domenica 11 marzo 2018

Il Niger non vuole più i soldati italiani. Si sospettano manovre sottobanco dei francesi

Che succede nel Paese dove dovrebbero arrivare 470 soldati italiani, con lo scopo esplicito di combattere l'integralismo islamico nel Sahara e con lo scopo implicito di fermare i flussi migratori ??


Nell'accordo stabilito nel settembre 2017 col Sahel G5, cioè i cinque Stati africani di Burkina Faso, Niger, Mauritaria, Ciad e Mali, nel quale veniva ipotizzato un allargamento della presenza europea nella regione, oggi ancora in mano quasi esclusivamente ai francesi, l’arrivo di 470 soldati italiani in Niger era subordinata all'invito esplicito da parte del paese che li avrebbe dovuti ospitare, perché un esercito straniero mettesse piede a Niamey e dintorni, soprattutto nel Nord del Paese.

Nei fatti l’invito non è mai arrivato, e la missione militare in Niger è ormai in fase di stallo. I recenti attentati di Ouagadougou hanno complicato ulteriormente le cose, tanto che fibrillazioni di ogni genere stanno turbando i rapporti tra i G5 fra di loro e tra i G5 e l’Unione Europea.

È la seconda volta che accade, nonostante sul posto siano già presenti 40 militari inviati da Palazzo Chigi per preparare l’arrivo del grosso del contingente. È per voce del ministro dell’Interno, Mohamed Bazoum, che l’altolà è stato fatto giungere a Roma.

Secondo il ministro degli Esteri del Niger, Mohamed Bazoum, la missione italiana “è inconcepibile

Il ministro del esteri nigerino, Mohamed Bazoun
Mohamed Bazoum, ministro degli Esteri del Niger, ha definito semplicemente "inconcepibile" la missione militare italiana nel suo paese, aggiungendo di non essere neppure stato informato a tal proposito dalle nostre autorità.

Non ha usato mezzi termini il ministro degli Esteri nigerino Mohamed Bazoum, che ha definito addirittura “inconcepibile” la missione italiana in Niger (470 soldati da dispiegare sul territorio del paese ufficialmente per controllare le rotte migratorie e il terrorismo di matrice fondamentalista).

Ai microfoni di RaiNews24, Bazoum ha spiegato come fra il Niger e l’Italia non ci siano mai stati contatti, e di conseguenza neppure accordi, sull’avvio di tale missione. Anzi, ha rivelato pure la propria rabbia per aver appreso questa notizia semplicemente dai media, come se la cosa in quanto esponente del governo di Niamey non l’avesse riguardato.

A suo giudizio, è possibile comunque “una missione di esperti, ma chiaramente non con ruoli operativi e soprattutto “non nell’ordine dei 470 militari”. Ciò, ha ribadito il ministro, “non è concepibile, semplicemente

Che cosa significa? Le possibili ragioni sono moltepliciUna prima ragione è certamente locale, ed è legata al fatto che nei Paesi del Sahel, impegnati in difficili sfide come il terrorismo e i flussi migratori, c’è bisogno di attenzione diplomatica agli equilibri interni.

Difficile metter piede in casa altrui senza avere un esplicito invito e una comunanza di intenti. Probabilmente c’è stata una sottovalutazione dell’importanza di coltivare relazioni tra esponenti dei due esecutivi prima di prendere qualsiasi decisione. Senza escludere il fatto che in questi Paesi la corruzione s’infila un po’ ovunque e cerca di agglutinarsi là dove si profila l’arrivo di fondi dall'estero.

In secondo luogo, l’arrivo dei soldati italiani ha creato una certa gelosia dalle parti di Parigi. L’annuncio dell’arrivo del contingente italiano era stato appoggiato da Macron, ma nei fatti la regione da sempre è un fief, cioè un avamposto francese. La presenza degli italiani, così come dei tedeschi e degli statunitensi, potrebbe aver indisposto il comando delle operazioni in mano francese, soprattutto in un momento assai delicato della lotta contro il complesso jihadismo sahariano.

Il Niger è un'ex-colonia francese e ha sempre mantenuto rapporti privilegiati con la Francia, un privilegio che di certo i francesi non vogliono perdere

I ministri Roberta Pinotti e Angelino Alfano nel corso dell’audizione davanti alle commissioni riunite Difesa ed Esteri al Senato a Roma, 15 gennaio 2018, sulla missione in Niger
In terzo luogo lo stallo politico italiano può aver frenato l’attività del governo Gentiloni e del ministro degli esteri Alfano nell'insistere in una missione di una certa importanza strategica. In effetti, l’impegno concordato prevede una presenza militare anche in Mauritania, Nigeria e Benin (120 persone nel primo semestre 2018 e 470 entro la fine dell’anno), 130 mezzi terrestri e 2 o 3 velivoli C130.

In particolare si prevedeva un impegno in lavori infrastrutturali, nella lotta contro le minacce chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari e nel campo informativo. Forse qualcuno nel governo dimissionario pensa che una decisione di tale importanza debba essere presa e portata avanti dal nuovo esecutivo.

Sul fondo restano le inquietanti domande sulla natura della presenza europea nella regione. L’accento messo sulle operazioni militari certamente non favorisce una visione veramente post-colonialista della manovra. E l’ambiguità della duplice missione dei soldati europei nella regione (lotta al terrorismo e contrasto alle migrazioni clandestine) non può che confondere le acque.

Ed infine c'è da prendere in considerazione il fatto che il Niger è uno dei paesi più poveri dell'Africa e la sua recente politica di forte contrasto al traffico di esseri umani ha portato come conseguenza anche un ulteriore impoverimento della sua economia.

La situazione interna nel Niger, nel frattempo, è sempre più preoccupante: come conseguenza della recente crisi nel vicino Mali più di 57mila maliani sono rifugiati nel paese, assistiti dall’UNHCR che punta a chiudere i campi profughi entro il 2019 e ad integrarli “pienamente” nel tessuto sociale locale. Ci sono poi altre migliaia di rifugiati provenienti dalla Libia e dalla Nigeria, anche se in quantitativi meno eclatanti. A febbraio il governo di Niamey ha rinnovato per altri sei mesi lo stato d’emergenza dichiarato l’anno scorso.

Forse la presenza massiccia dei militari italiani non è strettamente necessaria e il Niger preferisce di gran lunga un aiuto economico per la sua disastrata economia.



Articolo a cura di
Maris Davis

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