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lunedì 4 giugno 2018

L'Italiana testimone per gli stupri di massa commessi in Sud Sudan dai militari governativi

La cooperante italiana che nel 2016 si è trovata al centro della guerra civile oggi racconta per la prima volta le violenze subite, l'inefficienza delle Nazioni Unite e il coraggio di essere testimone chiave in un processo che per la prima volta vede alla sbarra soldati governativi.


Per cinque giorni, ogni secondo, ho pensato di morire”. Inizia così il racconto di Marta (il nome per ragioni di sicurezza è di fantasia), una cooperante de L'Aquila che nel luglio 2016 si è trovata al centro della guerra civile in Sud Sudan, dove insieme ad altri cooperanti ha subito violenza, rischiando di morire e oggi si trova ad essere il testimone chiave di un processo che vede imputati 12 soldati sudanesi.

Il Sud Sudan è un paese sul lastrico, dove la fame è una delle principali cause di morte” e in uno Stato così per i militari l'abuso, la razzia, le violenze sessuali su donne e bambine sono all'ordine del giorno.

Sono molti i progetti attivi nello stato africano e anche l'Italia ha partecipato alla cooperazione inviando 140 milioni di euro dal 2000 al 2016, oggi nel piano triennale di cooperazione del Ministero degli Affari Esteri è indicato come uno dei 22 paesi di azione prioritaria.

Sud Sudan, due tribù in conflitto permanente
Il Sud Sudan viene riconosciuto come Stato nel 2011 (è il più giovane Stato al mondo), ma il processo democratico nel paese non si è mai veramente concluso e vede contrapposte in un conflitto civile che periodicamente riesplode le forze governative di Salva Kiir (di etnia Dinka) e quelle di opposizione di Riek Machar (di etnia Nuer), i due leader che si contendono il comando di un paese poverissimo dove il PIL pro-capite non supera i 657 dollari.

Marta, nel luglio 2016, si trovava nel Paese come consulente per una organizzazione americana che l'aveva ingaggiata per cinque mesi per partecipare ai progetti USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. Da giorni il clima in città, a Juba, era mutato. I check point nelle strade si erano infittiti e il clima era visibilmente più teso, finché un giorno durante una riunione all'ambasciata americana tutti i cooperanti vengono invitati a far ritorno nel compound e a non uscire.

Intanto fuori infuriavano i combattimenti tra le due fazioni in campo
Sentivamo gli spari, gli elicotteri girare sopra le nostre teste. Sono stati giorni di paura e isolamento. Le nostre strutture erano in vetro, totalmente insicure e vulnerabili. Per cinque giorni abbiamo chiesto aiuto all'ambasciata americana, alle nostre compagnie di appartenenza, senza risposte o con rassicurazioni vane"

"Non erano stati attivati i protocolli di sicurezza che in un contesto difficile come quello del Sud Sudan dovevano essere all'ordine del giorno. Non erano stati inoltre attivati i normali corridoi di sicurezza per lo spostamento verso strutture più protette come i vari hotel della città dove nel frattempo avevano trovato riparo gli altri operatori che erano stati evacuati in tempo

A Juba era scoppiata la guerra civile e secondo quanto riferiscono fonti dell’Afp in quei giorni sono rimaste vittime degli attacchi 300 civili e due caschi blu cinesi dell’Onu.

La mia famiglia chiamava la Farnesina in cerca di notizie, ma l'Italia non ha sedi consolari in Sud Sudan, quindi le uniche informazioni disponibili erano quelle delle autorità americane che però erano vaghe e inutili

Esecuzioni, stupri, violenze. "Erano arrivati anche a noi"
Ad un certo punto però i soldati arrivano anche al compound e iniziano a sfondare finestre e porte, nel frattempo tutti i cooperanti riescono a trovare riparo nell'unica casa con la porta blindata e una volontaria, l’unica a salvarsi dalle violenze, è salita su un ramo rimanendoci un giorno e una notte intera.

Tremava tutto, sembrava il terremoto de L’Aquila. Perché io ho vissuto anche quello” precisa Marta come se il trauma del sisma fosse riaffiorato a migliaia di chilometri da casa in quello stesso sentimento di paura che nasce quando non si ha la piena percezione di quello che sta per accadere.

Nel raid è stata eseguita la condanna a morte di un giornalista sudanese appartenente alla tribù opposta. “John è stato ucciso con tre colpi di pistola alla testa, ma prima tutti gli uomini sono stati messi in ginocchio intorno alla vittima, per assistere all'uccisione”. Questo uomo è morto solo per una "segno sul viso" che distingue la popolazione di una tribù. In Sudan si muore anche per questo.

Ma non contenti i soldati hanno cercato gli altri cooperanti, uno è stato colpito alle gambe da una raffica di proiettili sparati contro una porta al solo fine di aprirla.

Hanno sparato alla cieca e hanno colpito lui, ma in realtà potevano colpire chiunque. Da lì sono iniziate le botte, i fucili puntati alla testa, le minacce ripetute “vuoi morire?” e le violenze sessuali alle donne presenti

Quando uno dei soldati ha lasciato andare Marta, la prima scena che si è trovata davanti è stato il corpo morto di John, “ho pensato fossero tutti morti” racconta, finché non è arrivato un altro militare che l’ha condotta in una stanza dove stavano abusando di una sua collega e sono ricominciate le torture.

Anche una volta scampato il pericolo la libertà è tardata ad arrivare. Le due donne hanno trascorso tutta la notte rinchiuse in un bagno sperando che qualcuno venisse ad evacuarle ma, nonostante il cessato il fuoco, nessuno tra le Nazioni Unite, Sicurezza Nazionale, Ambasciate, nessuno è andato a liberarle.

L'inefficienza delle Nazioni Unite
La storia di quei giorni" accusa Marta che nel suo racconto non tradisce emozione, ma solo tanta rabbia, "dimostra che il sistema di sicurezza delle Nazioni Unite è completamente saltato e ha mostrato la sua inefficienza

A documentare i fatti di quel luglio è il report di Civilians in Conflict sulle violenze in Sudan del Sud contro civili e sulla risposta delle Nazioni Unite che descrive come le parti del conflitto hanno ucciso e ferito i civili nei campi profughi con fuoco indiscriminato, commesso violenza sessuale diffusa contro le donne che hanno lasciato quei campi in cerca di cibo e attaccato gli operatori umanitari internazionali e nazionali.

Il rapporto si basa principalmente su più di 100 interviste effettuate a Juba nell'agosto 2016, compresi i civili direttamente colpiti dalla violenza, i funzionari civili e militari dell'UNMISS (missione ONU in Sud Sudan) e rappresentanti della comunità umanitaria.

Al rientro in Italia Marta ha sporto denuncia presso la procura di Roma che però è stata archiviata poco dopo


L'Italiana oggi è testimone chiave in un processo contro i soldati governativi
Oggi, per i fatti di quel luglio di violenza, è in corso un processo della corte marziale contro 12 soldati di Salva Kiir. La sentenza era attesa alla fine del 2017, ma la morte improvvisa, in carcere, del capo delle truppe ha ritardato il verdetto per il saccheggio e le violenze del compound.

Marta è diventata una testimone chiave per questo primo processo per massacro civile. Senza testimoni la Corte aveva minacciato di chiudere il procedimento e solo dopo la testimonianza dell’italiana sono state accettate anche delle testimonianze via internet realizzate con l’aiuto dell’Fbi.

Sono arrabbiata anche con chi non è tornato a testimoniare, soprattutto con gli uomini che non hanno subito le nostre stesse violenze e sono stati tra i primi ad essere evacuati. Non è stato facile riconoscere 4 dei miei 5 aguzzini ed essere sottoposta ad interrogatorio per oltre cinque ore. Ma magari questo processo può diventare un esempio e un precedente importante per tutte quelle persone che ogni giorno in Sud Sudan subiscono violenze atroci per mano dei soldati

Ma c’è una beffa che si somma alle violenze e alle ferite

Trovarsi a ringraziare i propri stupratori
Quando queste donne che erano nel Paese come operatrici umanitarie sono state liberate dalla Sicurezza Nazionale e dall'esercito sud-sudanese (le stesse milizie di appartenenza degli stupratori) dopo ore di violenza e abusi, hanno ringraziato i soldati come si ringrazia chi ti ha salvato dalla morte.

“Peccato che quegli uomini indossassero la stessa divisa di quelli che ci avevano torturato fino a poco prima. Ma non lo sapevamo”
(Panorama)

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lunedì 18 dicembre 2017

Repubblica Democratica del Congo, 12 ergastoli per altrettanti miliziani stupratori di bambini

Le vittime erano bambini piccolissimi, perfino un bebè di 8 mesi. Molte delle piccole vittime non sono sopravvissute alle sevizie.


La notizia non sono i dodici ergastoli inflitti a dodici miliziani da un tribunale militare della Repubblica Democratica del Congo. La notizia è il motivo della condanna: lo stupro di bambini di cui questa soldataglia s’è resa colpevole e che i giudici hanno finalmente riconosciuto come “un crimine contro l’umanità

Nelle province del lago Kivu, nella parte orientale della R.D. del Congo, lo stupro è l’orrenda caratteristica del lungo conflitto che oppone i gruppi ribelli alle forze di pace dell’Onu (la settimana scorsa sono stati massacrati 14 caschi blu) e agli eserciti congolese, ruandese e ugandese.

Fino a qualche anno fa, le violenze sessuali erano dirette soprattutto contro le donne, ed erano “stupri di gruppo”, ossia perpetrati da più soldati su una sola vittima. Di solito, l’ultimo dei carnefici del branco infila nella vagina della vittima una manciata di chiodi o della sabbia. Accadeva e ancora accade ogni volta che uno dei 120 gruppi armati che funestano quella regione conquista un villaggio.

L’ospedale Panzi di Bukavu, specializzato in ginecologia e chirurgia ricostruttiva, riceve anche 150 donne al giorno vittime di stupri. Sono quelle che sopravvivono alla violenza e che dalla foresta riescono ad arrivare fin lì. Nel 2014, il direttore dell’ospedale, il dottor Denis Mukwege, che i congolesi chiamano “l’uomo che ripara le donne”, è stato finalmente insignito del premio Sakharov, sorta di premio Nobel per la Pace del Parlamento europeo. Da quando lo fondò, nel 1998, al Panzi sono stati ricuciti i corpi mutilati di oltre 40mila donne, vittime di una guerra dimenticata che da due decenni insanguina quella regione.

Più di recente i miliziani hanno cominciato ad accanirsi sui bambini. I ribelli condannati all'ergastolo, tutti appartenenti all'Esercito di Jesù, se l’erano presa con una quarantina di piccoli, il più giovane dei quali aveva 8 mesi, nel villaggio di Kavumu, vicino alla frontiera ruandese. Almeno due di questi bambini sono morti per le conseguenze degli stupri.

A capo dei ribelli condannati c’è un deputato provinciale, Frédéric Batumike, arrestato nel giugno 2016. L’accusa contro di lui era quella di aver assoldato uno stregone «che consigliava ai soldati di stuprare i bambini più piccoli per assicurarsi una protezione sovrannaturale»

La sentenza del tribunale militare è stata letta in una sala dove erano presenti oltre ai componenti delle parti civili anche dagli operatori delle ong che da anni si battono contro le violenze sessuali in quella vasta regione del Congo. «Fino a qualche anno fa, un tale processo sarebbe stato impensabile», ha detto il portavoce dell’organizzazione Physicians for Human Rights. «Per troppo tempo i responsabili degli stupri si sono creduti invincibili, ma questo verdetto dimostra che l’impunità non è più inevitabile»
(La Repubblica)

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venerdì 15 dicembre 2017

Ragazza nigeriana stuprata a turno dal branco. Tre nigeriani arrestati a Trento

Una donna nigeriana è stata stuprata da tre suoi connazionali in un parco di Trento. Gli stupratori erano tutti richiedenti asilo.

Va a fare visita ad un'amica e viene brutalmente stuprata. È la storia di una ragazza nigeriana che a Trento è stata violentata a turno da un branco di suoi connazionali richiedenti asilo. Dopo lo stupro e soprattutto dopo la testimonianza della vittima i tre nigeriani sono stati arrestati dalla polizia.

Si chiamano EHIMAMIGHO Emmanuel Social, di 28 anni, OBASUYI Kenneth Igbinosa, di 22 anni e OSAIGNOVO Osaro Kelvin di 19 anni i 3 nigeriani arrestati dalla squadra mobile di Trento per violenza sessuale di gruppo. Uno era ospitato alla residenza di via Brennero, un altro alla residenza Fersina, il terzo, al quale era stata respinta la domanda di accoglienza, viveva in un appartamento. Il fatto è successo nel parco di Maso Ginocchio.

L'hanno sorpresa mentre si trovava al bar. Questi tre "animali" l'hanno costretta ad andare nel vicino parco dove è avvenuto lo stupro di gruppo. Hanno abusato della donna a turno. Subito dopo la terribile violenza ha ragazza ha subito ulteriori minacce per impedirle di sporgere denuncia. Ma la ragazza ha deciso di raccontare tutto agli agenti. E così è scattata la caccia la branco.

La giovane nigeriana, all'atto della denuncia raccontava che, mentre si trovava nei pressi di un bar veniva minacciata e costretta da tre suoi connazionali a recarsi nel vicino parco. Qui gli uomini approfittavano sessualmente di lei, violentandola a turno. Dopo l’atto la minacciavano nuovamente di ulteriori ritorsioni se avesse chiesto aiuto alla Polizia.

La donna però, benché impaurita, riusciva a chiedere aiuto agli Agenti della Squadra Volante che immediatamente investivano dell’evento gli investigatori della Squadra Mobile.

Dopo i necessari riscontri la giovane nigeriana riconosceva senza ombra di dubbio i suoi carnefici che identificati e rintracciati da parte degli Agenti della Squadra Mobile, tratti in arresto in esecuzione del fermo di Polizia Giudiziaria. Nel corso delle attività di indagine emergeva che il gruppo nei giorni successivi alla violenza sessuale si stava organizzando per rifugiarsi all'estero, precisamente in Francia. Considerato quindi il pericolo di fuga e la gravità del reato la Squadra Mobile procedeva con la misura cautelare del Fermo di P.G. in carcere. La Polizia di Stato invita, qualora ci siano state altre violenze, altre donne a denunciare i fatti. C’è quindi la remota possibilità che per i tre, simili episodi non siano isolati.

A fronte di reati particolarmente degradanti per la dignità umana, commenta il capo della Squadra Mobile Salvatore Ascione, è fondamentale una risposta immediata ed efficace da parte della Polizia Giudiziaria che consenta non solo di assicurare alla giustizia gli autori di questo grave reato, ma anche di dimostrare che non esistono sacche di impunità dove i criminali possono insidiarsi"

Per la donna resta l'incubo di un viaggio a Trento per passare qualche giorno con un'amica che si è trasformata in una violenza barbara in un parco lontano dagli occhi dei passanti. È molto probabile che il branco possa essere processato per direttissima.
(La Voce del Trentino)

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giovedì 27 luglio 2017

Sud Sudan, rapporto Amnesty International sugli stupri durante la guerra civile

Do not remain silent. Survivors of sexual violence in South Sudan call do justice and reparation” (Non tacete. I sopravvissuti alla violenza sessuale in Sud Sudan chiedono giustizia e riparazione).

Una famiglia di sfollati con i propri beni in cammino verso il villaggio di Aburoc
(Giugno 2017)

È il titolo del nuovo rapporto di Amnesty International sulle barbariche violazioni dei diritti umani durante tutto il corso della guerra civile in Sud Sudan riprende la raccomandazione di una testimone, da anni rifugiata nel campo per la protezione dei civili di Bentiu, capoluogo dello stato di Unity, una delle città martiri di questo conflitto iniziato alla metà di dicembre del 2013.

Il documento di 70 pagine, si basa sulle interviste a 182 persone, vittime o testimoni di gravissimi atti di violenza sessuale. E’ stato reso possibile da ricerche sul campo di 10 difensori dei diritti umani sud sudanesi, 5 uomini e cinque donne, anonimi per ragioni di sicurezza, e da una ricerca dell’organizzazione stessa condotta tra settembre 2016 e marzo 2017. “Le violenze sessuali perpetrate nel paese da tutte le forze combattenti è scioccante per la dimensione e la brutalità e lascerà impatti fisici, psicologici e sociali per i decenni futuri”, afferma il rapporto. Molte delle vittime hanno infatti problemi psicologici gravi e parecchie hanno contratto l’aids.

1.130 bambini hanno subito violenza

Secondo documenti ufficiali delle organizzazioni internazionali competenti, dall’inizio del conflitto, 1.130 bambini hanno subito violenza. Durante gli scontri del luglio 2016 a Juba la missione di pace dell’Onu (Unmiss), ha documentato 217 episodi nell’arco di meno di due settimane.

Il 72% delle donne intervistate nei campi profughi hanno ammesso di essere state stuprate

A Juba un monitoraggio del 2015 nei campi per la protezione dei civili difesi dall’Unmiss, ha trovato che il 72% delle donne lì rifugiate erano state violentate. L’elenco potrebbe essere ancora molto lungo. Il numero esatto non si conoscerà mai. Ma si è visto che con il passare del tempo, è in drammatico aumento: il 32% in più nel 2016 rispetto al 2015, dice un rapporto ufficiale dell’Onu.

È ormai diffusa e in aumento anche la violenza sessuale su uomini e ragazzi, con l’obiettivo di umiliare gli avversari ed impedire loro la procreazione e dunque indebolire demograficamente gli avversari.

Alcune delle vittime hanno provato a denunciare i propri aggressori, ma non hanno avuto giustizia.
(Amnesty International)

Do not remain silent. Survivors of sexual violence in South Sudan call do justice and reparation

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giovedì 20 luglio 2017

Napoli, 15enne violentata in spiaggia trova i colpevoli su facebook e li fa arrestare

«Mi hanno circondata e poi spogliata, loro erano nudi» .. Racconta gli abusi ad una amica: «Uno di loro mi ha detto se avevo voglia di seguirlo e comprare qualcosa da bere e per ripararci dal sole. Io mi sono fidata perché c’era gente, c’erano altre persone attorno. Cosa poteva mai accadermi?»


«Io neanche ci volevo andare, poi uno di loro mi ha girata di spalle e ha fatto quello che non volevo mi facesse. Ho paura adesso, li ho anche riconosciuti su Facebook, non voglio raccontarlo a nessuno, anche se piango da questo pomeriggio, che devo fare?»

Una scusa per «isolare» la ragazza
La quindicenne era con un gruppo di amici e i tre ragazzi, che si conoscono tra loro sin da bambini e che hanno un amico in comune nel gruppo della ragazza presa di mira. Una parola, una battuta, qualche bibita fredda e poi l’invito a spostarsi per poter ripararsi dalla calura. La quindicenne decide di andarci, perché con lei c’era anche un suo amico, poi sparito nel nulla.

Forse era una trappola, ma quello che è successo dopo, lei lo ha raccontato ai medici dell’ospedale quando si è fatta visitare. Aveva delle abrasioni e le sono stati fatti dei tamponi vaginali i cui risultati saranno comparati con il Dna di uno degli indagati. I due ragazzi di Capodichino prima l’hanno denudata e poi hanno provato ad abusarla. Non ci sono riusciti. C’è riuscito invece il ragazzo di Forcella che andato via dopo aver schiacciato il volto della ragazza al muro, prendendola per la nuca.

Singhiozzava al telefono parlando con la sua amica del cuore. Era appena tornata dal mare ma non aveva il volto felice e spensierato di una ragazza di quindici anni che aveva passato una giornata in spiaggia con gli amici. No, soffriva perché era stata sfregiata nell'anima e nel corpo da un branco di ragazzi che ora, grazie al suo coraggio, sono accusati di stupro.

Aveva pensato di non dire nulla a nessuno, di nascondersi dentro quel segreto. Ma poi ci ha ripensato: ha acceso il cellulare che aveva tenuto spento per un po’ perché voleva isolarsi, e ha iniziato a scrivere in chat ad una amica raccontando quello che aveva vissuto poche ore prima. E anche che aveva subito indagato e usato l’arma più facile per un adolescente ai giorni d’oggi: Facebook.

Individuati sul social network
Due degli indagati nel loro profilo FB
Ed è così che ha riconosciuto e individuato i suoi aggressori. Li ha mostrati a sua madre dopo che un’amica con la quale si era confidata, l’aveva aiutata a raccontare tutto a sua madre, perché lei da sola non ci riusciva. E poi, dopo, è stato più facile denunciare ogni cosa ai carabinieri portando anche nomi e volti a supporto di un racconto crudo e sconvolgente.

Il branco. Adesso dovrà nuovamente guardare quei volti, forse per l’ultima volta, in un riconoscimento di persona che il pm ha disposto, dopo il suo interrogatorio alla presenza del giudice, degli psicologi e dell’avvocato dei ragazzi indagati. Ieri uno dei ragazzi, un sedicenne di Forcella che nella vita fa il barista, indicato dalla vittima come l’unico con il quale è stata costretta ad un rapporto sessuale completo, è stato sottoposto al tampone salivare per il Dna. Sarà confrontato con residui di liquidi ritrovati sul corpo della quindicenne. La terribile storia risale a domenica 28 maggio. Allo «scoglione» di Marechiaro, dove ci si arriva a nuoto o con barchette di pescatori, c’erano tantissime persone.

Le confidenze con una compagna di studi
Li aveva cercati, guardando tra gli amici del profilo facebook del suo amico, e alla fine li aveva trovati. Individuati. I suoi aggressori avevano un volto e un nome. A quel punto la chat non bastava più, aveva bisogno di ascoltare una voce che l’aiutasse. Di un contatto umano. Così ha telefonato alla sua compagna di studi e ha detto tutto.

«Ero con gli altri, allo Scoglione di Marechiaro, poi uno di loro mi ha detto se avevo voglia di seguirlo per andare a comprare qualcosa da bere e per ripararci un po’ dal sole. Io mi sono fidata perché c’era gente, c’erano altre persone attorno. Cosa poteva mai accadermi?». Sembravano dei bravi ragazzi, innocui anche perché piccoli di età e facevano parte di una comitiva di altri conoscenti, di quartieri diversi ma spesso a mare allo «scoglione». «A Marechiaro cosa mi poteva mai accadere?», ripete all’amica. E invece quello che le hanno fatto, lei non riusciva proprio ad immaginarlo, né a raccontarlo: «Io voglio denunciare ma come faccio con i miei? Mi manca la forza», aveva detto all'amica anche lei terrorizzata per quanto stava ascoltando dall'altra parte del telefono.

Lo scoglione di Marechiaro (Napoli), luogo dello stupro

«Mi hanno circondata e poi spogliata»
«In due mi hanno spogliata, tolto il costume, e toccata, loro erano nudi e mi hanno circondata. Mi toccavano, mi toccavano. Sono riuscita a scappare e loro sono andati via». Ed è lì che ha detto di aver incontrato un altro ragazzo che faceva parte di quel gruppo e che ha finto di volerla aiutare: «Mi ha chiesto cosa mi fosse successo e poi invece mi ha trascinata in un angolo e mi ha girata di spalle»

Quel racconto la giovane vittima lo ha ripetuto poi ai medici, ai carabinieri e al pm e lo ripeterà nella sua mente, forse per tutta la vita.

E poi, come se non bastasse, come spesso accade in queste drammatiche storie, le offese e le provocazioni si dispensano anche sotto gli occhi di tutti nelle pagine Facebook. «Parlate di meno e scopate di più», è la frase choc che il ragazzino accusato di averla violentata ha scritto sulla sua bacheca un mese dopo lo stupro a Marechiaro.

Le imprese del branco su FB
Il giorno stesso dello stupro, in compagnia di amici si è fatto ritrarre felice e spensierato mentre beveva una birra. Gli altri due invece, i ragazzi di Capodichino, proprio ieri, nel giorno nel quale hanno saputo di essere indagati per violenza, hanno postato una foto abbracciati: «Passerà anche questa, sempre insieme amico». Nel giorno della violenza si sono «taggati» proprio a Marechiaro: «Io e te sempre assieme».
(Corriere del Mezzogiorno)

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mercoledì 23 marzo 2016

Decisione storica della Corte dell'Aja contro lo "Stupro di Guerra"

Jean-Pierre Bemba
La corte dell’Aja ha riconosciuto per prima volta lo stupro come arma di guerra nel processo a Jean-Pierre Bemba, ex vicepresidente della Repubblica Democratica del Congo, per le violenze commesse dalle sue milizie nel 2002 e nel 2003 nella Repubblica Centrafricana.

È la prima volta che la Corte Penale Internazionale condanna un imputato per il ruolo avuto in quanto comandante militare di un esercito. Ed è anche la prima volta che la Corte focalizza una sentenza sugli stupri di massa usati come arma di guerra in un conflitto.

Più di 5.200 vittime sono state autorizzate dalla Corte a testimoniare nel processo, apertosi nel 2010, attestando di essere state assalite sessualmente o di aver subito danni e saccheggi di vario tipo. "La maggior parte degli stupri e dei saccheggi venivano perpetrati collettivamente e in pubblico, a volte in presenza dei parenti delle vittime. Era una politica seguita per terrorizzare la popolazione"

Bemba, 53 anni, arrestato mentre era in esilio in Belgio nel 2008, è la personalità di maggior prestigio finora condannato dalla CPI (Corte Penale Internazionale). In qualità di capo del Movimento per la Liberazione del Congo è stato giudicato colpevole di crimini contro l’umanità, tra cui lo stupro e il saccheggio.

Tra il 2002 e il 2003 le milizie ai suoi ordini, circa 1.500 soldati, furono trasportate al di là della frontiera del Congo nella Repubblica Centrafricana a sostegno del presidente Ange-Feliz Patassé, attaccato dai ribelli di Francois Bozize. Nonostante l’intervento di Bemba, i ribelli riuscirono a rovesciare Patassé. La pena sarà fissata in un’udienza successiva.

"Si tratta di una decisione storica con cui la Corte penale internazionale lancia un messaggio importante, che sollecita tutta la comunità internazionale e ogni singolo Stato affinché ci sia un impegno deciso contro le violenze sessuali che, è bene ricordarlo, sono gravi violazioni dei diritti umani e della legge internazionale umanitaria", scrive in una nota la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli (Pd), che nel 2013 fu prima firmataria di una specifica mozione per impegnare il Governo a mettere in atto tutti i provvedimenti necessari a prevenire e reprimere questa forma di violenza.

"I passi compiuti in avanti dalla politica e dalle istituzioni cominciano a segnare risultati concreti, nel solco della risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha riconosciuto la violenza sessuale come tattica di guerra e minaccia alla pace e alla sicurezza globali, e ha sancito che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare crimini di guerra, crimini contro l’umanità e/o atti di genocidio. Mi auguro che questa nuova decisione sia un monito per tutti gli Stati ad agire ancora più concretamente contro questi crimini, che colpiscono principalmente donne e bambine e vengono perpetrati per seminare il terrore tra la popolazione civile in zone di guerra, disgregare famiglie, distruggere comunità, nonché, in alcuni casi, modificarne la composizione etnica"
(Maris Davis)