Visualizzazione post con etichetta Africa Libera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Africa Libera. Mostra tutti i post

domenica 7 novembre 2021

Madagascar. Emergenza alimentare per la prolungata siccità

Nella Grande Isola il primo caso di carestia legata alla crisi climatica

Nel sud del paese quattro anni di siccità hanno azzerato le capacità di sopravvivenza di almeno 1,3 milioni di persone, con circa mezzo milione di bambini che soffrono di malnutrizione. Ma è tutto il continente a pagare il prezzo più alto dei cambiamenti climatici in atto.

Quello che sta avvenendo nel sud del Madagascar può essere considerato il primo caso di carestia legato alla crisi climatica. È quanto ritiene l’Onu, che sottolinea che questo sia l’unico luogo oggi al mondo in cui condizioni di carenza alimentare di tale portata sono riconducibili solo al clima e non ad un conflitto. Le carestie in altre parti del mondo, come lo Yemen, il Sud Sudan o la regione del Tigray, in Etiopia, sono infatti il risultato indiretto di conflitti armati.

Il Programma alimentare mondiale, braccio operativo delle Nazioni Unite, sta lanciando l’allarme da mesi ormai, mentre già da un anno la fame imperversa e con tutta probabilità si aggraverà nei prossimi mesi. A meno che non si intervenga con aiuti massicci alla popolazione. Una toppa in un vestito che si sta lacerando. Ma almeno salverebbe vite umane.

Va considerato che lo stato di siccità perdura da ormai quattro anni e alla perdita dei raccolti non si può più supplire (e ormai da tempo) con scorte. A determinare l’estrema siccità, che si è sommata negli anni scorsi alle tempeste di sabbia e alle invasioni di locuste, sarebbe il riscaldamento globale, di fatto fuori controllo.

Almeno 1,3 milioni di persone (ma secondo alcuni sarebbero molti di più) hanno bisogno di assistenza alimentare di emergenza, di queste già 30mila sono colpite dalla carestia. Circa mezzo milione di bambini nella regione soffrono di malnutrizione e 110mila rischiano di perdere la vita se non riceveranno subito assistenza.

Molte le testimonianze di persone che per sopravvivere mangiano qualunque cosa: dagli insetti ai fiori dei cactus rossi, a ogni tipo di tubero. E la stagione di magra, quella che va dalla semina ai raccolti (di cui ora pare non ci sia grande speranza), è appena cominciata. Ovviamente tale situazione, aggravata dalla pandemia e dall’isolamento che questa ha determinato, si ripercuote su vari ambiti della vita quotidiana, dalla salute all’istruzione, visto che molti bambini non vanno più a scuola.

Secondo il Programma alimentare mondiale servono almeno 69 milioni di dollari per finanziare quegli aiuti umanitari che sono indispensabili per affrontare (anzi, in realtà per tamponare) una tale situazione di emergenza. Il Madagascar, quarta isola più grande del mondo, è oltretutto particolarmente esposto ai cicloni per la sua posizione geografica nell’Oceano Indiano.

Si calcola che in media, 1,5 cicloni colpiscono la costa malgascia ogni anno e che ognuno di questi mega-eventi colpisca in media 700mila persone. Ora, dicono i climatologi, questi numeri stanno aumentando a causa del riscaldamento globale. La regione del sud ne risulta particolarmente colpita. E si tratta dell’area più povera del paese che soffre di una cronica mancanza di infrastrutture e investimenti pubblici.

Ma nel complesso è tutto il paese a dover fare i conti con una situazione difficile, basti pensare che il 77% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e ancora un 77% della popolazione urbana vive in baraccopoli. Anche qui, come nelle aree colpite da siccità, anche se per motivi diversi, scarseggia l’acqua così come l’elettricità, i servizi igienici e sanitari. Mentre la scarsità di cibo, causata dalla mancanza di mezzi, determina una condizione di malnutrizione acuta per migliaia di bambini.

L’Africa il continente più colpito

Oggi è il Madagascar. Domani sarà un altro paese, altre popolazioni. Nessun presagio di disgrazia a buon mercato. Facciamo parlare le osservazioni e le analisi scientifiche. L’ultimo decennio in Africa è stato il più caldo mai registrato (temperatura di circa 1,2°C più alta della media) e si prevede che molti paesi, certamente quelli fino a 15 gradi di latitudine dall’equatore, sperimenteranno (e stanno sperimentando) ondate di calore più frequenti.

In particolare, Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica del Congo, le regioni costiere dell’Angola settentrionale e della Repubblica democratica del Congo, ma anche, in Africa orientale, Uganda, Etiopia e Kenya. Una situazione legata al manifestarsi di eventi climatici estremi, aumentati nell’Africa subsahariana più velocemente che nel resto del mondo. Eventi che minacciano già 120 milioni di persone, secondo l’ultimo report dell’Organizzazione meteorologica mondiale.

Una prova di tutto ciò è data dallo scioglimento dei ghiacciai dell’Africa orientale, che subiranno la completa deglaciazione in soli due decenni a partire da ora. Rispetto agli anni ’70 la frequenza della siccità è quasi triplicata, le tempeste quadruplicate e le inondazioni decuplicate. Più del 20% delle inondazioni e più di un terzo delle siccità registrate sul pianeta negli ultimi dieci anni si sono verificate nell’Africa sub-sahariana.

Tutto questo si ripercuote sulle colture e sulla capacità dell’essere umano di gestire una terra costantemente violentata e incapace di adattarsi velocemente a situazioni climatiche così estreme. Un aumento della temperatura di 1°C, è associato a una diminuzione del 2,7% della produzione agricola.

Gli effetti saranno ancora più gravi nel continente africano, appunto, dove il sostentamento di milioni di famiglie dipende esclusivamente da attività sensibili ai fenomeni meteorologici: colture, allevamento, pesca. La diminuzione della produzione alimentare alla fine vuol dire la fuga, il tentativo di milioni di persone di cercare rifugio e salvezza altrove.

È stato calcolato che, nello scenario peggiore del riscaldamento globale, più di 86 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana si metterebbero in marcia, diventando di fatto degli sfollati. E con 19,3 milioni di sfollati, ovvero circa il 9% della popolazione, si stima che sarà il nord-africa la regione più colpita, in gran parte a causa della crescente scarsità d’acqua.

Se il trend attuale, fatto di crisi climatiche a cui si aggiungono quelle sociali, dovute ai conflitti e anche alla pandemia, continuerà, tra meno di dieci anni 840 milioni di persone nel mondo saranno affamate. Oggi sono 768 milioni, mentre 1 miliardo di persone non hanno cibo a sufficienza. Ovviamente si trovano tutti nei paesi a basso e medio reddito.

Le aree più critiche, evidenziate nella HungerMap, oltre a quelle in conflitto, l’India e zone del sud-est asiatico, si trovano nel continente africano. 8 dei 15 paesi in condizione di grave crisi alimentare sono in Africa. E non vanno dimenticati i “moltiplicatori di crisi”, i conflitti appunto, come quello in corso nel Tigray, quello civile in Camerun (che ormai va avanti da 5 anni) o le situazioni di instabilità, come quella in Sudan e nel Sahel, o dove sono molto attivi gruppi terroristici, come in Nigeria.

Secondo l’ND-GAIN Country Index, dei 20 paesi ritenuti più vulnerabili ai cambiamenti climatici, 16 si trovano in Africa. E la maggior parte di questi vive anche condizioni di forte precarietà sociale, sul fronte economico e della sicurezza.


lunedì 17 dicembre 2018

Report "Honest Accounts". L'Africa finanzia il mondo

Secondo il report "Honest Accounts" il saldo tra entrate e uscite è negativo per 41 miliardi di dollari


«L’Africa finanzia il resto del mondo per l’ammontare di 41,3 miliardi di dollari l’anno». È quanto emerge dal nuovo rapporto “Honest Accounts 2017. Come il mondo beneficia della ricchezza dell’Africa”, frutto dell’impegno congiunto dell’organizzazione britannica di cittadinanza attiva Global Justice Now, del movimento internazionale per l’annullamento del debito dei paesi più poveri Jubilee Debt Campaign e di un gruppo di Ong europee e africane.

Il dato è originato dall'esame dei flussi economici e finanziari di 47 paesi dell'Africa Sub-Sahariana. Il risultato è che nel 2015 il continente ha ricevuto 161,6 miliardi dollari sotto forma di prestiti internazionali, aiuti allo sviluppo e rimesse dei migranti, mentre l’ammontare complessivo delle uscite è stato pari a 202,9 miliardi di dollari.

Nello specifico, i paesi africani hanno ricevuto circa 19 miliardi di dollari in sovvenzioni e aiuti allo sviluppo, ma più del triplo di questi fondi, 68 miliardi, è uscito dal continente in attività finanziarie illecite. Di questa enorme fetta di torta, corrispondente a oltre il 6% del Pil dell’intera Africa, una buona parte, 48,2 miliardi di dollari, è legata al cosiddetto fenomeno del “trade misinvoicing”, ossia alle false fatturazioni commerciali delle multinazionali.

A questa cifra, inoltre, vanno aggiunti 32,4 miliardi di dollari di profitti delle multinazionali che, semplicemente, vengono riportati nei paesi dove le società hanno la loro sede. Nulla di illegale, in questo caso, ma comunque un altro grosso pezzo di ricchezza creata in Africa e goduta altrove.

E poi ci sono il rimborso del debito da parte di governi e settore privato (quasi 30 miliardi in tutto), gli utili inviati nei paradisi fiscali dopo aver sfruttato le risorse africane, la pesca e la caccia di frodo, il disboscamento illegale. Senza contare l’effetto di impoverimento prodotto dal cosiddetto “brain drain”, ossia la perdita di giovani talenti africani, che migrano a causa dei dissesti naturali e dei conflitti.

Il vero ruolo degli aiuti esteri
Gli autori del rapporto sono molto critici sul ruolo esercitato dagli aiuti esteri erogati dai governi occidentali nel continente africano, sostenendo che spesso si tratta semplicemente di finanziamenti per promuovere la privatizzazione dei servizi pubblici, il libero scambio e gli investimenti privati.

«Se lo scopo degli aiuti è quello di supportare lo sviluppo dell’Africa, dovrebbe allora essere slegato da interessi corporativi occidentali»

Viene poi evidenziato che l’Africa ha un grande potenziale minerario ed energetico, manodopera qualificata, nuove imprese in forte espansione, un vasto mercato interno e una straordinaria biodiversità. La sua popolazione dovrebbe dunque prosperare, mentre l’economia del continente dovrebbe crescere con tassi annuali a doppia cifra, pari ad almeno il doppio del 5% attuale.

Al contrario, molte persone che vivono nei 47 paesi presi in esame restano intrappolate nella povertà, mentre gran parte della ricchezza del continente defluisce sistematicamente verso i paesi più sviluppati, in gran parte ex- colonizzatori.

Inquinamento provocato dalle multinazionali del petrolio nel Delta del Niger, in Nigeria

La relazione rileva inoltre le responsabilità che i governi occidentali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno nel depauperamento del continente, per avervi introdotto politiche economiche che alimentano la povertà.

Per esempio, lo studio descrive come le compagnie estrattive che esportano minerali, gas e petrolio, ottengono ingenti profitti pagando esigue tasse grazie a rilevanti incentivi fiscali. Misure tributarie mirate, messe in atto dai governi occidentali per favorire generose riduzioni delle imposte alle multinazionali.

L’impatto del cambiamento climatico
Sono prese in esame con estrema attenzione anche le perdite associate agli effetti avversi del cambiamento climatico, nonostante l’Africa abbia contribuito in misura irrisoria allo storico accumulo dei gas a effetto serra, rispetto ai paesi sviluppati.

Il costo di adattamento per prevenire l’impatto del cambiamento climatico nel continente è stimato in 10,6 miliardi all’anno, mentre per la mitigazione dei fenomeni ad esso correlati sarebbero necessari circa altri 26 miliardi, nei quali è compresa l’adozione di sistemi di conversione dell’energia da fonti rinnovabili. Un processo di trasformazione molto più oneroso rispetto all’Europa o all’America, perché in Africa mancano le infrastrutture e la tecnologia necessarie.

Arrivando alle conclusioni, la ricerca dimostra che quello di cui i paesi africani hanno veramente bisogno è che il resto del mondo fermi i saccheggi retaggio dell’epoca coloniale, la cui natura di base rimane invariata. Per questo, gli aiuti internazionali andrebbero riconsiderati come una sorta di risarcimento per i danni causati al continente.

I ricercatori di Honest Accounts non formulano però solo critiche, ma propongono anche alcune soluzioni concrete. Tra queste, un maggiore coinvolgimento della società civile del continente e di quella dei paesi che beneficiano della sua ricchezza per contrastare la corruzione, eliminare le politiche fiscali svantaggiose e i troppi squilibri che impediscono lo sviluppo dell’Africa.

Leggi anche


La nostra Campagna Informativa
"Africa Libera"
- clicca qui -




Articolo a cura di
Maris Davis


Condividi su Facebook




lunedì 26 giugno 2017

Sudan, migliaia di palmeti distrutti dal fuoco lungo le rive del Nilo

Almeno 1.500 palme da dattero, sei generatori per l’irrigazione e alcune case sono stati distrutti in un incendio scoppiato lunedì nella zona di Koka, nelle vicinanze di Dongola, capitale dello stato del Nord, in Sudan. In un altro incendio, scoppiato in maggio nell'isola di Artemi, nella zona do Dogo, sempre lungo il corso del Nilo, sono andate distrutte almeno 500 palme.

L’attivista nubiano, i nubiani sono una minoranza etnica che vive nel nord del Sudan, Adham Nasir ha dichiarato a Radio Dabanga che la causa del disastro non è nota per ora, ma che la gente sospetta si tratti di un incendio doloso. Ha anche sottolineato che gli incendi, attribuiti a persone che rimangono sconosciute, sono in crescita nell'ultimo periodo, mentre le autorità competenti non mostrano nessun interesse per contenere il fuoco e scoprire i responsabili.

Secondo statistiche del Nubian development committee, dal 2005 al 2016 almeno 250.000 palme sono state distrutte dal fuoco. Il governo non ha statistiche su questi disastri ambientali ed economici. Per la popolazione nubiana, infatti, la palma da dattero è una delle maggiori fonti di reddito.

Le rive del Nilo sono una striscia di terra fertilissima che corre in mezzo al deserto. Il Nilo che scorre nello Stato del Nord è inoltre la parte del fiume interessata dalla costruzione di numerose dighe, destinate a formare bacini per lo sviluppo dell’agricoltura meccanizzata, ad opera di investitori stranieri. Si sospetta, dunque, l’origine dolosa degli incendi.
(Radio Dabanga)

Condividi su Facebook


 

mercoledì 23 novembre 2016

L'Africa, i paradisi fiscali e la grande frode

Evasione fiscale, creazione di fondi illeciti, corruzione e riciclaggio di denaro, in Africa generano un “tesoretto” illegale di almeno 60 miliardi di dollari all'anno

Denaro che viene sistematicamente sottratto a progetti di sviluppo per la popolazione, aumentando le diseguaglianze. Il sistema è ingovernabile perché senza regole né trasparenza, ma c’è chi sta provando a mettere dittatori e politici corrotti sotto pressione.

"Vedere un dittatore atterrare a Ginevra potrebbe essere una buona cosa. Potrebbe (per esempio) significare che si tratti di un viaggio diplomatico per partecipare a dei colloqui di pace (la città ospita istituti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali). Ma la Svizzera è anche un paradiso sicuro per uomini potenti che arrivano dal terzo mondo e che vogliono mettere da parte i soldi che hanno rubato al proprio popolo"

È la considerazione fatta dal giornalista investigativo freelance svizzero François Pilet alla rivista statunitense Newsweek per spiegare lo scopo del suo progetto: il GVA Dictator Alert.

Si tratta di un Twitterbot che posta automaticamente un messaggio sul social network non appena l’aereo di un dittatore o del suo governo atterra o decolla dall'aeroporto di Ginevra. Pilet, assieme a suo cugino Julien, ha creato questo account Twitter lo scorso 16 aprile, allo scopo di monitorare i viaggi dei leader degli Stati definiti "regimi autoritari", dal Democracy Index 2015, per acquisire eventuali tracce di illeciti. L’idea è quella di rendere gli spostamenti dei dittatori "trasparenti" e dissuaderli da reati come l’evasione fiscale, la creazione di fondi illeciti, la corruzione o il riciclaggio di denaro.

Il progetto non è nato per caso. Julien è uno sviluppatore informatico e François, oltre a essere giornalista del magazine svizzero L'Hebdo, è membro dell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), il collettivo internazionale che ha lavorato ai “Panama Papers

Il bot Twitter funziona grazie ad un’antenna sistemata vicino all'aeroporto, che riceve i segnali Ads-B, i quali trasmettono il codice identificativo e la localizzazione di ogni aereo. Un programma confronta quei dati con quelli raccolti da diversi database online che tracciano il traffico aereo nel mondo. Quando vi è una coincidenza fra il numero di coda di un volo e quello di un apparecchio utilizzato da un governo autoritario, allora viene postato un tweet con i dettagli del volo.


Uno strumento utile per l’indagine d’inchiesta, il cui account ha già riscosso successo con quasi 14 mila follower. Il bot al momento monitora e pubblica i movimenti di oltre 80 velivoli di 21 paesi diversi, tra cui Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia. Ma anche molti africani come l'Algeria, il Gabon e tanti altri.

Caso Obiang .. E proprio dall'Africa è partita l’idea. Pilet ha infatti deciso di lanciare il GVA Dictator Alert dopo che lo scorso marzo L'Hebdo ha pubblicato una sua inchiesta sui viaggi e gli affari finanziari in Svizzera dei membri del regime della Guinea Equatoriale. Paese guidato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo dal 1979 (è il presidente più longevo d’Africa).

Teodorin Nguema Obiang, Guinea Equatoriale
Segnalando i numerosi atterraggi degli aeromobili della Guinea Equatoriale all'aeroporto Cointrin (negli ultimi sei mesi 25 segnalazioni) Pilet ha fatto posare gli occhi della magistratura elvetica sul vicepresidente Teodorin Nguema Obiang, figlio di Teodoro. Fino a quando lo scorso 18 ottobre è stata aperta un'indagine preliminare a suo carico per i reati di riciclaggio di denaro, appropriazione indebita di fondi pubblici e corruzione, e la scorsa settimana è stato aperto ufficialmente un procedimento penale. Un buon risultato, dato che, contemporaneamente, su richiesta del pubblico ministero, gli sono state anche sequestrate 11 (undici) auto di lusso custodite nell'area di carico dell’aeroporto di Ginevra.

Il rampollo è già sotto inchiesta in Francia e Spagna per accuse simili ed è stato imputato anche negli Stati Uniti, dove ha patteggiato un risarcimento mai pagato. Sembra che dal 2004 la maggior parte della fortuna di Teodorin sia passata attraverso conti bancari svizzeri. Si parla di centinaia di milioni di dollari, che in buona parte sarebbero tangenti e denaro frodato allo Stato e alle imprese del suo paese.

L’erede di Teodoro non è da solo. L’inchiesta francese che lo riguarda, fa parte di un’ampia indagine avviata nel 2008 denominata "biens mal acquis" (guadagni illeciti). In essa sono coinvolti anche altri leader africani che, come lui, in passato avrebbero acquistato costose proprietà in Francia con soldi sottratti alle loro casse statali: il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso e l’ex presidente del Gabon, Omar Bongo, padre dell’attuale presidente Ali Bongo.

Swissleaks e Panama Papers .. Si commette un errore a ritenere che i paradisi fiscali siano esclusivo appannaggio di ricchi uomini dei paesi occidentali. In Africa se ne fa largo uso. Quelli sopracitati sono solo i casi più recenti e famosi di evasione fiscale, appropriazione indebita o riciclaggio in cui sono coinvolti potenti personaggi africani.

Nel febbraio 2015, per esempio, è stata pubblicata l’inchiesta giornalistica denominata “Swiss-leaks”, che riguardava la fuga di notizie sui conti di 100.000 clienti e 20.000 società offshore aperti nella filiale svizzera della banca britannica Hsbc (la famosa “lista Falciani) che ammontavano a più di 100 miliardi di euro. Il continente africano era molto presente nella lista. Sono stati trovati depositi sospetti collegabili ad operazioni di evasione fiscale, riciclaggio e traffico d’armi, materie prime e diamanti che riguardavano Tanzania, Kenya, Uganda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo e tanti altri.

Isaias Afewerki, dittattore dell'Eritrea
Alcuni di quei conti hanno anche generato molto scalpore. Per esempio quello dell’Eritrea il paese africano più presente nella lista. Su un unico conto, quasi certamente di proprietà dello stesso presidente eritreo Isaias Afewerki, si trovavano più di 695 milioni di dollari. Un affronto all'intelligenza umana se si pensa che i cittadini eritrei muoiono di fame e i maschi sono costretti a fare il servizio militare praticamente a vita, e per questo in massa fuggono per raggiungere l'Europa dopo viaggi allucinanti.

Tra i numerosi clienti stranieri che si nascondevano dietro lo schermo della banca Hsbc è spuntato fuori anche il re marocchino, Mohammed VI e la famiglia reale. Fece scandalo perché, per legge, a un cittadino residente in Marocco non è concesso aprire un conto corrente all'estero, salvo speciale deroga. Cosa che l’Ufficio dei Cambi marocchino non ha mai confermato.

Da non dimenticare poi, lo scandalo mondiale dei “Panama Papers” scoppiato lo scorso aprile. L’inchiesta riguardava documenti trapelati dallo studio legale panamense Mossack Fonseca che fa consulenze per aiutare ricchi clienti a usufruire dei vantaggi garantiti dal paradiso fiscale centroamericano. Anche qui sono emersi nomi di personalità e uomini d’affari africani. Molti i politici, come José Maria Botelho de Vasconcelos, l’attuale ministro angolano del petrolio, James Ibori, ex Governatore del Delta State in Nigeria o, Emmanuel Ndahiro, ex capo dell’intelligence rwandese ed ex consigliere per la sicurezza del presidente Paul Kagame. Ma anche parenti stretti dei leader, come Jaynet Kabila, sorella del presidente congolese Joseph Kabila, o la nipote del presidente sudafricano Jacob Zuma, Clive Khulubuse Zuma.

Dati dell’Africa frodata .. È appurato che meccanismi di elusione fiscale usati a livello globale sottraggano risorse al sistema dello Stato sociale. Nei paesi africani ciò equivale inevitabilmente alla privazione delle risorse necessarie a combattere povertà e analfabetismo diffusi.

C’è chi ha provato a quantificare. Secondo uno studio condotto nel 2015 da Gabriel Zucman, professore della London School of Economics, i paradisi fiscali detengono capitali illegali pari all’8% del patrimonio finanziario mondiale. Di tutta questa ricchezza esentasse, almeno 500 miliardi di dollari sono “africani

Un dato confermato anche dall’Oxfam in un suo recente rapporto, nel quale si afferma che il tesoretto illegale equivale al 30% del patrimonio degli africani ricchi

Una massa enorme di denaro pubblico che sarebbe sufficiente a coprire la spesa sanitaria per quattro milioni di bambini e assicurare l’istruzione primaria in tutto il continente

Ed è sempre del 2015 uno studio di una commissione dell’Unione Africana guidata dall’ex presidente sudafricano Tabo Mbeky, denominato “Illicit financial flows – Tuck it! Stop it! Get it!”, nel quale si apprende che i crimini finanziari, quali l’elusione delle tasse e la corruzione, drenano dal continente almeno 60 miliardi di dollari all'anno. Una grande frode.

Disuguaglianze

Diseguaglianza: Secondo l’ultimo rapporto Oxfam l’1% della popolazione mondiale possiede più del restante 99%. 62 persone nel mondo detengono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione globale (3,6 miliardi di persone). Nell’arco di 5 anni, questi ‘paperoni’ hanno visto crescere i loro patrimoni di 500 miliardi di dollari (+44%), arrivando a un totale di 1.760 miliardi. Le diseguaglianze crescono: nel 2010, erano 388 i miliardari i cui patrimoni valevano quanto quello di tutta la metà più povera del pianeta. Nel 2014, erano 80. Oggi, appunto, 62.

Ultimi paradisi assoluti: Secondo l’Ocse, restano 11 i paesi dove il segreto bancario è ancora invalicabile, la tassazione è inesistente. Brunei, Isole Marshall, isola di Dominica, Micronesia, Libano, Guatemala, Liberia, Panama, Isola di Nauru, Vanuatu, Trinidad e Tobago.

Wealth Manager: Una figura di consulenza in ascesa nel mondo della finanza “per ricchi”. Sono i gestori di grandi patrimoni. Questi professionisti (che di solito sono avvocati, commercialisti, fiscalisti o consulenti finanziari) aiutano i clienti a sottrarre “legalmente” ricchezze al fisco. Attraverso fondi fiduciari, società offshore e altri strumenti simili, “nascondono” grandi concentrazioni di potere economico rendendo difficile se non impossibile risalire ai veri detentori della ricchezza. Le loro attività sono formalmente legali ma socialmente illegittime.

Di recente è aumentato il loro interesse verso il mercato di clienti africano, proprio perché negli anni è cresciuto il numero di africani con almeno un milione di dollari di patrimonio investibile, i quali, secondo l'ultimo rapporto World Wealth Report, sarebbero 145 mila.


Certo, è essenziale perseguire chi viene “beccato, e ben vengano iniziative d’indagine come quella dei Pilet, ma la verità è che alla base del problema ci sono istituzioni come i nuovi wealth manager che facilitano la frode fiscale in tutto mondo. Un grande sistema che è ingovernabile perché senza regole né trasparenza, dal quale è nato un patrimonio transnazionale nascosto e facilmente trasferibile con un semplice clic da un paese offshore ad altri.
(fonti e dati Nigrizia)

I paradisi fiscali sono tra le principali cause di diseguaglianze nel mondo ed è su di essi che si dovrebbe intervenire con una normativa sovranazionale unica, più rigida e severa che li costringa alla trasparenza


Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook

martedì 26 maggio 2015

Nigeria. Paese ricco di petrolio ma povero di benzina

La Nigeria senza carburante. La più grande economia dell'Africa è in grossa difficoltà per le proteste di benzinai e fornitori, le principali aziende hanno tagliato i servizi.

La scarsità di petrolio ha portato a una situazione di paralisi in tutto il paese, visto che la rete elettrica non è efficiente, i prezzi della benzina al mercato nero sono aumentati molto velocemente e hanno raggiunto prezzi altissimi. Inoltre sono state colpite molte aziende dei settori più ampi e hanno annunciato tagli e disservizi: si va dalle società di telecomunicazioni come MTM, che ha 50 milioni di abbonati, a quelle di telefonia (spesso le torri di rete locali, così come la maggior parte delle abitazioni private, sono alimentate da generatori a diesel). Le banche che hanno chiuso filiali o ridotto gli orari di apertura, le aziende di trasporti e le principali compagnie aeree del paese (come Arik Air e Aero Contractors) sono state costrette a cancellare diversi voli. I voli internazionali sono inoltre costretti a atterrare nei paesi vicini per fare rifornimento.

Da un mese i distributori sono in sciopero per protestare contro il prezzo fisso del carburante imposto dal governo, in un paese, che pur essendo il più grande produttore di petrolio d'Africa (2,5 milioni di barili di greggio al giorno), dipende in larga parte dai prodotti petroliferi raffinati all'estero a causa della mancanza strutturale di raffinerie locali.

Per calmierare i prezzi alla vendita il governo ha stabilito un prezzo fisso di 0,44 dollari al litro. Tuttavia i rivenditori di carburante e i gestori delle pompe di benzina devono acquistare dall'estero i prodotti petroliferi a prezzo di mercato, per questo accusano il governo di aver contratto un debito con loro di circa un miliardo di dollari, l’equivalente delle perdite riportate a causa della differenza tra il prezzo fisso imposto dallo stato e il costo delle importazioni.

La Nigeria è uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa. Nonostante questo, però, dipende dalle importazioni di prodotti raffinati poiché sul suo territorio non ci sono raffinerie. Le proteste e le interruzioni delle forniture sono cominciate circa un mese fa, contro la decisione del governo di imporre un prezzo fisso del carburante (87 naira al litro, corrispondenti a 0,44 dollari).

I rivenditori e i gestori delle pompe di benzina devono però acquistare all’estero i prodotti petroliferi a prezzo di mercato e accusano il governo di aver accumulato con loro un debito di quasi un miliardo di dollari, calcolato come differenza tra il prezzo fisso imposto dallo Stato e il costo delle importazioni.

La crisi arriva in un momento molto delicato per la Nigeria. Il prossimo 29 maggio si insedierà ufficialmente il nuovo governo del presidente Muhammadu Buhari e si attende l’arrivo di circa 50 leader politici e capi di Stato da tutto il mondo. Il partito del nuovo presidente ha accusato il governo uscente di "sabotaggio" per non essersi occupato della crisi.
(Fonte Ansa)

Africa Libera
Via dall'Africa chi "ruba" all'Africa .. Sono stanca del "razzismo" degli italiani, ho cercato di capire, ho cercato di comprendere, ma adesso basta. L'impoverimento dell'Africa è colpa dell'Europa, quella stessa Europa che "rifiuta" di accogliere i miei fratelli africani. Ogni giorno sopporto l'odio di "troppi" italiani, è ora che l'ENI, e tutte le altre compagnie e multinazionali che stanno sfruttando l'Africa .. SE NE VADANO VIA DALL'AFRICA.