giovedì 25 ottobre 2018

Presi gli assassini di Desirée. Stuprata per ore, costretta ad assumere stupefacenti e poi uccisa

Si tratta di un nigeriano e due senegalesi, Mamadou Gara (26 anni), Brian Minteh (43) e Alinno Chima, il nigeriano, 46 anni. Sono accusati di violenza sessuale di gruppo e omicidio volontario. "La quarta bestia è stata individuata e sarà presa a breve"


È stata drogata e poi abusata sessualmente quando era in uno stato di incoscienza Desirée Mariottini, la 16enne trovata morta in uno stabile occupato nel quartiere romano di San Lorenzo. Tre persone fermate: un nigeriano di 46 anni e due senegalesi, bloccati nella notte. Si cerca almeno un altro complice. Gli inquirenti indagano per violenza sessuale di gruppo, cessione di stupefacenti e omicidio volontario con varie aggravanti, tra cui la crudeltà.

I fermati durante la notte sono i due cittadini senegalesi Mamadou Gara (26 anni) e Brian Minteh (43), irregolari in Italia. Secondo gli inquirenti della squadra mobile, entrambi sono ritenuti responsabili, in concorso con altre persone, di violenza sessuale di gruppo, cessione di stupefacenti e omicidio volontario.

Un fermato aveva ricevuto un provvedimento di esplusione. Uno dei due senegalesi, Mamadou Gara, aveva un permesso di soggiorno per richiesta d'asilo scaduto e aveva ricevuto un provvedimento di espulsione firmato dal prefetto di Roma il 30 ottobre 2017. Il 26enne si era reso irreperibile. Era stato poi rintracciato dal personale delle volanti a Roma il 22 luglio 2018 ed era stato richiesto nulla osta dell'autorità giudiziaria per reati pendenti a suo carico.

Il nigeriano aveva il permesso umanitario scaduto. Il terzo fermato per la morte di Desirée Mariottini, il nigeriano Alinno Chima, 46 anni, risulta titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla questura di Roma il 14 marzo 2016 e scaduto il 13 marzo 2018. Lo si apprende da fonti investigative, che segnalano come per la banca dati del comune di Roma l'uomo era irreperibile.

Desirée conosceva i fermati, le hanno dato la droga. Secondo quanto emerso, Desirée conosceva i due fermati che gravitavano nel palazzo abbandonato che avrebbe già frequentato in passato. A quanto accertato, i due avrebbero ceduto alla ragazza la droga, forse parte del mix di stupefacenti che è poi stato fatale per la 16enne.

"Non cosciente per ore, abusata più volte". A quanto ricostruito dagli investigatori, Desirée sarebbe stata non cosciente per ore a causa di un mix micidiale di droghe e poi abusata più volte da più persone. La 16enne avrebbe assunto droga già nel pomeriggio del 18 e avrebbe perso coscienza per poi morire nella notte. In quel lasso di tempo, mentre dallo stato di incoscienza si passava alla morte, si sarebbero consumati gli abusi.

La madre: "Voglio giustizia, non deve più accadere". "Ora voglio giustizia per Desirée, voglio che questa tragedia non accada ad altre ragazze". Lo ha affermato Barbara Mariottini, la mamma di Desirée, commentando la notizia dei fermi. Chiusa in casa a Cisterna di Latina la donna ha preferito restare con la sua famiglia e lasciare Roma dove Desirée è morta.

Un testimone: "Stava male, intorno a lei 7-8 persone". "Quella notte ero nel palazzo. Ho visto Desirée stare male. Era per terra e aveva attorno 7-8 persone. Le davano dell'acqua per farla riprendere". A parlare è uno dei frequentatori del palazzo di via dei Lucani che dice di essere stato ascoltato in Questura. Il testimone racconta anche che la notte del 19 ottobre, attorno all'una, "qualcuno chiamò i soccorsi"

Salvini: "La quarta bestia sarà presa a breve". Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini che ieri aveva visitato i luoghi dell'orrore: "Grazie alle forze dell'ordine. Farò di tutto perché i vermi colpevoli di questo orrore paghino fino in fondo, senza sconti, la loro infamia. Io oggi sono felice perché tre bestie che hanno stuprato una ragazza sono state prese, e la quarta verrà presa nei prossimi minuti"

Raggi: "Atroce delitto, ora giustizia". "Giustizia per Desirée. Grazie alla Procura e alle forze dell'ordine per il fermo di due persone nelle indagini sul terribile omicidio della ragazza. Si cercano altri due complici dell'atroce delitto. Chi ha fatto questo pagherà". Lo ha scritto su Twitter il sindaco di Roma Virginia Raggi.
(TgCom24)



Chi era Desirée, e cos'è San Lorenzo
Frastornati, sbigotti, increduli. I cittadini di Cisterna di Latina, dove è nata e cresciuta Desirée Mariottini, la sedicenne stuprata per ore e uccisa da una banda di balordi africani nel quartiere San Lorenzo di Roma, sono sotto choc. Non parlano alle telecamere ma si scambiano pensieri e riflessioni per chat, commentano in piazzetta raccontando la vera storia dei parenti (le famiglie Mariottini e Mazzoli) della sfortunata ragazza sulla quale la stampa si sta scatenando in cerca del particolare pruriginoso o del titolo a effetto. «Era una “brava” famiglia, quella di Desirée, rispettata e amata da tutti». Una famiglia “normale”. Ma anche una famiglia molto complicata, Desirée viveva con la mamma e la nonna, alla quale era stata affidata, perché il padre non l’ha mai riconosciuta. E per questo la ragazza portava il cognome della mamma che la ebbe a soli 16 anni.

Cisterna sotto choc: è una storia bruttissima
«È una storia bruttissima», dicono scuotendo la testa gli abitanti della cittadina in provincia di Latina, «una storia incredibile». «Lei è la nipote di un sindacalista impiegato del Comune di Cisterna, la moglie, Patrizia Mazzoli, è un’impiegata della Prefettura, sorella dell’ex vice-comanante dei vigili urbani». Insomma una famiglia storica, radicata nel tessuto di una piccola-grande città di provincia nel cuore dell’Agro pontino. L’ultimo contatto con Desirée dei suoi familiari è una telefonata con la nonna materna il 17 ottobre. Poi più nulla, fino alla tragica fine con il ritrovamento del corpo martoriato due giorni dopo in uno stabile “occupato” nel quartiere romano di San Lorenzo, una dei più violenti della città, un vero e proprio Bronx. «Ho perso l’autobus, resto a Roma da un’amica», queste le ultime parole che Desirée avrebbe detto alla nonna prima di sparire. A rivelarlo è stato l’avvocato della famiglia della ragazza, Valerio Masci che spiega come la telefonata sia arrivata «stranamente da un’utenza privata, che ha subito messo in allarme la famiglia».

Lo sciacallaggio della stampa
Stampa e televisioni, come per altri drammi simili, fanno a gara nella narrazione dell’orrore sfoderando servizi improbabili. Dotti commentatori, cresciuti a pane e “Repubblica”, spostano i riflettori sul presunto clima di razzismo che sarebbe alimentato dal governo della ruspa e dei rimpatri. Uno squallore incommentabile. Ma nessuno che approfondisca le dinamiche di un quartiere off limits dove il crimine e il malaffare regnano sovrani e immigrati irregolari senza documenti, come gli assassini di Desirée, girano indisturbati. San Lorenzo, i romani lo sanno bene, è uno dei quartieri dal passato antifascista che accoglie a braccia aperte le “risorse” straniere. Per non parlare degli stabili occupati. Alcuni sono intoccabili, coccolati dalle istituzioni, spesso covi di delinquenti pronti a partire in missione per raid, stupri e spaccio. Altri, radicati nel territorio e magari benvisti dai residenti che “così” si sentono “più sicuri”, sono in cima alla lista degli sgomberi. Ma questa è un’altra storia.
(Secolo XIX)


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lunedì 15 ottobre 2018

Lecco, quando il razzismo si insinua nelle istituzioni anche contro i bambini

Niente mensa per i figli di oltre 300 famiglie extracomunitarie. Polemica contro la sindaca leghista.


Camusso: "Bambini come ostaggi, scandaloso". Martina: "Governo fermi subito questa vergogna". Renzi: "Disumano"

Polemica sul caso delle mense scolastiche di Lodi "vietate" a oltre 300 famiglie extracomunitarie. Il fatto nasce con il nuovo regolamento, approvato dal Comune a guida Lega, che disciplina i servizi scolastici come mensa e scuolabus. Chi vuole accedere alle agevolazioni tariffarie, infatti, deve presentare la documentazione Isee.

Il problema, però, è che agli stranieri viene richiesto in aggiunta un documento del proprio paese d'origine che attesti che non possiedono nulla e che deve essere tradotto in italiano. Molti, a causa della difficoltà di reperire un documento del genere, rinunciano. Ma questo significa automaticamente passare nello scaglione più alto, che molti extracomunitari non riescono a pagare. E questo significa rinunciare al servizio della mensa e dello scuolabus. Il Comune di Lodi l'ha definita una norma 'antifurbetti', ma dal PD e dalla Curia sono partite le prime bordate.

Sul Cittadino, il quotidiano locale, il vescovo Maurizio Malvestiti ha ricordato che "La scuola deve accogliere tutti, con pari diritti e doveri. Talora ci sono problemi ma i bambini non vanno mai coinvolti"

Sono poi arrivate le parole dure del segretario del PD, Maurizio Martina, e dell'ex premier, Matteo Renzi. "Come fa ad addormentarsi sereno un sindaco che caccia bambini da una mensa scolastica? A quale livello di meschinità siete arrivati? Fermatevi. Subito". Mentre Renzi ha attaccato: "Vedere dei bambini discriminati alla mensa scolastica per ragioni economiche fa male al cuore. La politica basata sull'odio e sulla paura genera mostri. Quello che sta accadendo a Lodi per me è disumano"

Dura anche la Camusso: "La scelta di Lodi è scandalosa: come si fa a utilizzare i bambini come ostaggi di una partita che è quella della separazione del Paese? C'è un clima che andrebbe ricondotto alla ragionevolezza anche perché siamo di fronte a un allarme che non ha ragione d'essere ed è figlio dell'assenza di leggi che regolino con normalità i flussi che ci sono e che ci saranno sempre"

Sulla questione interviene anche il ministro dell'Interno, Matteo Salvini: "Non devono esserci furbetti: tutti devono pagare, tutti devono essere trattati alla stessa maniera. Il fatto che qualcuno, certamente non i bambini ma i genitori, che potrebbe pagare ritiene di non doverlo fare, rappresenta un insulto a genitori italiani e stranieri, che invece pagano quello che devono. Quindi fa bene qualunque sindaco, e l'hanno fatto anche quelli di sinistra a chiedere che non ci siano genitori furbi e altri meno furbi"
(Huffington Post)

Il vero problema NON sono i "furbetti", il vero problema è il diverso trattamento riservato ai figli "italici" rispetto ai figli di stranieri. Mentre ai bambini italiani è sufficiente l'autocertificazione, ai figli di stranieri sono richiesti, al contrario, documenti non facili da reperire e quasi impossibili da avere, e che comunque richiederebbero tempi lunghissimi. Di fatto una discriminazione.

"Colmiamo la differenza", raccolta fondi per aiutare i bambini dalle mense scolastiche di Lecco
"A tutti i bambini deve essere garantita la possibilità di avere pasti nutrienti, spiegano in un comunicato il gruppo di genitori che hanno aderito all'iniziativa. La mensa rappresenta inoltre un importante momento di socialità nella vita scolastica. Di fronte a questo provvedimento, le scuole sono state lasciate a sé stesse a gestire una situazione di emergenza. I bambini sono tutti uguali, non vogliamo credere che oggi, nel 2018, a Lodi non sia possibile trovare una soluzione giusta che non segreghi alcuni bambini rispetto ad altri"



Spari contro migranti, tutti i casi dell'ultimo periodo

Sono almeno sette gli episodi di violenza ai danni di cittadini stranieri da inizio giugno, ultimi in ordine di tempo quelli di Caserta e Cassola. Pochi giorni prima la vicenda della bimba rom ferita per strada, ma ci sono state denunce anche a Napoli, Forlì e Latina

"L'Italia non può assomigliare a un Far West dove un tale compra un fucile e spara dal balcone". È il monito lanciato anche dal capo dello Stato Sergio Mattarella a un Paese che, tra giugno e settembre, conta sette episodi denunciati di aggressioni con spari contro migranti. Un’escalation di violenza che riporta innanzitutto a quel 3 febbraio 2018, quando Luca Traini ha seminato il terrore per le strade di Macerata in un raid razzista che ha portato al ferimento di sei persone straniere: l’obiettivo del 28enne era vendicare la morte di Pamela Mastropietro, per il suo omicidio si trova in carcere l’uomo di origini nigeriane Innocent Oseghale. Ultimi in ordine di tempo gli episodi del 27 luglio a Caserta e nel Vicentino.

11 giugno
Due migranti del Mali, beneficiari del progetto Sprar del Comune di Caserta, hanno denunciato di essere stati raggiunti da colpi di pistola ad aria compressa sparati da tre ragazzi che gridavano "Salvini, Salvini!". Uno dei due è rimasto ferito all’addome, mentre l’altro è stato solo sfiorato dai colpi. "Venivo da casa di un amico dove ero stato ospitato - ha raccontato uno dei due migranti - è passata una Panda nera che ha fatto dapprima un paio di giri, dopo ho sentito degli spari. Ho visto che la persona che stava accanto al guidatore sparava gridando 'Salvini, Salvini, Salvini'. Siamo scappati, avevo paura e non ho realizzato subito che ero stato ferito. Me ne sono accorto dopo quando stavo a casa"

20 giugno
Nella notte tra il 20 e il 21 giugno è la volta di Napoli. In pieno centro, intorno alla mezzanotte, un 22enne maliano viene ferito all'addome con due piombini esplosi da un fucile ad aria compressa. Il giovane, chef in un ristorante, ha raccontato di essere stato preso di mira da due sconosciuti a bordo di un'auto: "Sparavano e ridevano", ha detto il ragazzo, ma "ho temuto di morire"

3 luglio
A Forlì, nella notte tra il 2 e il 3 luglio, in corso Garibaldi, una donna nigeriana sarebbe stata avvicinata da un motorino e una delle due persone a bordo l'avrebbe ferita al piede con una pistola da softair.

5 luglio
Pochi giorni dopo, sempre a Forlì, in via Bolognesi, un migrante ivoriano di 33 anni è stato colpito da un proiettile partito presumibilmente da una pistola ad aria compressa: era in sella a una bici, ha raccontato, e il colpo sarebbe partito da un'auto che lo ha affiancato.

11 luglio
A Latina Scalo due giovani migranti di nazionalità nigeriana sono rimasti lievemente feriti dopo essere stati colpiti da alcuni spari esplosi da una pistola ad aria compressa mentre aspettavano l’autobus.

17 luglio
A Roma una bambina di etnia rom è stata colpita da un piombino di una pistola ad aria compressa mentre era in braccio alla madre. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la donna si è accorta che alla figlia usciva sangue dalla schiena e, una volta arrivata all'ospedale, è stata sottoposta a un intervento chirurgico durante il quale le hanno estratto un piccolo corpo estraneo metallico molto simile a un piombino di una pistola ad aria compressa. Per l’accaduto è indagato per lesioni gravi un uomo italiani tra i 45 e i 50 anni che si è difeso sostenendo che il colpo è partito inavvertitamente.

27 luglio
Due gli episodi avvenuti in un solo giorno. A Cassola, in provincia di Vicenza, un operaio di 33 anni di origine capoverdiana è stato ferito da un colpo d’arma da fuoco mentre stava lavorando su un ponteggio a 7 metri d'altezza. L’uomo che ha sparato da un condominio vicino, un 40enne disoccupato, si è giustificato dicendo che il suo reale obiettivo era un piccione.

Il secondo caso è avvenuto a Caserta, dove un migrante della Guinea, richiedente asilo e ospite di un centro di accoglienza di San Cipriano d'Aversa, ha denunciato di essere stato colpito in pieno volto con una pistola ad aria compressa. Il giovane, ferito superficialmente, ha detto di essere stato avvicinato da due ragazzi in moto che hanno poi fatto fuoco.




Articolo a cura di
Maris Davis


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sabato 13 ottobre 2018

Condannato a 25 anni il romanziere di Giaveno. Riconosciuto colpevole dell'assassinio di Anthonia, nigeriana di 20 anni

Aveva descritto il delitto in un romanzo. Giovedì 11 ottobre il tribunale di Torino ha condannato Daniele Ughetto Piampaschet a 25 anni di carcere per l’omicidio di Anthonia Egbuna, all'epoca (2011) ventenne.

Anthonia Egbuna, 20 anni
La condanna è arrivata dalla Corte d’Assise nel nuovo processo d’appello. la Cassazione aveva infatti annullato la precedente condanna di secondo grado (in primo grado Ughetto era stato assolto) e allora è stato “rifatto” il processo.

Anthonia Egbuna fu uccisa "presumibilmente" alla fine di novembre 2011 a Torino. Era una delle tante ragazze nigeriane costrette a prostituirsi nel torinese e Ughetto si era "innamorato" di lei, o come disse lui stesso, voleva salvarla. Il corpo della giovane nigeriana fu gettato nel fiume Po e trovato solo il 26 febbraio 2012, tre mesi dopo il suo assassinio. Si tratta della quarta sentenza nei confronti dello "scrittore" di Giaveno.

Il Piampaschet aveva descritto l'assassinio della ragazza in un romanzo "La Rosa e il Leone" (mai pubblicato) e poi, secondo l'accusa, mise in pratica il delitto anche nei dettagli. Ha retto quindi l'impianto accusatorio che si è basato proprio sulla premeditazione del delitto.

Una lunga vicenda. Sullo sfrondo il romanzo "La Rosa e il Leone"
La storia della vita di Daniele Ughetto Piampaschet, si incrocia con le pagine del suo stesso romanzo, “La Rosa e il Leone”. Scritti che nel 2012 vennero sequestrati dai carabinieri per far luce sul tragico epilogo di una dolorosa vicenda, non ancora terminata (la sentenza di questi giorni non è ancora definitiva), in cui il Piampaschet è stato condannato per l’omicidio di Anthonia Egbuna, una ragazza nigeriana che era costretta a prostituirsi nelle grigie e polverose strade tra Torino e Carignano.

I giovani si erano frequentati assiduamente dal 19 febbraio 2011 (data in cui si erano conosciuti), al 28 novembre 2011 (presunta morte della donna)

Una lunga trafila giudiziaria. Daniele Ughetto viene arrestato con l’accusa di omicidio, ma è scarcerato in seguito all'assoluzione della Corte d’Assise di Torino che non lo ritiene responsabile di aver commesso il fatto. Il libro da lui scritto che narra di un assassinio quasi identico a quello avvenuto nella realtà, sarebbe stato una semplice finzione letteraria che avrebbe condizionato le indagini nei confronti dell’imputato. Secondo i giudici di primo grado la narrazione letteraria e i fatti reali sarebbero stati "simili" solo per una coincidenza. Una coincidenza perfino il nome identico tra la protagonista del romanzo e quello reale della povera Anthonia.

L’appello ribalta tutto. Quel romanzo per la Corte d'Assise di Torino non sarebbe stato frutto di fantasia dello scrittore bensì un triste preludio all'omicidio, ed Ughetto viene così condannato a 25 anni. Infine il ricorso alla cassazione, che rimanda tutto indietro per ascoltare nuovi testimoni. Il nuovo processo d'appello, l'11 ottobre scorso, conferma a Daniele Ughetto Piampaschet 25 anni di carcere per aver premeditato il delitto.

E poi ci sono quelle 1900 telefonate in pochi mesi che dimostrano l'ossessione del Piampaschet per Anthonia, una circostanza non secondaria. Lui avrebbe voluto redimerla, ma lei nonostante tutto continuava a prostituirsi. 


Storie Vere .. Così parlavamo di Anthonia nel 2016 nella pagina facebook dedicata al "Le Ragazze di Benin City", qualche tempo dopo la prima sentenza d'appello.

Una circostanza travagliata che aldilà di qualunque ipotesi narra e restituisce il riflesso di un contesto sociale estremamente drammatico. “Viaggiava su una vecchia 500 Fiat. Il contachilometri segnava 343.541, e scorreva inesorabile, come gli anni che sbriciolano ogni traccia del passato. Anche se il suo presente sembrava l’eterna riproposizione di un identico passato”. Questo è l’incipit del breve racconto “La Rosa e il Leone” scritto da Piampaschet, oggi condannato per omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, nei confronti della ventenne Anthonia Egbuna, giovane prostituta nigeriana.

La storia di Daniele
Daniele Ughetto Piampaschet
La storia di Daniele Ughetto inizia molto tempo prima, quando all'età di soli 16 anni, era rimasto scosso da un episodio legato alla protezione. Dai racconti dei genitori. “Era arrivato a casa piangendo perché durante un giro in bicicletta aveva visto una prostituta albanese vendere il suo corpo sulla strada. Andò dal parroco e cercò di sollevare la questione, sperando che potesse essere salvata. Nella sua ingenuità pensava che sarebbe bastato per risolvere un problema così vasto. Ne rimase molto deluso e da allora cercò sempre di salvare e far inserire nella società queste donne dal vissuto doloroso. A volte le portava da noi a cena”

In effetti di ragazze ne aveva salvate tante, nel suo piccolo e senza mezzi. Nel 2011 ne aveva tolto dalla strada due e altre le aveva condotte al Serming, facendo sì che alcune di loro si inserissero socialmente affrancandosi da una misera esistenza. Aveva persino pagato riscatti per una sua precedente compagna. L’amore per l’Africa era sempre stato forte: nel 2002 si sposa con una donna nigeriana da cui si separa consensualmente solo dopo anni di matrimonio, accogliendo comunque nella sua casa anche il figlio che lei aveva avuto da un altro.

Era mosso dall'altruismo, forse anche patologico, nel senso che il giovane tendeva a dimenticare le proprie motivazioni di vita per dirigere tutti i propri sforzi e le energie verso gli altri, ritenendoli addirittura più importanti di se stesso, come si evince da alcune righe del racconto: “Lui aveva dato tutto per amore, aveva fatto tutto e il contrario di tutto per amore. Si era bruciato per amore. E questo era il suo unico vanto. Oggi non era nessuno. E se non era nessuno il motivo era l’amore. Oggi non era nulla. E se non era nulla il motivo erano i suoi slanci ideali"

Gli stessi genitori lo hanno sempre ritenuto un idealista, come ricordava la madre. “Alle volte leggevamo insieme passi della Bibbia. Essendo molto cattolica spesso non comprendevo appieno il vissuto delle prostitute, lui cercava sempre di farmi capire quali condizioni di vita difficile vivevano”

Idealismo, frutto anche di una formazione filosofica, che emerge dai suoi scritti e dalle sue riflessioni in cui trapela anche una profonda critica sociale al contesto aberrante della prostituzione. “La strada era corruzione, corruzione e abbruttimento spietati. Lui non poteva sopportare la vita di una ragazza di vent’anni rovinarsi, corrompersi in quel modo, giorno dopo giorno”

Anthonia era un mistero di grazia e bellezza
La descrive con queste parole. “Anthonia era un mistero di grazia e bellezza. Per questo era gettonatissima dai clienti, alcuni anche molto danarosi. Ma lei si era innamorata di lui, che per quanto simpatico, era più squattrinato di un ladro in manette. La mattina e il pomeriggio li passava a Carignano su un secchio o una seggiola, prima che gliela rubassero. La notte batteva su corso Regina, poco distante dalla Pellerina. Per stare insieme avevano giusto alcune ore tra un “turno” e l’altro. Facevano quattro passi per Giaveno, sbirciavano le vetrine dei negozi di scarpe e di abbigliamento, sostavano alla Crai per comprare pizze surgelate e lattine di Coca-Cola e poi si rintanavano sotto le lenzuola a coccolarsi”

Una relazione difficile
Nonostante tutto la coppia cercava quell'intimità consentita da pochi infinitesimali sprazzi di normalità per andare oltre quella quotidianità straziante. “Tutti i giorni presero l’abitudine di incontrarsi alle cinque o sei di sera nel luogo dove batteva. In pochi minuti Anthonia raccoglieva le sue cose, sacchetti di plastica, spazzole, ciprie e rossetti, borsone, portafoglio, agendina, soldi, ombrello. Poi raccoglieva le cartacce da terra in un sacco della spazzatura e infine ritirava in mezzo ai cespugli un secchio di plastica, una seggiola pieghevole e un grosso ombrello a pois. Tutte le volte di ritorno verso casa tirava fuori dalla borsa una banana e cominciava a mordicchiarla ascoltando la musica dialettale nigeriana”

Lui era estasiato dal profumo del sole di quella terra lontana, dalla Nigeria e dalla bellezza che si celava dietro i loro occhi: “Era rimasto colpito dalla lucentezza dei suoi occhioni. La prima volta si era rivolto con “Che fai buttata lì per strada? Ti distruggi per niente, lo sai?”, e lei si era addirittura scritta la data di quell'incontro. “L’aveva annotata sul cellulare e spesso gliela mostrava orgogliosa. Sotto la data aveva scritto “I met a friend”. (Ho incontrato un amico).

Nelle pagine del romanzo emergono i ricordi di quella giovane cresciuta troppo in fretta, probabilmente arrivata dalla Libia. “Dopo l’attraversamento del deserto era riuscita ad infilarsi sul barcone, pagando la traversata grazie ad accordi presi con una donna che le aveva fatto promettere in nome del juju (pratiche religiose animiste) che avrebbe risarcito una certa somma di denaro"

"Una volta in Italia Anthonia venne invitata da alcuni conoscenti in Germania. Poi fu ri-condotta in Italia da un’altra donna, a cui pagò 15 mila euro battendo tre mesi nella zona di Cuneo”. Daniele Ughetto descrive nel racconto dedicato ad Anthonia la vita di tante ragazze sfortunate che sognano come delle cenerentole dei giorni nostri di trovare un uomo, forse italiano, che le porti via dalla strada. Per lui quelle erano fanciulle che per altri invece rappresentavano solo delle prostitute, lo dichiara apertamente quando scrive: “L’Africa per me significava Nigeria. E Nigeria significava le donne. E le donne significavano le prostitute, così chiamate da tutti, ma per me rappresentavano l’Assoluto in terra. L’Assoluto in termini di bellezza”

Il racconto e la sofferenza
Il breve racconto “La Rosa e il Leone” viene donato alla giovane molto prima della sua uccisione, intorno ad aprile 2011, accompagnato da una lettera di dedica firmata da Ughetto: “Ad Anthonia, la vera custode dei miei segreti” e viene ritrovato dai carabinieri nell'abitazione di D., un'altra ragazza nigeriana che ospitava Anthonia, anch'essa legata al mondo della prostituzione.

L’epilogo però non è da leggersi soltanto nelle battute che descrivono l’omicidio. “Infine una notte in cui non riusciva a prendere sonno pensando alla sua Anthonia sotto la pioggia, su corso Regina, impegnata a caricare i clienti uno dopo l’altro, uno più sporco e lurido dell’altro. La sua Anthonia, la donna che considerava “sua moglie”, l’unica ragione della sua esistenza presente e futura. In quello stato d’animo sofferto e allucinato si sentì come avvolgere da pareti di fuoco, e in quello stesso istante prese la decisione più terribile della sua vita: ucciderla"

"Attese un pomeriggio molto piovoso”. Secondo la finzione letteraria il corpo doveva essere seppellito nei boschi di Giaveno ma: “Si sentì assalire da un’inquietudine profondissima e così pensò che era meglio affidarla all'acqua (il corpo di Anthonia fu effettivamente ritrovato nelle acque del fiume Po). Ora la sua Anthonia viveva sì dell’eterna contemplazione della sua bellezza, ma lui era solo, solo a questo mondo perché la sua unica ragione di vita era in un altro luogo, in un altro tempo. Doveva raggiungerla, unirsi a lei per sempre”

Il tragico epilogo
Rendendosi conto dell’inutilità del gesto, e della mancanza dell’amata, il protagonista del romanzo, si suicida con un fucile. Ci sono qui delle analogie che rievocano l’atto più drammatico di Romeo e Giulietta di Shakespeare. Scrive Daniele Ughetto. “La verità è che non esiste guarigione possibile dal dolore della vita. Guarisce solo chi non si è mai ammalato avendo i piedi ancorati a terra. L’arte e la religione sono oppio, eccellente oppio per cuori sensibili e menti raffinate, e nulla più di questo. Mentre i soldi sono la panacea dei più. Ma per il saggio e l’illuminato, che è sempre anche un folle, “solo la morte è vera”, “la morte è la possibilità più propria dell’uomo”, anzi usando le parole di un poeta “la morte è un sogno”

La morte quindi sarebbe, secondo queste righe, un epilogo ideale. Nel romanzo si possono intuire reminiscenze di Marx, Schopenhauer, Nietzsche. Infine il paragrafo più saliente è quello che riguarda il sogno, che conclude l’intera narrazione: “Ma la vita non è solo un sogno? L’omicidio e il suicidio non sono forse la scorciatoia a una più grande verità? E questa verità non è forse l’amore? Ma quale uomo può amare una prostituta? Perché lei aveva osato dirgli: “un giorno troverò un uomo bianco o nero che mi ama per come sono e quel che faccio”? quale uomo può amare una prostituta?”

Ed è su queste frasi che si è concentrato il dibattimento cercando di far luce sulla vicenda che ha portato alla morte, avvenuta presumibilmente tra il 28 novembre 2011 e il 26 febbraio 2012, data del ritrovamento del cadavere di Anthonia nel fiume nei pressi della diga del Po a San Mauro. È stato nuovamente analizzato il contesto nella quale la vittima esercitava la prostituzione, ambiti in cui è sempre presente un clima di intimidazione e controllo esercitato da chi gestisce questo traffico e il ruolo effettivo di tutti i soggetti emersi durante le indagini verificandone l’eventuale coinvolgimento.

I testi scritti da Daniele Ughetto, aldilà del contesto giudiziario, costituiscono un documento di una triste e diffusa condizione umana, di tante donne gettate per le strade tra l’indifferenza della gente e abusate ogni giorno, moralmente e fisicamente, da magnacci e clienti senza scrupoli.


Belle e tristi fanciulle, talvolta anche bambine, che nei loro amplessi celano le vite di altre persone, uomini dalla doppia vita, fidanzati e sposati, magari anche con figli, alla ricerca di una carezza proibita




Articolo a cura di
Maris Davis


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venerdì 5 ottobre 2018

Premio Nobel per la Pace 2018 assegnato a Denis Mukwege e Nadia Murad

Denis Mukwege, medico congolese e Nadia Murad, attivista yazida, sono il simbolo della lotta contro lo stupro come arma di guerra.


Il premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato a Denis Mukwege e Nadia Murad “per i loro sforzi per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”

L’annuncio a Oslo del Comitato norvegese per i Nobel. Entrambi i premiati, ha spiegato il Comitato, hanno dato un contributo essenziale per portare l’attenzione sui crimini di guerra. Denis Mukwege ha dedicato la sua vita ad aiutare e difendere le persone coinvolte in violenze e abusi. Nadia Murad ha raccontato le violenze subite e inflitte ad altre persone.

Grazie al loro lavoro, ripreso spesso dai media internazionali, hanno entrambi contribuito a rendere di attualità e sentito il tema delle violenze sessuali nei conflitti e nelle guerre, consentendo spesso di identificarne gli autori delle violenze

Denis Mukwege davanti all’Ospedale Panzi di Bukavu, Repubblica Democratica del Congo

Denis Mukwege
Denis Mukwege è di origini congolesi, ha 63 anni ed è un medico specializzato in ginecologia e ostetricia. È il fondatore dell’Ospedale Panzi di Bukavu, nella parte orientale del Congo (Repubblica Democratica), dove è diventato tra i più grandi esperti mondiali nel trattamento dei danni fisici dovuti agli stupri. Con i suoi colleghi, ha trattato migliaia di pazienti, donne accolte nella clinica dopo i numerosi casi di stupro avvenuti nella lunga guerra civile del paese. Mukwege viene anche chiamato "il dottore che aggiusta le donne stuprate"

Nel corso degli anni, Mukwege è diventato un simbolo e un punto di riferimento, sia nel Congo sia per la comunità internazionale, per l’assistenza e l’aiuto delle persone che hanno subìto violenze sessuali in guerra e nei conflitti armati. Dice spesso che “la giustizia è un affare di tutti” e che tutti hanno il dovere di segnalare casi di violenze, in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo. 

Mukwege ha criticato duramente il governo congolese per non avere fatto abbastanza nel contrasto delle violenze sessuali, estendendo le critiche ad altri governi in giro per il mondo per la poca attenzione che hanno nei confronti di quello che è un vero e proprio crimine di guerra.



Nadia Murad
Nadia Murad, 25 anni, è un’attivista yazida, la minoranza religiosa di lingua curda che negli ultimi anni è stata oggetto di terribili persecuzioni e violenze da parte dello Stato Islamico (ISIS). Nell’agosto 2014 Murad fu rapita da alcuni miliziani dell’ISIS durante la grande offensiva dello Stato Islamico nel Sinjar, area dell’Iraq abitata in prevalenza da yazidi. I miliziani massacrarono centinaia di persone che abitavano a Kocho, la cittadina di Murad: presero in ostaggio le donne più giovani, che poi furono vendute come schiave.


Murad è una delle circa 3mila ragazze yazide vittime di stupri e altri abusi compiuti dai miliziani dell’ISIS, ampiamente documentati da diverse inchieste giornalistiche. Dopo tre mesi di sequestro, Murad riuscì a scappare e poi cominciò a raccontare le violenze che aveva subìto. Nell’ottobre 2016 vinse il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, il più importante riconoscimento per i diritti umani in Europa assegnato dal Parlamento europeo.



Gli stupri di guerra sono usati come arma psicologica da soldati, combattenti, milizie, ma anche da civili, durante i conflitti e comprendono anche i casi in cui le donne sono costrette a prostituirsi o a diventare schiave sessuali.

Violenze spesso sistematiche e associate ai massacri. Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Lo stupro oggi è anche affiancato al crimine di genocidio quando commesso con l'intento di distruggere, in parte o totalmente, un gruppo specifico di individui.

In lizza per il riconoscimento c'erano oltre 330 nomi, tra cui quello di Kim Jong Un e quello del presidente statunitense Donald Trump
(Corriere della Sera)


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