato (voto rinviato) in quattro province a causa della presenza di milizie armate e della contemporanea diffusione del virus Ebola che ha già provocato 350 morti.

Nella Repubblica Democratica del Congo ha vinto Félix Tshisekedi, ossia l’alternanza democratica, poiché è il candidato dell’opposizione a trionfare alle prime presidenziali che si sono svolte senza spargimenti di sangue nel giorno in cui si è votato.

Dopo essere stata per giorni oggetto di critiche e accuse per le lungaggini dello spoglio, la Commissione elettorale indipendente ha finalmente annunciato i risultati, provvisori, delle elezioni del 30 dicembre scorso. Da giorni in rete circolavano percentuali non confermate, con il timore sempre maggiore di nuove violenze, perciò già nel pomeriggio di ieri la polizia s’era dispiegata nei luoghi strategici della capitale Kinshasa.

I congolesi attendevano dalla fine del 2016 di andare alle urne, una data rinviata più volte a causa del rifiuto di lasciare di Kabila, al potere dal giorno dell’omicidio di suo padre Laurent-Désiré, nel gennaio 2001.

Con il 38,5% delle preferenze, Félix Tshisekedi, 55 anni, membro dell’Assemblea nazionale congolese, ha vinto con un buon margine, sbaragliando gli altri 19 candidati.

Esce sconfitto il “delfino” di Kabila, l’ex ministro dell’Interno, Emmanuel Ramazani Shadary, e assieme a lui anche l’altro candidato dell’opposizione, Martin Fayulu, ex-dipendente della multinazionale del petrolio Tycoon, che avendo ottenuto 34,8 % di voti ha immediatamente contestato l’esito del voto e invitato i suoi sostenitori a scendere nelle piazze. «Questo risultato non ha niente a che vedere con la verità nelle urne», ha detto Fayulu, parlando di numeri «assurdi» e di «golpe elettorale»: «Il popolo del Congo è stato defraudato delle proprie elezioni e non accetterà mai una frode del genere». Accanto a Fayulu s’è schierata subito la Francia, con il suo ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian che chiede «chiarezza sui risultati di un voto non conformi alle attese»

Entrambi certi di vincere, Tshisekedi e Fayulu avevano assicurato due giorni fa di non avere lo spirito “vendicativo” nei confronti di Kabila e del suo entourage. I due hanno avevano anche auspicato che il cambio di regime fosse accettato da tutti gli attori politici, dalle forze di sicurezza e dai grossi imprenditori che sfruttano le miniere del Paese. Gli appelli alla “verità delle urne” sono proseguiti fino all'ultimo in un Paese dove i risultati elettorali sono quasi sistematicamente contestati con il pretesto di “frodi massicce

Al cuore del processo di voto sono stati gli oltre 40mila osservatori elettorali della Conferenza episcopale nazionale della Repubblica democratica del Congo, una delle poche istituzioni degne di credibilità. «Adesso la nazione vuole festeggiare il nuovo presidente e di certo non vuole violenze», ha detto un portavoce della Conferenza episcopale.

Il presidente uscente Joseph Kabila ha cercato di dividere le opposizioni, operazione in parte riuscita visti i 20 candidati, ma che l'esito del voto (seppur non del tutto definitivo perché in quattro province non si è ancora votato ma che danno un buon margine di sicurezza al vincitore) ha comunque segnato la sua sconfitta.

In questo Paese-continente di 80 milioni di abitanti, la cui superficie ricopre 2,3 milioni di chilometri quadrati, e poverissimo malgrado le sue enormi ricchezze naturali, la Commissione elettorale aveva acquistato dalla Corea del Sud ben 106mila macchinari per il voto elettronico. Ebbene, un gigantesco incendio nel deposito dove erano stati sistemati al loro arrivo i macchinari, ne ha danneggiati più della metà. Quanto alle autorità di Kinshasa, hanno rifiutato ogni aiuto internazionale per un pacifico svolgimento del voto, compreso quello offerto dalla missione Onu in Congo, la Monusco, che è la più importante al mondo per via dell’annosa guerra che ancora funesta le regioni più orientali del Paese.

Durante la campagna elettorale il “delfino” di Kabila si era sempre detto certo della sua vittoria, anche per via del «peso leggero» del suo principale avversario. Il quale dal canto suo aveva ricordato che il candidato del presidente «è nel mirino dell’Unione europea per crimini contro l’umanità commessi tra 2016 e il 2018»

Certo è che se fosse stato eletto Emmanuel Ramazani Shadary, Kabila avrebbe mantenuto una buona fetta di potere. C’è chi prevedeva che avrebbe potuto diventare addirittura Primo ministro, e perfino ricandidarsi nel 2023. Ma entro la fine del mese sarà finalmente costretto a lasciare la poltrona che ha occupato per 18 lunghi anni.

Il vincitore Félix Tshisekedi eredita un Paese seduto su una polveriera, un decennale stato di guerra nel Kivu, un paese con il più alto numero di stupri al mondo, poverissimo ma ricco di risorse minerarie e naturali che fanno gola a potentati economici stranieri mondiali, ma soprattutto europei, in particolare francesi, che non vedono di buon grado la sua ascesa al potere.
(la Repubblica)


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lunedì 31 dicembre 2018

Si è votato nella Repubblica Democratica del Congo. Un voto spezzato

L'appello del Papa. "Il clima resti tranquillo". Dopo due anni di rinvii sono stati aperti i seggi per le elezioni presidenziali, tra timori di disordini e brogli.


L'attuale capo dello Stato, Joseph Kabila, è in carica dal 2001 e per ben tre volte è riuscito a rimandare il voto per eleggere il suo successore: il vincitore di queste consultazioni sarà il primo che prende il potere pacificamente dall'indipendenza del Paese, ottenuta nel 1960.

I candidati sono 19. Si temono proteste e disordini per una decisione dell'ultimo minuto che ha escluso dal voto circa un milione di persone a causa della grave epidemia di ebola esplosa nell'est della Repubblica Democratica del Congo. I seggi si sono aperti nella capitale Kinshasa e il voto del presidente uscente Kabila e del suo fedelissimo Emmanuel Ramazani Shadary, uno dei candidati alla presidenza.


Le elezioni presidenziali, inizialmente previste per il 23 dicembre, sono state ulteriormente spostate di una settimana, a causa di boicottaggi, scarsa organizzazione, tentativi di brogli

«Preghiamo insieme per tutti coloro che nella Repubblica Democratica del Congo soffrono a causa della violenza e dell'ebola. Auspico che tutti si impegnino a mantenere un clima pacifico che permetta un regolare e pacifico svolgimento delle elezioni». Lo ha detto papa Francesco all'Angelus.

«Oggi metteremo fine alla miseria della gente ed alla dittatura di Kabila»: con queste parole Martin Fayulu, candidato della coalizione Lamuka alle presidenziali congolesi, ha espresso la certezza di una vittoria dell'opposizione al voto che viene celebrato oggi (30 dicembre ndr..) nella Repubblica Democratica del Congo. Il 62enne Fayulu, che ha votato a Kinshasa, e che durante la campagna elettorale ha riscosso grande successo di pubblico, partecipò in prima persona alle manifestazioni anti-Kabila nel 2016 e 2017.

Il punto
Rinviate a più riprese, le elezioni presidenziali, legislative, provinciali del Congo, sono state nuovamente posticipate dalla Commissione Elettorale in quattro circoscrizioni: Beni, Beni ville, Butembo ville (nordest) e Yumbi (sudovest), per le quali è stato predisposto un calendario specifico. Un totale di 1,2 milioni di elettori, sugli oltre 40 milioni di iscritti a votare, non potranno farlo prima del mese di marzo 2019, ossia due mesi dopo la pubblicazione dei risultati definitivi delle presidenziali (15 gennaio) e del giuramento del nuovo presidente (18 gennaio).

Il timore dichiarato della Commissione è che lo spostamento di elettori e la promiscuità nei seggi contribuisca a diffondere i rischi di contagio da Ebola, che ha già fatto 350 morti da fine agosto nel Nord-Kiwu e che è ancora presente a Beni e Butembo. Poi esiste nella stessa regione “una minaccia terroristica”, mentre a Yumbi il problema è quello del conflitto interetnico nella provincia di Mai-Ndombe che da metà mese ha già fatto 80 morti.

Dalla consultazione dovrà uscire il successore di Joseph Kabila, divenuto presidente della Repubblica Democratica del Congo in seguito all'assassinio di suo padre Laurent-Désiré Kabila, il 16 gennaio 2001, carica alla quale aspirano 19 candidati, tra i quali ne spiccano tre: Emmanuel Ramazani Shadary, candidato sostenuto da Kabila e nominato a capo del partito presidenziale ad inizio anno, dopo 14 mesi passati al Ministero dell’Interno dove è stato uno tra i principali artefici della repressione delle manifestazioni contro la permanenza al potere di Jospeh Kabila. È una delle 14 personalità sanzionate dall’Ue per gravi violazioni dei diritti umani.

Ci sono poi Felix Tshisekedi e Martin Fayulu. Quest’ultimo è il candidato della coalizione Lamuka: durante la campagna il 62enne ex dipendente di Exxon Mobil è riuscito a radunare folle oceaniche e nel tempo si è costruito una reputazione di uomo intransigente e coraggioso per aver partecipato in prima persona alle manifestazioni anti-kabila nel 2016 e 2017.

Il voto era stato rinviato dal dicembre 2016 a dicembre 2017, quindi al 23 dicembre scorso. A quel punto c’è stato il rinvio di una settimana per i ritardi con cui arrivavano i materiali necessari ad organizzare il voto e a seguito dell’incendio di un deposito della commissione a Kinshasa. L’annuncio dell’ulteriore rinvio in quattro circoscrizioni ha spinto in strada centinaia di manifestanti a Beni e Goma ed è stato definito ingiustificabile dall’opposizione che vi vede il tentativo di isolare i bastioni anti-Kabila.

Vista la situazione ci sono molti dubbi sul fatto che il voto verrà dichiarato credibile. E se ciò accadrà Joseph Kabila, che ha cercato di posticipare il più possibile la sua uscita di scena, sarà “costretto” a rimanere al potere.

A definire poi il clima di incertezza e tensione generale ha contribuito anche la decisione annunciata due giorni fa dalla Repubblica Democratica del Congo di espellere l’ambasciatore dell’Unione Europea nel paese. La scelta era arrivata dopo che la UE aveva stabilito i di rinnovare le sanzioni contro diversi funzionari governativi, compreso Emmanuel Ramazani Shadarys, candidato del partito governativo alle elezioni presidenziali.




Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 13 novembre 2018

RD Congo. Paese nel caos tra ebola e massacri. L'allarme dei Vescovi

La situazione sembra precipitare nel Paese africano, in preda ad una crisi tra le quattro peggiori del mondo. Le recenti violenze rendono difficile l’isolamento del virus.



L'ultima epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo è la peggiore nella storia del Paese

Lo afferma il ministero della Sanità, spiegando che da agosto sono morte almeno 200 persone, e sono oltre 300 gli ulteriori casi di infezione confermati. Il programma di vaccinazione ha finora interessato 25mila persone. L'attuale epidemia è la decima divampata nel Paese e la più grave dal 1976, quando venne segnalato il primo focolaio.

La tragedia in cui è precipitata la Repubblica Democratica del Congo non sembra avere fine. Il Paese, teatro di sanguinosi conflitti e scontri susseguitisi, con brevi pause, praticamente dal 1960, anno dell’indipendenza dal Belgio, è ormai sprofondato in una fase drammatica che lo fa annoverare tra le quattro peggiori crisi umanitarie in atto nel mondo accanto a Siria, Yemen e Sud Sudan.

Il momento che si appresta a vivere, prima di una tornata elettorale tra le più travagliate della sua storia (23 dicembre), presenta alcuni aspetti inquietanti. All'instabilità politica ormai perdurante da anni dovuta al rifiuto del presidente Kabila a farsi da parte, si aggiungono l’ennesima esplosione del virus Ebola (oltre duecento i decessi accertati e 300 casi confermati nelle due enormi province del Kivu settentrionale e dell’Ituri) e la situazione di violenza diffusa che sfocia spesso in veri e propri massacri in varie zone del Paese.

L’Unhcr il mese scorso ha diramato un preoccupato comunicato in cui si denuncia che «il numero degli sfollati nel Nord Kivu supera il milione, circa mezzo milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case solo quest’anno. Negli ultimi mesi si è verificato un brusco aumento degli abusi contro i civili e del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case nell'area di Beni (solo in agosto erano circa 13mila)»

«Quando è troppo è troppo!», sembrava urlare monsignor Sikuli Paluku, vescovo di Butembo-Beni, epicentro dei feroci scontri degli ultimi giorni, all'indomani dell’ennesimo massacro di una ventina di persone. «Mentre stiamo facendo ogni sforzo nella lotta contro la pericolosa e mortale malattia del virus Ebola, ci troviamo costretti ad affrontare ancora una volta, attacchi sanguinosi alla nostra popolazione di Beni»

Manifestazioni in Congo in vista delle elezioni

Sotto accusa sono tutte le forze di sicurezza. «Come è stato possibile che una simile strage si verificasse sotto gli occhi di un imponente dispiegamento delle forze armate (Fardc) e una massiccia presenza della Monusco (le forze di pace Onu)?»

Gli fa eco monsignor Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani. «Ci chiediamo chi ci sia dietro questi massacri e chi siano i perpetratori, così forti da sfidare il nostro esercito nazionale che a sua volta è assistito dalla Monusco? Terroristi? Chi beneficia di questi crimini che minacciano il processo elettorale il cui successo è la garanzia di una pace duratura nella Repubblica Democratica del Congo? Esprimiamo la nostra indignazione per l’inerzia del governo congolese e della comunità internazionale, che risultano impotenti nel porre rimedio ai massacri e ai rapimenti di esseri umani»

In tutta la zona di Butembo-Beni le attività normali sono sospese. I ragazzi non vanno a scuola, il lavoro e i trasporti procedono a singhiozzo. E si teme che da un momento all'altro si precipiti nel caos totale. Le tensioni, inoltre, rendono impossibili gli interventi di contenimento di Ebola, proprio mentre si registra una recrudescenza del virus. È Peter Salama, responsabile emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a parlare di «tempesta perfetta» per una nuova diffusione.

La situazione che peggiora di giorno in giorno, torna ad alimentare i sospetti che dietro a tali disordini, se non proprio Kabila (il presidente attuale), ci sia una strategia del caos che miri a destabilizzare un Paese già in ginocchio, allo scopo di rendere indispensabile una permanenza del presidente sulla scena politica a garanzia della sicurezza. Alcune testimonianze denunciano infatti, oltre all’acquiescenza dell’esercito dispiegato nella zona, la sospetta lentezza degli interventi se non addirittura la partecipazione di alcuni effettivi delle forze armate nei massacri.

«La Chiesa e la società civile denunciano ormai quotidianamente la situazione e la totale assenza di sicurezza, ma il governo risponde con silenzio o cinismo. Il governatore della nostra regione, ha sostanzialmente irriso i tantissimi dimostranti che gli chiedevano ragione di uno stato di terrore in cui si vive da tempo: “Davvero pensate di farci paura minacciando uno sciopero?”, ha dichiarato alla folla che se ne è andata frustrata. Ci aspettiamo che di fronte a queste prese di posizione chiare della Chiesa e della società civile le autorità si attivino per fermare i massacri. Ma vediamo che l’esercito continua a rimpallare la responsabilità delle uccisioni a milizie straniere in azione in Congo. Per conto nostro, siamo sempre più convinti, invece, che dietro a queste stragi ci sia proprio l’esercito. Ultimamente ciò è stato avvalorato anche da dichiarazioni della stessa Monusco: non è un caso, infatti, che Kabila, durante la scorsa Assemblea Generale dell'Onu a New York della fine di settembre, abbia chiesto alla Missione Onu di lasciare la Repubblica Democratica del Congo»
(Vatican Insider)

Martin Fayulu
Ieri a Ginevra i leader dei sette principali partiti d’opposizione della Repubblica democratica del Congo hanno scelto il candidato unico che correrà alle elezioni presidenziali del 23 dicembre contro il delfino del presidente Joseph Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary.

Sorprendendo più di un osservatore, gli oppositori hanno scelto come loro rappresentante Martin Fayulu, il “terzo uomo”, rispetto ai due favoriti, Felix Tshisekedi e Vital Kamerhe.

"Un uomo che non ha mai commerciato con il potere di Kabila", secondo i suoi amici politici, "un estremista", invece, agli occhi della maggioranza presidenziale. Martin Fayulu non è molto conosciuto fuori della capitale congolese, Kinshasa, dove è nato 62 anni fa. Molto vicino alle posizioni della società civile e dei movimenti dei cittadini, Fayulu è considerato un “combattente”. Fu arrestato almeno due volte per la sua partecipazione a manifestazioni vietate dalle autorità. Anche per questo incarna in un certo senso l’ala dura dell'opposizione che non intende cedere alle principali rivendicazioni: l’esclusione del macchinario per il voto elettronico e la revisione della lista elettorale. La minaccia è il boicottaggio delle elezioni.

Dopo gli studi a Parigi e San Francisco negli Stati Uniti, è entrato a far parte del gruppo petrolifero Mobil nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) dove ha fatto carriera, fino a diventare direttore generale per l'Etiopia. Il suo impegno politico risale agli anni '90, quando partecipò alla National Sovereign Conference. Già all'epoca era nel campo d’opposizione al maresciallo Mobutu Sese Seko.

Nel paese, oltre alle elezioni presidenziali, si svolgono anche elezioni legislative nazionali e legislative delle 26 province.
(Radio France Internazionale)


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domenica 26 agosto 2018

Nuovo focolaio di Ebola nella Nord Kiwu, le milizie armate impediscono le cure

Ebola, in totale 105 nuovi casi. Il nuovo focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale ha ucciso finora 67 persone.

Il nuovo focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale ha ucciso finora 67 persone. Lo hanno confermato le autorità, che stanno sperimentando nuovi farmaci per combattere il virus.

Dal momento della ripresa dell’epidemia di Ebola, all'inizio di agosto nella provincia del Nord Kivu, sono stati segnalati 105 casi di contagio di cui 77 sono stati confermati da test di laboratorio. Tra i malati, 11 persone sono guarite dal virus e 67 sono decedute. Il ministro della Salute, Oly Ilunga Kalenga, si è recato a Mangina e ha visitato due pazienti dimessi dopo essere stati trattati con un nuovo prototipo, chiamato mAb114.

Queste due persone sono tra i primi 10 pazienti ad aver ricevuto la molecola terapeutica mAb114”, ha detto il ministero in una nota. Sviluppato negli Stati Uniti, il prototipo è il primo farmaco terapeutico ad essere utilizzato in un’epidemia di Ebola attiva nella Repubblica Democratica del Congo.


Le milizie armate impediscono le cure
L’attività dei ribelli sta complicando la battaglia contro l’ebola nel Kivu, Repubblica Democratica del Congo. A denunciarlo è l’Organizzazione mondiale della sanità. Il portavoce dell’Oms, Peter Salama, ha parlato di «gravissimi problemi di sicurezza» intorno alla città orientale di Oicha. Sarebbe circondata da una temuta milizia islamista ugandese che impedisce i soccorsi.

L’epidemia di Ebola è scoppiata nella regione il 1° agosto ma le preoccupazioni dell’Oms sono aggravate dalla notizia che un medico che ha contratto l’ebola è tra quelli intrappolati a Oicha. Quindi, per la prima volta, abbiamo un caso e contatti confermati in un’area di altissima insicurezza.

Il Kivu è una regione ricchissima di minerali preziosi, si trova nella parte Nord-Orientale della Repubblica Democratica del Congo al confine con Uganda e Burundi. Da sempre nella regione sono presenti milizie armate di ogni tipo e mercenari. Violenze sui civili, uccisioni, stupri indiscriminati, bambini soldato, villaggi distrutti, questo è il quadro di una regione già devastata in nome dei minerali preziosi con l'esercito regolare complice anche lui di tutto questo orrore.

E in mezzo a questa crisi umanitaria, di per se già gravissima, adesso si è aggiunta questa nuova epidemia di ebola che mette a rischio un milione di persone.






Articolo a cura di
Maris Davis


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martedì 7 agosto 2018

Repubblica Democratica del Congo. L'orrore delle bambine stuprate e mutilate

Il paese africano è una terra che vanta primati agghiaccianti. Vent'anni di conflitto, oltre sei milioni di morti e il dilagare degli stupri di massa e delle violenze sessuali usate come arma di guerra.


Dal 2013 al 2016, solo in questo piccolo villaggio del Sud Kivu, è avvenuto un orrore che dovrebbe indignare e sconvolgere il mondo intero. Un dramma così devastante che dovrebbe togliere il fiato a chiunque ne venga a conoscenza. In tre anni, 46 bambine sono state violentate. Dagli irregolari, appartenenti alla milizia privata del deputato Frederic Batumike, venivano nel cuore della notte in questo villaggio e per prima cosa rapivano le bambine, poi le violentavano e infine le lasciavano lì, dove avevano compiuto la violenza, da sole e distrutte, ma non prima di averle anche mutilate. E la più piccola vittima aveva solo due anni

A parlare e raccontare con una voce satura di disperazione e con occhi in cui è rimasta impressa, come un tatuaggio indelebile, una rabbia lacerante è Zawada Bagaya Bazilianne, la consulente legale della Fondazione Panzi. È seduta dentro il suo ufficio, una piccola baracca di legno, nel paese di Kavumu, nella provincia congolese del Sud Kivu, il luogo dove l’orrore si è compiuto.

Intorno colline verdi, strade rosse, fangose, cieli plumbei e una nebbiolina sottile, che si solleva dalla valle come un sipario, lasciando così visibile, sul proscenio della terra congolese, una tragedia, che per i più è impossibile anche solo da immaginare.

Il piccolo paese è puntellato di case di terra e paglia, alcune di legno e la paura sembra essersi posata in ogni dove. Le madri chiudono le porte e richiamano i figli in casa quando vedono i visitatori, i bambini scappano a nascondersi tra le gambe e dietro le gonne delle nonne e gli uomini interrompono il loro lavoro e statuari, in mezzo ai campi, coi machete e i bastoni stretti nelle mani, osservano gli stranieri.

In un piccola casa abita Beatrice. Ha 9 anni e vive sola con la nonna e il dolore per la atroce violenza di cui è stata vittima, la fine del suo vivere, di un qualsiasi futuro e l’inizio di un presente di puro dramma, cristallizzato in due occhi neri che sembrano chiedere conto al mondo il perché di una tale follia e di un’assoluta e impietosa ingiustizia.

È dal villaggio di Kavumu che occorre partire per conoscere il dramma degli stupri che affligge la Repubblica democratica del Congo. Nell’ex Zaire infatti, stando ai dati delle Nazioni Unite tra il 2015 e il 2017 si sono registrate 60mila violenze sessuali: una ogni mezz’ora.

Il paese africano è una terra che vanta primati agghiaccianti: vent’anni di conflitto, oltre sei milioni di morti, più di 50 gruppi di milizie armate nelle regioni del nord est e poi, a partire dagli anni ’90, il dilagare della violenza carnale. Lo stupro in Congo infatti è stato importato come arma di guerra, durante la seconda guerra congolese e poi ha infettato l’intera nazione come una metastasi.

Quando si sono registrati i primi casi di violenze, noi medici eravamo impreparati. Vedevamo donne, ragazze e anche bambine arrivare in ospedale con gli organi genitali totalmente distrutti. I loro corpi non solo erano stati vittime di violenze carnali, ma anche di torture. Alcune donne erano state mutilate e altre erano state abusate con l’introduzione di oggetti taglienti nella vagina. È stato osservando certi casi che ho deciso di intervenire

A parlare e raccontare il dramma contro cui si sta battendo è il chirurgo Denis Mukwege, medico congolese, candidato al Nobel per la pace nel 2014 e nello stesso anno vincitore del premio Sakharov, conosciuto in tutto il mondo anche come ”il medico che ripara le donne” e uno dei simboli della lotta alla violenza sessuale.


Per fermare quanto sta avvenendo qui in Congo occorrerebbe innanzitutto che i colpevoli venissero puniti. Poi ci vorrebbe una ferma volontà politica nazionale ed internazionale di porre fine al saccheggio dei minerali. Perché in questo modo cesserebbero i conflitti che stanno dilaniando da anni il nostro paese

È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata

E per comprendere appieno le parole del dottor Mukwege basta dirigersi al porto di Bukavu e imbarcarsi su uno dei traghetti colmi di persone che ogni ora salpano, lasciandosi alle spalle le colline di terra rossa e fango che punteggiano il capoluogo del Sud Kivu e, dopo aver attraversato il lago omonimo, attraccano nella città di Goma.

Il centro principale del Nord Kivu, città nera, con le strade di pietra vulcanica e la vegetazione verde impenetrabile del parco del Virunga tutt’intorno, è stato il palcoscenico della maggior parte dei conflitti della regione ed è qua, nel campo profughi di Mugunga, ai piedi del vulcano Nyragongo, che vive Amani Bahati, che ha 59 anni, vittima senza consolazione della pietà altrui, ma violata anche nell'intimo dal pubblico disprezzo e dallo sfregio accusatore dei più.

Ero insieme ad altre donne a far legna cinque mesi fa, quando alcuni soldati con le divise delle FARDC (Forze Armate Repubblica Democratica del Congo) hanno abusato di noi. Dopo che è successo tutto ciò siamo state isolate dalla società, non ho più un lavoro, sono ammalata e sapete come ci chiama la gente, ”le stuprate”. Così è come siamo considerate e questa è la nostra vita dopo essere state violentate

Denis Mukwege, l'uomo che "ripara le donne"
Il medico congolese ha aiutato e curato migliaia di donne vittime di stupri nella Repubblica Democratica del Congo, è stato insignito del prestigioso Premio Sacharov. Il suo lavoro è stato riconosciuto in tutto il mondo.

Denis Mukwege
Ha denunciato gli stupri di guerra che sono andati avanti per 16 anni nella Repubblica Democratica del Congo. Migliaia di donne sono state violentate e segnate a vita, lui le ha curate. E ha portato la loro voce nel mondo. Lui si chiama Denis Mukwege e nel mondo è conosciuto come "l'uomo che ripara le donne". E il mondo si è accorto di lui, più di una volta: prima, candidandolo al Nobel. E poi, facendogli vincere il premio Sacharov per la libertà di pensiero, importante riconoscimento del Parlamento Europeo.

Il discorso all'Onu: "16 anni di tortura e mutilazione" Nello storico intervento alle Nazioni Unite nel 2012 il ginecologo iniziava a parlare dicendo: "Vorrei iniziare il mio discorso con la formula di rito: ho l'onore e il privilegio di parlare davanti a voi". Ma poi, commosso, si interrompe e dice: "Ahimé, le donne vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo sono disonorate. Vedo costantemente con i miei occhi le anziane, le giovani, le madri, e persino le bambine disonorate. Ancora oggi, molte sono schiave sessuali. Altre sono usate come armi di guerra. I loro organi subiscono i trattamenti più aberranti. E questo è successo per 16 anni! 16 anni di tortura, 16 anni di mutilazione, 16 anni di distruzione delle donne, l'unica risorsa vitale del Congo. 16 anni di distruzione di un'intera società"

Minacciato di omicidio dopo il suo discorso, quattro uomini armati hanno attaccato la casa del dottore, preso le sue figlie in ostaggio e atteso che lui tornasse in casa. Solo un uomo della sicurezza è riuscito a salvarlo, ma ci ha rimesso la vita. Dopo il suo tentato omicidio, Mukwege è andato in esilio in Europa: l'ospedale Panzi, che ha fondato e per cui ha lavorato ha definito "devastante" la sua partenza.

Solo un anno dopo, nel 2013, Mukwege è tornato in patria, accolto come un eroe, con la gente del posto che ha ricoperto di fiori la strada tra l'aeroporto e casa sua. E lui è tornato a lavorare al Panzi a Bukavu, dove tuttora aiuta le donne: si stima che ne abbia curate circa 14mila, tutte vittime di stupri di gruppo.



Nel 2014 Mukwege ha vinto il premio Sacharov del Parlamento Europeo, ed è candidato al Nobel per la pace. Il dottor Mukwege ha una lunga lista di premi, tra cui lauree honoris causa e il premio "right livelihood", conosciuto anche come il Nobel alternativo.




Articolo a cura di
Maris Davis


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