Visualizzazione post con etichetta Africa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Africa. Mostra tutti i post

giovedì 5 settembre 2019

L'Africa brucia molto di più dell'Amazzonia, ma nessuno ne parla

L’Africa è in fiamme, più dell’Amazzonia, 10.000 incendi tra Angola e Congo. Le terre arse nel continente africano rappresentano quasi il 70% dell’area bruciata del mondo.


Brucia l’Amazzonia e lo sappiamo ormai tutti. Ma ciò che abbiamo ignorato fino a oggi è che anche l’Africa è in fiamme. E da più tempo.

Congo e Angola, infatti, sono interessati da vasti incendi almeno da metà luglio. I peggiori incendi degli ultimi 15 anni, dicono gli esperti. Una catastrofe rimasta a lungo sotto traccia, a differenza di quella brasiliana, e che forse ora, spinta dai fuochi amazzonici, arriva al centro del dibattito politico.

Dai satelliti della NASA si evidenzia come il fumo sul continente africano sia visibile da molti giorni prima rispetto a quello prodotto dagli incendi in Amazzonia.

Una tragedia dimenticata, fino a oggi: “Seguiamo con molta attenzione quello che sta succedendo in Africa, aveva detto al G7 il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e abbiamo avuto uno scambio con l’Unione africana e altri Paesi. La foresta brucia anche in Africa, in Congo. Stiamo esaminando la possibilità di lanciare un’iniziativa similare (a quella proposta per il Brasile, ndr) anche in Africa

Tra giovedì e venerdì della scorsa settimana, per esempio, solo l’Angola ha registrato 6902 incendi, la Repubblica Democratica del Congo 3395, mentre il Brasile “solo” 2127. Anche stando alle rilevazioni di Copernicus (il programma europeo di osservazione della Terra) attualmente è la regione centrafricana a registrare la maggior parte di incendi di biomasse nel mondo.

Gli incendi nell’Africa sub-sahariana rappresentano circa il 70% dell’area bruciata di tutto il mondo e la causa di questi incendi, come per l’Amazzonia, è riconducibile alle attività agricole e zootecniche, in particolare all’utilizzo della tecnica "taglia e brucia" con gli agricoltori centrafricani che utilizzano il fuoco per ripulire vaste distese di foreste o savane, rigenerare pascoli e bruciare gli scarti delle terre coltivate per prepararsi alla prossima stagione.

Gli occhi del mondo sono puntati sull’Amazzonia che brucia. Intanto, in Africa, almeno il 10% dei fuochi appiccati dai contadini che usano la tecnica del debbio, ovvero il taglia e brucia, sono diventati incontrollabili: quest’estate più di 10.000 incendi stanno distruggendo l’immensa foresta pluviale che attraversa l’Angola, lo Zambia e il sud della Repubblica democratica del Congo. Gli incendi in Brasile, in confronto, sono “appena2.127.

Foto Nasa. In Africa il 70% di tutte le terre bruciate del Pianeta

Agricoltura ancestrale e cambiamento climatico

Le terre arse nel continente africano rappresentano quasi il 70% dell’area bruciata del mondo. La causa principale è riconducibile a pratiche agricole e zootecniche primordiali. Contadini e pastori bruciano la vegetazione per ripulire e fertilizzare savana e foreste. Una tecnica antica che, in Costa d’Avorio ad esempio, ha portato alla perdita di tutta la parte boschiva al centro del Paese.

Lo sviluppo dell’agricoltura africana, mai avvenuto, consegna il settore primario alla semplice sussistenza delle persone: dalla mattina alla sera, uomini e donne con solo una zappa come strumento, rassodano la terra, piantano e raccolgono. Dopodiché, prima che inizi la stagione delle piogge, i campi vengono bruciati affinché la cenere fertilizzi il terreno privato dei nutrienti.

Foto Nasa. Brucia la foresta pluviale dell'Africa Sub-Sahariana

Un circolo vizioso dal quale non si riesce a uscire. Bruciare è più economico di qualsiasi altra soluzione per ripristinare i campi. E poi c’è il problema del cambiamento climatico: disastri ambientali e periodi di siccità più frequenti stanno rosicando la disponibilità di terre fertili.

Per questo subentra il bisogno di incendiare le foreste, per avere nuovi spazi coltivabili. Ma il disfarsi delle aree boschive e l’anidride carbonica liberata nell’atmosfera non fanno altro che accelerare quel cambiamento climatico di cui tanto si discute e poco si fa. Un circolo vizioso, appunto.

Condividi su Facebook


martedì 12 febbraio 2019

Cooperazione in Africa. L'Unione Europea stanzia 255 milioni per nuovi programmi di sviluppo

Europa e Africa, firmati nuovi accordi di cooperazione. L'Unione Europea  stanzia 225 milioni.


Il 9 febbraio il commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica, ha firmato ad Addis Abeba accordi del valore di 225 milioni di euro a supporto di programmi regionali che interessano 25 paesi africani. Mimica ha dichiarato che il nuovo stanziamento comincia a dar attuazione agli impegni presi nel quadro di riferimento della nuova alleanza tra Africa ed Europa, annunciata dal presidente europeo Jean-Claude Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione del 12 settembre 2018.

I fondi europei finanzieranno concretamente tre nuove tipologie di azioni. 125 milioni di euro serviranno a creare lavoro e sviluppo nell'Africa orientale e meridionale, 80 milioni di euro a supportare lo sviluppo costiero e 20 milioni di euro ad assicurare la sicurezza marittima nella zona del Mar Rosso.

Gli accordi sono stati firmati con cinque organizzazioni regionali. Il Mercato comune per l’Africa dell’est e del sud (Common market for eastern and southern Africa - COMESA), la Comunità Africa orientale (East African community - EAC), l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Intergovernmental authority on development - IGAD), la commissione dell’Oceano Indiano (Indian ocean commission - IOC) e la Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (Southern Africa development community - SADC).

Con questo stanziamento, il contributo europeo per i programmi nell’Africa orientale e meridionale ammonta a 1.490 milioni di euro per il periodo 2014-2020, in tre aree prioritarie: l’integrazione economica regionale, pace, sicurezza e stabilità regionale, e gestione regionale delle risorse naturali.

La firma dei nuovi accordi è avvenuta durante la visita ufficiale di Mimica in Etiopia, dove ha incontrato anche il presidente dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, e il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa. Si è infine recato in visita in Eritrea dove ha incontrato il presidente Isaias Afeworki.
(Commissione Europea)

Condividi su Facebook



Maris Davis Joseph

giovedì 20 settembre 2018

Un flusso inarrestabile. Nel 2017 19,4 milioni gli africani emigrati all'interno della stessa Africa

Nel 2017 sono stati 19,4 milioni gli africani emigrati all'interno dello stesso continente.


Gli spostamenti per ragioni economiche sono in prevalenza nell'area occidentale. Molte le opportunità create nei paesi di arrivo.

Migrazioni come opportunità. Altrove, come in Africa. Mentre in Italia ci si accapiglia sullo sfondo della “crisi migranti”, gli africani continuano a muoversi. E non solo in direzione dell’Europa, come la propaganda degli ultimi tempi vuol farci credere, ma tra un paese africano e l’altro.

Nel 2017 ben 19,4 milioni sono stati gli africani emigrati all'interno dello stesso continente.

Il 78,8% degli immigrati che si trovano in Africa sono africani, vale a dire 4 su 5. Ed è l’Africa occidentale (anche grazie al sistema della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, Ecowas) a registrare la maggiore migrazione a livello interno, l’89%. Inoltre, 5,5 milioni sono le persone arrivate in Africa da altri continenti.

Tanto per dare un termine di confronto nello stesso anno in Europa, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), sono arrivati 186.768 migranti, un niente rispetto al totale degli africani che, per un motivo o per l'altro, hanno lasciato la propria terra d'origine in Africa. A questi numeri dobbiamo aggiungere il dato dei 3.116 che sono morti o dispersi nel Mediterraneo.

Nel 2017 si sono contati 258 milioni di migranti a livello globale, ma solo il 35% ha viaggiato in direzione sud-nord (dai paesi sviluppati ai paesi in via di sviluppo, per intenderci). Nella top five dei paesi con il maggior numero di migranti interni in Africa, ci sono (in ordine decrescente) Sudafrica, Costa d’Avorio, Uganda, Nigeria, Etiopia, tutti con oltre un milione di migranti.

Mobilità benefica
Si tratta di una mobilità interna cresciuta nel corso degli anni e che genera una serie di benefici sociali, economici e anche politici. Il Rapporto 2018 dell’Unctad (Conferenza dell’Onu sul commercio e lo sviluppo) sull'Africa mostra come le migrazioni (e non le politiche di respingimento) contribuiscano in meglio alle trasformazioni strutturali dei paesi.




Articolo a cura di
Maris Davis


Condividi su Facebook




martedì 27 marzo 2018

Si rafforza la presenza dell'Isis in Africa. Provocherà nuove ondate di migranti

Il trasferimento di jihadisti dell'Isis dal Medio Oriente può destabilizzare l'area del Sahel. Allarme del World Food Program.

Una minaccia seria. Il trasferimento di jihadisti dell'Isis dal Medio Oriente all'Africa potrebbe scatenare una nuova e massiccia crisi migratoria in Europa. A lanciare l'allarme è il numero uno dell'agenzia alimentare dell'Onu.

Il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley, ha spiegato che molti dei militanti fuggiti dalla Siria dopo il crollo del Califfato si stanno spostando nella regione del Sahel (che comprende Burkina Faso, Ciad, Niger, Nigeria, Mali e Mauritania), dove stanno collaborando con altri gruppi estremisti tra cui Al Qaida, Al Shabab e Boko Haram.

Beasley ha avvertito i leader europei che potrebbero affrontare una crisi migratoria molto più grande di quella causata dal conflitto siriano se non contribuiscono a portare cibo e stabilità nella regione.

"Il Sahel è una regione di 500 milioni di persone. La crisi siriana potrebbe essere una goccia nel mare rispetto a quello che sta per arrivare. Gli estremisti stanno entrando in un'area già fragile, si stanno infiltrando usando il cibo come arma di reclutamento, e in modo da causare una migrazione di massa in Europa"
(Globalist)




Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


mercoledì 24 gennaio 2018

Meningite di tipo C. All'allarme dell'OMS, rischio epidemia in Africa occidentale

La notizia dovrebbe essere presa in seria considerazione dalle autorità europee e nazionali per predisporre a tambur battente gli opportuni meccanismi di precauzione sanitaria.

Mappa della meningite in nell'Africa sub-sahariana

Il mondo si fa sempre più piccolo e secondo la famosa teoria economica delle catastrofi “un battito di una farfalla in Brasile può causare un ciclone in Florida”, così un rischio epidemia in Africa può diventare un fenomeno globale. Ma torniamo alla notizia in sé: c’è il rischio di un’importante epidemia di meningite da meningococco C in Africa occidentale.

L’allarme è stato lanciato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Lo riferisce Swissinfo.ch fornendo dettagli degni di nota e di maggiore attenzione e approfondimento. Anche il nostro paese sembra si sia già mobilitato in alcune Asl per fornire assistenza e medicinali ai paesi colpiti.

La stagione infettiva sta iniziando e nello stesso tempo si registra la circolazione di un nuovo ceppo del batterio altamente invasivo e una grave carenza dell’apposito vaccino.

Elementi che, uniti, secondo l’Oms potrebbero provocare una “catastrofe” che può arrivare a colpire i 34 milioni di persone che vivono in quella che gli esperti definiscono come la “cintura” africana della meningite, un’area territoriale che copre ben 26 Paesi. Possibile? Secondo gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità la risposta è sì.

Solo l’anno scorso la meningite di tipo C ha causato 18mila casi tra Nigeria e Niger e si può arrivare fino a 670 casi per 100mila persone, visto che l’immunità della popolazione è molto bassa e il batterio sta già circolando nei paesi vicini, come Burkina Faso e Mali, e può diffondersi anche in Liberia, al di fuori della Cintura. La aree rurali sono quelle più soggette perché più povere e meno attrezzate di quelle urbane.

Per affrontare questo rischio di epidemia e cercare di arginare un’epidemia su larga scala, l’Oms ha chiesto alle aziende farmaceutiche e ai donatori di aumentare la disponibilità del vaccino. Le scorte di emergenza a livello internazionale per il 2018 ammontano solo a 2,5 milioni di dosi con il ceppo C, ma ne servono almeno altri 10 milioni di dosi per il 2018-2019.

Ora la palla passa ai donatori e alle istituzioni preposte, oltre che alle aziende farmaceutiche. Insomma sarebbe necessaria una ampia mobilitazione internazionale per meglio affrontare la situazione prima che sfugga di mano e diventi una emergenza globale.
(Il Sole24Ore)

La prima cosa da sapere è che la meningite C è di tipo batterica. La meningite infatti può essere provocata sia da batteri sia da virus, quella più temibile è quella batterica dovuta principalmente a tre germi: emofilo tipo B, pneumococco, meningococco. Le forme di meningite dovute a virus sono generalmente a decorso benigno. La gravità della meningite batterica è più elevata in età pediatrica: gli esiti neurologici a permanenti si manifestano nel 30-35% dei casi; la mortalità nel 5-10% dei casi.

Condividi su Facebook


mercoledì 3 gennaio 2018

Appello dei Vescovi di Senegal e Nigeria. Africani non lasciate la vostra terra

Anche i vescovi africani dicono ai loro conterranei di restare a casa. Solo così possono creare ricchezza e arrivare a stare meglio.


A rivelarlo è un recente articolo apparso sul giornale online La Nuova Bussola Quotidiana, che ha stilato un elenco di alti prelati di Paesi africani che hanno invitato i loro fedeli a non emigrare. Dal Senegal alla Nigeria i vescovi hanno avuto reazioni indignate alla vista di alcuni filmati che mostrano come sono stati trattati alcuni migranti prima di essere venduti alla Libia come schiavi, per poi finire a fare i migranti che affollano le coste italiane.

Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire” ha tuonato dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, arcivescovo di Dakar. Gli ha fatto eco il suo omologo della diocesi nigeriana di Kafachan, mons. Joseph Bagobiri che ha sottolineato come ci sia una speranza di vita migliore in Nigeria che non in Europa.


Sono proprio Nigeria e Senegal i due Paesi africani da cui sono partiti il maggior numero di persone che da clandestini sono approdate in Italia e in Europa

Troppo, anche per i vescovi, che invocano la dignità della persona umana e l’attaccamento alla propria terra, ribadendo come sia “Meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”, come ha riferito a margine dell’ordinazione sacerdotale di alcuni nuovi sacerdoti mons. Ndiaye, che ha anche aggiunto: “Cari ragazzi, tocca a noi costruire il nostro Paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà al posto nostro

Più o meno lo stesso concetto che ha ribadito anche mons. Monsignor Jilius Adelakan, vescovo di Oyo, in Nigeria, il quale ha dichiarato che “Spetta ai nigeriani sviluppare il loro paese” sottolineando come sia necessario cominciare a “sviluppare il nostro Paese in modo da renderlo un luogo in cui è desiderabile e piacevole vivere, facciamo in modo che siano gli stranieri a voler venire da noi

Già, perché la Nigeria è un Paese ricco, ma le associazioni malavitose che da lì hanno messo le loro radici in Europa, in Italia in particolare, preferiscono dedicarsi alla tratta di esseri umani. E i nigeriani, spesso vittime di credenze tribali e superstizioni preferiscono la via dello schiavismo, e spesso quella della morte, a quella del progresso per il loro Paese.

Dai vescovi africani arriva anche un appello a investire in Nigeria per creare posti di lavoro, e per avviare efficaci campagne per scoraggiare i nigeriani a tentare la fortuna in Europa mettendosi nelle mani di trafficanti di esseri umani privi di scrupoli.



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


giovedì 19 ottobre 2017

I diritti negati delle bambine africane

Nell'Africa sub-sahariana quasi 18 milioni di bambine sono escluse dalla scuola primaria, spesso perché costrette a matrimoni precoci.


Africa e diritti
Due parole che si abbracciano raramente. Tra dittature e amministrazioni corrotte i diritti umani sono spesso, troppo spesso, parole vuote che rimangono esclusivamente sulla carta di qualche trattato e inascoltate dagli Stati. E a farne le spese sono per lo più le bambine.

Molto si deve fare affinché i diritti fondamentali delle bambine siano rispettati e che abbiano le stesse opportunità riservate ai maschi. E proprio in Africa si concentra la maggioranza dei 200 milioni di donne e ragazze che hanno subito una mutilazione genitale, con il Corno d’Africa in testa. Quasi 18 milioni di bambine dell’Africa sub-sahariana sono escluse dalla scuola primaria e più di 13 milioni da quella secondaria.

Il loro destino è spesso segnato da un matrimonio che arriva quando si affacciano all'adolescenza. Il Niger è il paese con il maggior tasso di matrimoni precoci del mondo, il 76% delle ragazze si sposano prima dei 18 anni, il 28% prima dei quindici, e generano bimbi quando il loro corpo non è ancora pronto a metterli al mondo. Numeri agghiaccianti e a renderli noti è un Dossier della campagna “Indifesa” di Terre des Hommes.

Quei quindici milioni di ragazze che si sposano troppo presto
Il dossier punta i riflettori sul deprecabile fenomeno dei matrimoni precoci, che coinvolge ogni anno almeno 15 milioni di bambine e adolescenti, in tutto il mondo.

Ogni due secondi una bambina o ragazza con meno di 18 anni diventa una baby sposa, vedendo così finire i suoi sogni e le sue speranze, costrette a sposare uomini più grandi di loro, con gravi conseguenze per la loro salute e il loro sviluppo.

Oltre a portare enormi sofferenze alle vittime, questa pratica nuoce all'intera comunità in cui vivono. Secondo un recente studio della Banca Mondiale, la scomparsa dei matrimoni precoci si potrebbe tradurre in un risparmio pari a 566 miliardi di dollari (dato riferito al 2030) dovuto alla riduzione delle spese per il welfare dei singoli Stati.

Da baby spose a baby mamme il passo è breve.
Nel 2016 sono state registrate 21 milioni di gravidanze tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono nei Paesi in via di sviluppo e nel 49% dei casi si tratta di gravidanze non cercate. E circa 70mila ragazze muoiono a causa del parto e delle complicanze legate alla gravidanza.

Tra le violazioni dei diritti delle bambine ci sono anche quelle legate a conflitti e trafficking: sono circa 100mila le bambine soldato, mentre delle 2,4 milioni di persone vittime di tratta, le bambine rappresentano il 20 per cento.

È indispensabile la promozione dei diritti delle bambine nel mondo, impegnandosi a difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all'istruzione, all'uguaglianza e alla protezione. Tutto ciò a partire da interventi sul campo volti a dare risultati concreti per rompere il ciclo della povertà e offrire migliori opportunità di vita a migliaia di bambine e ragazze nel mondo.

E non c’è dubbio che un mondo migliore passa attraverso il destino delle ragazze di 10 anni. “Non c’è altro modo per prevenire e contrastare le molteplici facce di un fenomeno così complesso e articolato quale è la violenza sulle bambine, che avere a disposizione dei dati fondati sull'esperienza di quanti, ogni giorno, cercano di comprenderlo per poter affinare gli strumenti volti al rispetto dei diritti fondamentali di queste bambine che sono i pilastri del mondo di domani e dunque le cui vite allo stato nascente vanno accompagnate e sostenute oggi lungo una strada di autodeterminazione e consapevolezza del proprio ruolo


Condividi la nostra Campagna Informativa
"No alle Spose Bambine e ai Matrimoni Combinati"
- clicca qui -



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook

venerdì 22 settembre 2017

Gentiloni all'ONU. Il futuro dell'Europa è in Africa

L'intervento all'Assemblea generale del Primo Ministro italiano.

Sulla Libia. La stabilizzazione è una priorità, dialogo inclusivo rifiutando ogni ipotesi di soluzione militare. No alla costruzione di barriere, "non possiamo cavarcela da soli". E difende l'accordo con l'Iran sul nucleare. Al Palazzo di Vetro Gentiloni sottolinea la necessità di un approccio multilaterale alle crisi.

Intervento di Gentiloni alle Nazioni Unite
È un discorso all'insegna del multilateralismo quello del presidente del Consiglio al Palazzo di Vetro a New York. "Il futuro dell'Europa è in Africa" dice Paolo Gentiloni nel suo intervento all'assemblea generale dell'Onu. "L'Italia è già promotrice di un vero partenariato con i paesi africani. È investendo in Africa che si affrontano anche le cause profonde delle migrazioni, in primis le disuguaglianze economiche e demografiche. L'approccio integrato e strutturale in cui crede l'Italia sta già dando i primi risultati positivi".

Sull'immigrazione serve una risposta globale
"L'Italia è e vuole restare un Paese di accoglienza, pur nella consapevolezza del legame inscindibile fra il principio di solidarietà e quello della sicurezza", dice il premier al Palazzo di Vetro. "Ma per consolidare la nostra azione abbiamo la necessità di una risposta globale al fenomeno migratorio, che parta dalla Ue e tocchi l'intera comunità internazionale".

Priorità alla stabilizzazione della Libia
"La Libia è il tassello fondamentale per restituire al Mediterraneo Centrale il proprio ruolo storico di motore di civiltà, pace e sicurezza. La sua stabilizzazione è un obiettivo prioritario, che dobbiamo raggiungere attraverso un dialogo inclusivo, nel quadro dell'Accordo Politico, rifiutando qualunque velleitaria ipotesi di soluzione militare", spiega Gentiloni.

Non costruire barriere, non possiamo cavarcela da soli
"L'Italia sostiene l'impegno del Segretario Generale nella prevenzione dei conflitti. Prevenzione significa tutto, tranne costruire barriere. Significa soprattutto realizzare uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Non possiamo cavarcela da soli di fronte alle minacce derivanti da regimi autocratici, crisi ambientali, terrorismo. La risposta può essere soltanto comune", avverte il premier.

Insieme contro il terrorismo
"Per sconfiggere il terrorismo occorre tempo, coraggio e unità di intenti. La sempre più evidente perdita di terreno di Daesh in Iraq e Siria ha dimostrato che possiamo farcela insieme. La vittoria sul terreno non è però sufficiente", dice il presidente del Consiglio. "Il fanatismo e l'ideologia di Daesh continuano a mietere vittime e terrore nelle nostre città".

Gentiloni difende l'accordo nucleare con l'Iran
Poi il premier difende l'accordo sul nucleare iraniano. "Crediamo che la comunità internazionale debba assicurare che il Joint Comprehensive Plan of Action rimanga una storia di successo nell'ambito degli sforzi globali di contrasto alla proliferazione di armi di distruzione di massa. Allo stesso tempo, siamo convinti dell'importanza di una piena e integrale applicazione della Risoluzione Onu 2231".

Il cambiamento climatico è un'emergenza
Il cambiamento climatico è "un'emergenza le cui conseguenze sociali sono già tragicamente evidenti. Basti pensare agli oltre duecento milioni di sfollati che dal 2008 al 2015 sono stati costretti a lasciare le loro terre per i devastanti effetti dei fenomeni climatici", dice Paolo Gentiloni, senza fare riferimento esplicito alle polemiche sulla posizione di Donald Trump che ha ritirato gli Usa dall'accordo di Parigi sul clima Cop 21 del dicembre 2015.

Caso Regeni
Per Italia obbligo morale cercare la verità Per l'Italia è un obbligo morale quello di continuare a cercare la verità sul caso Regeni. Lo sottolineano fonti che hanno partecipato all'incontro di New York tra il premier Paolo Gentiloni e il presidente egiziano al-Sisi. E in questa direzione deve essere letto il ritorno dei due ambasciatori, anche per moltiplicare gli sforzi di collaborazione giudiziaria sul caso. È un impegno preciso dell'Italia, inoltre quello di continuare, anche attraverso l'azione dell'ambasciata italiana in Egitto, a mantenere viva la memoria della figura di Giulio Regeni.
(Rai News)



Condividi su Facebook


giovedì 27 luglio 2017

Crisis Watch, report sull'Africa. Da est a ovest ancora terrorismo islamico

Attacchi di gruppi di fanatici in Somalia, Kenya e Nigeria.

Profughi Sud Sudan

Crisis Watch’ è una sorta di bollettino semestrale, curato dal think tank ‘International Crisis Group’, che presenta degli aggiornamenti per quanto riguarda le più importanti crisi globali. Si va da vere e proprie guerre a violazioni di diritti umani, abusi governativi, crimine e tensioni diplomatiche. Il numero di Giugno 2017, come tutti gli altri, divide il globo in diverse aree geografiche e le analizza singolarmente. C'è anche una sezione dedicata all'Europa.

Ecco la parte dedicata all'Africa

La Somalia è ormai sinonimo stesso di crisi. La perenne situazione di instabilità politica e violenza viene confermata dal report. Al-Shabaab, la milizia islamica somala, continua a combattere con le autorità di Mogadiscio, la Missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM) e persino il vicino esercito del Kenya. Il confine tra i due Paesi è costantemente monitorato da Nairobi. Il Paese è stato spesso vittima di attacchi terroristici e incursioni da parte delle milizie somale.

Autobombe e attacchi suicidi bersagliano politici, civili e turisti in entrambi i Paesi. Il 10 giugno Al-Shabaab ha preso il controllo di Buufow, un villaggio somalo. Tra il 14 e il 20 giugno i miliziani hanno fatto più di una trentina di vittime nella capitale del Paese. In Kenya, nel nord est del Paese, il gruppo armato ha ucciso diversi civili e poliziotti a inizio giugno.

In Sudan continua la lotta per la leadership del Movimento per la Liberazione del Popolo del Sudan. Registrati scontri tra chi appoggia Malik Aggar e i supporter di Abdelaziz al-Hilu. Unione Africana e Nazioni Unite hanno deciso di rinnovare, il 29 giugno, la missione di peace-keeping nel Darfur (UNAMID), nonostante il taglio di personale per quanto riguarda polizia e truppe.

Sud Sudan. La guerra civile, scoppiata alla metà di dicembre del 2013 per un conflitto di potere tra il presidente Kiir e il vicepresidente Machar. Il conflitto ha devastato anche le regioni agricole più produttive, trasformando “il granaio del paese in un campo di morte

Evan Mawarire, pastore e capo di ‘#ThisFlag’, movimento di protesta nello Zimbabwe, è stato arrestato dopo aver preso parte a una protesta organizzata da degli studenti. Accusato di ‘causare disordine e promuovere la violenza’, Mawarire è stato preso dalle forze di polizia di Mugabe dopo un discorso agli studenti dissidenti. Sotto accusa anche Saviour Kasukuwere, membro del partito di Mugabe ZANU-PF, accusato di voler creare un ‘partito parallelo’ per rovesciare il Presidente.

Violenze in Tanzania. Si sono registrati diversi attacchi verso politici da parte di killer non identificati. Uganda e Angola, in cui i separatisti del Fronte per la Liberazione dell’Enclave Cabinda-Forze armate per il Cabinda (FLEC-FAC) hanno ucciso sette soldati del Governo nell'area di Buco Zau.

In Camerun Boko Haram ha intensificato gli attacchi contro soldati e civili. Venti civili sono morti in una serie di 18 attacchi suicidi nel solo mese di Giugno.

Nigeria. Continua la protesta delle minoranze di etnia igbo nel nord-est e nel sud-est del Paese, in sciopero contro la marginalizzazione nelle istituzioni governative. Com'è noto, Boko Haram colpisce anche la Nigeria: in giugno ulteriori attacchi e razzie nel settentrione del Paese hanno fatto decine di morti.

Ma non è solo il terrorismo a preoccupare la NigeriaContinua il braccio di ferro tra compagnie petrolifere, attivisti e agricoltori. L’inquinamento delle attività estrattive nel Paese fa temere il peggio e polarizza le divisioni etniche. Gli allevatori, in gran parte di etnia Fulani (mussulmani), hanno accusato il Governo di Abuja di stipulare provvedimenti specificamente indirizzati contro di loro, quando quest’ultimo ha decretato la legislazione in materia di limitazioni al pascolo degli animali.

Degenera la situazione in Mali, dove non è possibile implementare gli accordi di pace del 2015, a causa delle continue violenze nel nord e nel centro del Paese.

Terrorismo islamico anche in Niger. Il report segnala una serie di attacchi suicidi da parte di alcune donne del Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa Occidentale (MUJWA) in cui hanno perso la vita una decina di persone.
(L'Indro)

CrisisWatch Tracking Conflict Worldwide

Condividi su Facebook