venerdì 18 settembre 2015

Per non dimenticare Sabra e Chatila. La Storia

La Storia. Il 6 Giugno 1982 Israele invade per la seconda volta, il Libano, cacciando i Siriani dalla Valle della Bekaa, in risposta all'uccisione dell'Ambasciatore israeliano a Londra. L’invasione del 1982 è quella più architettata e strutturata contro l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In un paese devastato dalla guerra civile del 1975 e privo di autorità statale, dove anzi è proprio l'OLP la forza più organizzata.

L’invasione fu accompagnata da devastanti bombardamenti nelle città di Tiro, Sidone, Damour. Era iniziata l’operazione "Pace in Galilea" decisa dal Primo Ministro Israeliano Begin ed il Ministro della difesa Ariel Sharon.

L'intenzione iniziale era quella di penetrare 45 Km. dentro il territorio libanese per difendere la sicurezza israeliana (fascia di sicurezza), distruggendo le basi dell'OLP nel Sud del Libano, da dove però l’organizzazione di Arafat non aveva lanciato nessun attacco da oltre un anno.

Un esercito di 60.000 soldati, affiancato da mezzi corazzati e supportato dalla marina e dall'aviazione israeliana, si lancia alla conquista del Libano. Il 7 giugno, aerei israeliani e mezzi blindati bombardano il campo profughi di Burj El Chemali e colpiscono il centro di Al-Houleh Club, dove avevano cercato riparo donne, bambini e vecchi. 97 sono le vittime delle bombe al fosforo. Solo tre persone si salvano (massacro all’Al-Houleh Club di Burj El Chemali).

La rocca del Castello di Beaufort, Qalat Shafiq, a sud del fiume Litani, che i palestinesi dell’OLP avevano conquistato nel 1976, viene occupata dall'esercito israeliano che vi manterrà un presidio fino alla sua ritirata definitiva dal Libano del 2000.

Il numero complessivo delle vittime civili dovute all’invasione israeliana è enorme, circa 20.000 morti, 32.000 feriti gravi, 2.206 invalidi e 500.000 senza tetto.

Le Nazioni Unite tentarono vari richiami, tutti rimasti inascoltati ed il 13 giugno cominciò l’assedio di Beirut che durò 88 giorni, durante i quali la capitale fu bombardata quasi di continuo con bombe a grappolo, granate al fosforo ed altri tipi di bombe.

Raggiunta Beirut, Sharon si reca al Palazzo Presidenziale Libanese sulla collina di Baabda, da dove può osservare la città assediata da tutti i lati dalle milizie dei falangisti e dalle truppe israeliane. Al termine dei bombardamenti rimasero macerie ovunque ed il numero delle vittime fu spaventoso.

Il 29 luglio, l'OLP accetta il piano del Comitato ristretto della Lega Araba che prevede l’evacuazione dei combattenti palestinesi da Beirut ed i loro trasferimenti a Tunisi. Il 19 agosto, viene accettata dai rappresentanti di USA, Francia, Italia e Israele la proposta libanese sull'intervento di una "Forza Multinazionale".

Il mandato ha la durata di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre 1982. Prevede la presenza di 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani. Lo scopo del piano è quello di garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut. Il cessate il fuoco fu raggiunto il 21 agosto attraverso un mediatore Usa.

Il 23 agosto il Parlamento libanese, riunito nel settore est controllato dai falangisti e circondato dai tank israeliani, elegge il leader dei falangisti Bashir Gemayel a Presidente della Repubblica. Israele ha così realizzato il suo obiettivo, ha al potere l’uomo che per anni ha armato e sostenuto e che vuole portare a termine non solo il disarmo di tutti i palestinesi, ma anche la cancellazione della loro presenza nel Paese dei Cedri.

Il 30 agosto l'OLP lascia Beirut. Tra la fine di agosto ed i primi di settembre 15.000 combattenti palestinesi e tutta la dirigenza politica dell’OLP sono costretti ad abbandonare i campi, sotto la protezione dell’ONU. I fedayn parlavano alla radio spiegando come doveva venire l’esodo, lasciando così un esilio per un altro esilio.

Arafat, comunque era ossessionato dalla sorte dei palestinesi che ancora erano in Libano, nonostante la presenza dei soldati americani, francesi ed italiani che dovevano essere una garanzia, una protezione. Nel settore ovest di Beirut ci sono ancora le milizie armate "Morabitun" dei nasseriani, quelle degli sciiti del movimento di Amal, dei comunisti e dei drusi del partito social-progressista di Walid Jumblatt, che sono in possesso anche di armi pesanti.

Bashir Gemayel per imporre la sua autorità anche su Beirut ovest deve appoggiarsi all’azione repressiva delle truppe israeliane.

La forza multinazionale era ormai solo d’intralcio ed infatti fu fatta ripartire quasi subito dopo, nonostante la richiesta di alti esponenti di governo di continuare a presidiare Beirut. Il 9 settembre partono i marines, l’11 i bersaglieri italiani ed il 13 salpano i francesi, lasciando così campo libero all'esercito israeliano ed ai falangisti libanesi.

Il 12 settembre le truppe libanesi cominciano ad ammassare, a Shweifat, camion per il trasporto dei soldati e bulldozer per demolire i campi sottostanti di Sabra e Chatila.

Il 14 settembre una carica di tritolo, posta fuori dal quartiere generale della Falange, uccide Gemayel e 21 dei suoi sostenitori. Le responsabilità dell’attentato non sono mai state accertate, ma molti sospettano che gli israeliani, dal momento che il presidente non si era dimostrato troppo disponibile, non siano del tutto estranei. Habib Shartuni del Partito social-nazionalista siriano, è l’uomo che fece esplodere la bomba. Il suo gesto è stato giustificato dalla vendetta per la morte del padre, assassinato dalle squadre di Gemayel.

Il giorno dopo l’attentato, il 15 settembre, le forze israeliane entrarono a Beirut Ovest, in piena violazione del negoziato promosso dagli Usa. Il comandante israeliano Eytan concorda con il nuovo capo delle Forze Libanesi l’operazione "Pulizia etnica" a Sabra e Chatila.

Prima dell’azione delle forze libanesi, i soldati israeliani appartenenti al corpo speciale "Sayyeret Maktal", setacciano i campi ed i quartieri di Beirut alla ricerca di 120 professionisti palestinesi, medici, avvocati, insegnanti, infermieri, che non sono partiti, credendosi al sicuro, in quanto non hanno partecipato ai combattimenti.

I militari israeliani sfondano le porte delle abitazioni, interrogano gli abitanti terrorizzati e, quando identificano la persona ricercata, questa viene fatta uscire ed abbattuta all'istante. In questo modo vengono assassinate 63 persone.

"Dal mio appartamento all'ottavo piano, con un binocolo, li ho visti arrivare in fila indiana, un’unica fila. Li precedeva la loro ferocia" (dal libro "Quattro ore a Shatila" di Jean Genet). L’avanzata dell’esercito israeliano fu lenta, metodica, spietata, condotta a colpi di cannone.

L’esercito non entrò subito nei campi, ma circondò gli ingressi di Sabra, dei campi di Shatila e Burj el Barajne ed il quartiere dell’ex sede dell’OLP, con uomini e carri armati. Alle 5 di sera di giovedì 16 settembre, i miliziani libanesi penetrano nei campi ed iniziano la mattanza.

Dopo la prima "eliminazione mirata" effettuata dal corpo speciale israeliano, sui camion militari dell’esercito israeliano vengono trasportati i miliziani della seconda ondata di assassini, composta dai libanesi dell’Esercito del Sud del Libano.

Solo dopo il ritorno di questa squadra, nei vicoli e tra le case di Sabra e Chatila, per completare il massacro, scendono in campo gli assassini di Elias Hobeika, responsabile dei servizi speciali libanesi. Saranno essi a compiere le maggiori atrocità.

Il massacro è quindi il risultato dell’alleanza tra Israele ed i Falangisti libanesi. Alleanza dimostrata dal fatto che, nella notte tra giovedì e venerdì, la BBC diede la notizia che la TV israeliana aveva diffuso la voce che truppe falangiste avrebbero compiuto "epurazioni" nei campi palestinesi.

Il quotidiano di Tel Aviv "Haaretz" scriveva che il ministro della Difesa Sharon aveva informato il Governo della sua decisione di autorizzare l’ingresso delle Falangi libanesi nei due campi. L'esercito israeliano fornì ai suoi alleati tutto il supporto necessario, dai bulldozer, alle mappe, ai fari degli elicotteri che illuminavano a giorno i campi.

La caccia cominciò quindi nella notte tra il 16 ed il 17 settembre. Palestinesi, siriani, libanesi subirono lo stesso destino. Cumuli di carte d’identità libanesi accanto alle vittime fanno capire l’inutile tentativo di riuscire a sfuggire alla morte. I soldati all'interno dei campi iniziarono subito le esecuzioni di massa ed ebbero 36 ore di tempo per trucidare bambini, donne ed anziani.

All'inizio il massacro compiuto dai miliziani libanesi avviene nel silenzio, usando coltelli, accette, pugnali. Sventrando, sgozzando, decapitando, violentando i corpi vivi delle vittime.

Paralizzata dalla paura la gente dei campi resta chiusa in casa, nascondendosi. Dopo i primi spari, il massacro prosegue ancora più feroce. Nelle vie del campo, distrutto dagli esplosivi, si accumulano i corpi dei bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri delle madri. Teste e gambe e braccia tagliate con l’accetta, cadaveri fatti a pezzi. Corpi di donne impudicamente discinte per le ripetute violenze e poi decapitate.

Uomini abbattuti e poi castrati. File di uomini fucilati. Cumuli di cadaveri ammassati in discariche o in fosse comuni. Camion carichi di cadaveri e camion di uomini in procinto di divenire cadaveri. Il rastrellamento avviene casa per casa perché nessuno possa sfuggire. Il tutto sotto l’occhio vigile dei soldati e ufficiali israeliani che dall'alto della terrazza dell’ambasciata del Kuwait seguono, con i binocoli, le violenze disumane che non ebrei stanno compiendo su altri non ebrei. Dal Gaza Hospital vengono fatti evacuare i medici ed il personale straniero.

Venerdì 17 settembre la notizia del massacro comincia a circolare e sconvolge il mondo intero. Giunge la condanna internazionale. Le Forze Libanesi ora hanno fretta, devono finire il lavoro commissionato dai vertici israeliani, per cui sparano su tutto ciò che si muove. Altri reparti rastrellano i quartieri di Sabra e di Fakhani, ammassando centinaia di prigionieri. Molti di questi ostaggi sono spariti nel nulla, solo più tardi vengono trovati nelle fosse comuni.

All'alba di sabato 18 settembre i miliziani falangisti si ritirano, lasciando dietro di sé un numero imprecisato di morti. Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa entrarono nei campi il giorno dopo, provarono solo orrore. Sembrava di vivere in un incubo, donne che urlavano sui corpi dei loro cari, che vagavano tra i vicoli, bambini che piangevano in mezzo ai corpi mutilati, corpi che cominciavano a gonfiarsi sotto il sole. Molti di loro piansero, altri, semplicemente vomitarono.

Il numero totale delle vittime assassinate e di quelle scomparse nel nulla è di circa tremila. Secondo i testimoni il massacro è stato compiuto da 1.500 uomini che parlavano il dialetto di Beirut ed indossavano le uniformi delle Forze Libanesi.

Il 19 settembre parlando alla radio per il capodanno ebraico, Ariel Sharon dichiarò che i suoi uomini sarebbero restati a lungo a Beirut, almeno fino a quando l’esercito libanese sarebbe stato in grado di prendere il controllo, prima però, dovevano bonificare le aree in cui si trovavano i palestinesi.

Le testate giornalistiche internazionali trattarono l’argomento solo per pochi giorni. In breve tempo, i mezzi di comunicazione si impegnarono per riciclare l’immagine disonorata d’Israele, trasformandola in quella "pietosa" della vittima ingiustamente infangata.


Immagini dal Web

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 25 settembre condanna i massacri israeliani definendoli un atto di "genocidio", ma gli USA votano contro salvando così Israele dalle sue responsabilità di fronte al mondo. Il parlamento israeliano il 22 settembre decise di non formare una commissione ufficiale d’inchiesta, tuttavia, sotto la pressione dell'opinione pubblica, costrinse alle dimissioni il ministro della difesa Ariel Sharon, additato da tutti i media internazionali come principale responsabile del massacro.

Il contingente multinazionale di pace il 26 settembre tornò a Beirut, nuovamente sollecitato ad intervenire per svolgere la funzione di interposizione. Ancora oggi nessuno ha mai pagato per questo crimine.

Sandro Pertini in visita a Beirut, 1983
Il 31 dicembre 1983, il Presidente Pertini dopo essere stato sui luoghi del massacro, rilasciò questa dichiarazione, "Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. È una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell'orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. È un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società".

Se è doveroso ricordare le vittime ebree dei nazisti, è altrettanto doveroso ricordare anche i massacri compiuti dagli Israeliani negli ultimi decenni nei confronti dei Palestinesi


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