lunedì 8 aprile 2019

Sudan. Il popolo in piazza per cacciare il dittatore

Oltre centomila persone si sono riversate sulle strade in tutti i diciotto distretti del Sudan per chiedere le dimissioni di Omar al Bashir, che guida il Paese con pugno di ferro dal 1989 dopo un sanguinoso colpo di Stato.


Già dalle prime ore di sabato mattina le forze dell’ordine hanno cercato di bloccare gli accessi che portano alla capitale per impedire alle persone di partecipare alle proteste. Moltissimi sudanesi sono riusciti ad entrare ugualmente e un folto gruppo di dimostranti ha raggiunto addirittura il quartier generale delle forze armate, dove hanno sventolato bandiere e cantato: “Un solo esercito, un solo popolo”.

La polizia anti-sommossa ha cercato di disperdere la gente con gas lacrimogeni. Alcuni dimostranti hanno risposto lanciando pietre e gli agenti hanno utilizzato una ventina di automezzi per respingerli. I militari hanno ordinato alla polizia di ritirarsi e le proteste si sono placate. Gli organizzatori hanno chiesto ai manifestanti di restare davanti al quartier generale e di tenere un sit-in sulle strade. In un comunicato hanno fatto sapere di aver apprezzato il comportamento dell’esercito di fronte alla protesta.

Malgrado ciò una persona ha perso la vita a Omdurman, la più grande città del Sudan e dello Stato di Khartoum, situata sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla capitale. Un giovane medico di laboratorio, Al-Muiz Atta Allah Musa, è morto, mentre altri civili e diversi agenti delle forze dell’ordine sarebbero stati feriti.

Omar al Bashir
Le proteste sono iniziate lo scorso dicembre, dopo l’annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Ben presto le dimostrazioni si sono diffuse in tutto il Sudan fino a raggiungere anche Khartoum; ora la gente chiede non solo una vita dignitosa, ma anche l’uscita di scena dell’anziano dittatore.

Sudanese Professional Association, che dirige in clandestinità tutte le manifestazioni, ha lanciato un appello chiedendo ai vertici militari di schierarsi dalla parte dei manifestanti. Già a gennaio l’organizzazione ha elaborato un documento, Freedom and Change (Libertà e Cambiamento), con il quale si propone la formazione di un governo di transizione, composto da tecnocrati, il cui mandato deve essere concordato da rappresentanti di tutta la società sudanese. Freedom and Change è stato firmato anche da alcuni gruppi dell’opposizione. Gli organizzatori del movimento hanno chiesto alle Forze armate: “Scegliete tra il popolo e il dittatore”.

Gli attivisti sudanesi, certamente incoraggiati dalle manifestazioni su ampia scala nelle piazze algerine, che hanno portato alle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika, hanno voluto organizzare le proteste di ieri in memoria dell’anniversario del colpo di Stato del 1985 che aveva costretto l’ex presidente Jaafar Nimeiri a lasciare il potere.

Anche Hassan Ismail, ministro dell’Informazione e portavoce del governo di Khartoum, ha elogiato il modo con il quale le forze di sicurezza hanno gestito le proteste e ha precisato che il governo conferma l’impegno al dialogo per risolvere la crisi. E infine ha aggiunto: “Il sangue sudanese è la cosa più preziosa che dobbiamo preservare”.

Da dicembre a oggi sono morte decine di persone durante le manifestazioni, moltissimi i feriti e centinaia di dimostranti sono stati arrestati e il dittatore si rifiuta categoricamente di lasciare la poltrona. A febbraio Al Bashir, sul quale pende un mandato d’arresto internazionale spiccato dalla Corte penale internazionale, ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il territorio nazionale e istituito tribunali speciali.
(Africa Express, Cornelia I. Toelgyes)

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Maris Davis Joseph

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