venerdì 6 aprile 2018

Interland di Torino, lite tra prostitute nigeriane. Botte per paura del "woodoo"

Sei "lucciole" nigeriane hanno picchiato a sangue una giovane "collega" di 27 anni perché convinte che praticasse riti woodoo per danneggiarle. "Ci fa perdere i clienti"

Non piaceva alle colleghe che sospettavano praticasse riti woodoo e che allontanasse i clienti: per queste ragioni una giovane nigeriana di 27 anni è stata aggredita a bastonate da un gruppo di “lucciole” anch'esse nigeriane. È accaduto intorno alle 12,00 di venerdì scorso lungo la “direttissima della Mandria” nell'area industriale di Robassomero. Dopo un’animata discussione sei prostitute hanno aggredito con violenza la collega, costringendola a ricorrere alle cure dei sanitari.

A portare la ragazza al pronto soccorso dell’ospedale di Ciriè sono stati i carabinieri della compagnia di Venaria intervenuti sul luogo dell’aggressione dopo la chiamata effettuata dalla giovane prostituta che, dopo essere stata medicata è stata dimessa nel pomeriggio dello stesso giorno.

Le altre “lucciole” anch'esse nigeriane, avevano deciso di darle una “lezione” perché convinte praticasse riti magici per togliere loro i clienti.

La vittima ha denunciato l'accaduto mentre i carabinieri hanno acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza installate in un’azienda dell’area industriale, per ricostruire le fasi dell’aggressione.




Condividi su Facebook

giovedì 5 aprile 2018

Camerun, fuga dall'incubo Boko Haram

Non si ferma l'esodo a Nord degli sfollati interni e dei disperati dalla Nigeria. Nella regione di confine raddoppiati gli attacchi dei jihadisti. «Terrore, ma nessuno ne parla»

Campo di profughi in fuga da Boko Haram. Zamai, Camerun settentrionale

«Hanno attaccato anche questa mattina. Boko Haram ha colpito tre villaggi nella località di Ashigashiya provocando morti, feriti, e la fuga di molte persone arrivate fin qui a darci la notizia. I jihadisti continuano a seminare terrore, ma nessuno ne parla». Mohamed, camerunese sui 40 anni, è arrivato l’anno scorso nel campo per sfollati di Zamai, una località nella regione dell’Estremo Nord in Camerun.

Oltre a lui circa altri mille civili, in gran parte donne e bambini, si trovano nelle stesse condizioni. Sono però almeno «241mila gli sfollati interni» nel nord del Paese, senza contare quelli che si sono spostati più a sud. Tutti hanno lasciato le loro case appena Boko Haram ha preso di mira centinaia di villaggi situati soprattutto alla frontiera tra Camerun e Nigeria.

«Guarda queste bambine», racconta Mohamed, indicando tre piccole sorelle che siedono una accanto all'altra abbracciate: «Sono venute qui alcuni giorni fa dopo aver perso entrambi i genitori. Come è successo a molti di noi, Boko Haram li ha uccisi mentre tentavano di scappare»

Secondo le Nazioni Unite, sono stati «almeno 60 gli attentati suicidi nella regione dell’Estremo Nord durante il 2017». Un aumento del 50 per cento rispetto al 2016. A qualche chilometro di distanza da Zamai, nel campo di rifugiati di Minawao, 60mila nigeriani hanno invece lasciato il loro Paese per trovare soccorso al di là della frontiera, in territorio camerunese.

Secondo le ultime stime sono «oltre 93mila i profughi venuti in Camerun dalla Nigeria settentrionale». Con ogni nuovo attacco, però, i numeri continuano a crescere. «Il Camerun è lo Stato che ha subito le maggiori conseguenze legate all'espansione del gruppo jihadista oltre il confine della Nigeria», ha dichiarato Ursula Mueller, assistente del segretario generale dell’Onu per gli affari umanitari, dopo aver visitato a fine febbraio entrambi i campi.

«Almeno 3,3 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza. Nell'estremo nord, una persona su tre è vittima di una crisi allarmante legata soprattutto alla sicurezza alimentare»

Rifugiati a Minawao

Le organizzazioni umanitarie sul campo stanno però affrontando diversi ostacoli. È una lotta quotidiana che si estende anche verso l’area di Kolofata, dove i campi profughi sono in condizioni ancora più fragili. I problemi sono innanzitutto economici: «Dei 305 milioni di dollari richiesti per rispondere alla tragica situazione causata da Boko Haram in Camerun, recita chiaramente una nota dell’Organizzazione Onu per il coordinamento umanitario (Ocha), abbiamo raggiunto solo il cinque per cento». Proprio per questo si prevede che nel 2018 almeno «4,4 milioni di persone avranno bisogno di aiuto»

I profughi, non solo quelli registrati nei campi ma anche chi ha preferito cercare soccorso nelle località vicine, soffrono di malnutrizione e rischiano di morire per le epidemie provocate dalla mancanza di igiene. Inoltre, durante l’attuale stagione secca, l’acqua è sempre più scarsa, sia per le persone che per il bestiame. «Vicino ai pozzi la tensione è alta, racconta una giovane rifugiata che si reca ogni giorno a prendere l’acqua per la sua famiglia, la situazione si sta aggravando anche perché ci sono sempre dei nuovi arrivati»

Prima di ripartire per il vicino Ciad, anch'esso teatro di una grave crisi umanitaria provocata dall'ondata jihadista, Mueller (assistente del segretario generale dell’Onu per gli affari umanitari) ha promesso lo stanziamento di altri 10 milioni di dollari al Camerun. Una somma che però appare «simbolica» rispetto alla realtà in cui si trova la regione settentrionale del Paese.

Nella città di Maroua, capoluogo dell’Estremo Nord del Camerun, la gente vive una vita apparentemente regolare ma filtrata dalla paura. In questa città calda e polverosa, infatti, ci furono due attentati suicidi nel luglio del 2015 a distanza di qualche giorno, causati da tre ragazzine kamikaze. Il bilancio fu di oltre 30 morti e decine di feriti.

«In quei giorni la città si era svuotata di cittadini e riempita di militari, afferma un giovane tassista locale. Ci sono voluti diversi mesi affinché i commercianti convincessero le autorità a eseguire meno controlli per evitare la morte economica della regione»

I livelli di allerta restano però molto alti. I servizi di sicurezza locali e stranieri erano infatti riusciti ad arrestare un membro di Boko Haram che viveva, apparentemente senza destare sospetti, a Maroua. Faceva parte di una cellula del gruppo nigeriano che opera in tutta l’area. «Fino a qualche anno fa Maroua era una meta turistica importante per il Camerun», ammette un operatore umanitario che preferisce mantenere l’anonimato. «Ora, invece, sappiamo che esistono cellule dormienti dappertutto. Non ci sono quasi più stranieri in città, nessuno vuole rischiare di essere ucciso in un attentato o rapito dai jihadisti. Viviamo in apparenza una routine normale, sapendo però che tutto potrebbe cambiare improvvisamente»

Ci vogliono circa quattro ore di bus da Maroua per raggiungere Yagoua, una cittadina al confine con il Ciad. In questa zona è stato arrestato alcuni anni fa un camerunese accusato di operare con i jihadisti nigeriani con l’obiettivo di rapire delle suore brasiliane che vivevano nei villaggi attorno. «Rispetto a Maroua qui a Yagoua siamo più lontani dal confine con la Nigeria, racconta nel viaggio un passeggero della Danay Express, la principale compagnia di bus camerunese. Però anche qui c’è tensione e l’esercito ha aumentato da alcuni anni il numero dei militari che controllano chi entra e chi esce». Persino tra le autorità c’è comunque poca fiducia: nel 2014, per esempio, era stato arrestato Alhadji Ibrahim, un poliziotto originario della cittadina settentrionale di Garoua e morto in prigione l’anno dopo. Tra i suoi complici c’era il figlio di un deputato del dipartimento di Mayo Sava, sempre nell’Estremo Nord.

Nonostante queste (a dir poco) precarie condizioni, le autorità camerunesi e le agenzie umanitarie stanno comunque discutendo sul modo per aiutare i profughi a tornare verso le loro case. Una sfida che, per ovvie ragioni, le vittime della violenza di Boko Haram non si sentono ancora di affrontare.
(Avvenire)



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


martedì 3 aprile 2018

Nigeria, attacco di Boko Haram nella città di Maiduguri nel giorno di Pasqua. Almeno 20 i morti

Una serie di attentati suicidi tra la folla del giorno di Pasqua, compiuti anche da ragazzine, hanno preceduto uno scontro con l'esercito. I morti sarebbero 20, 84 i feriti.

Boko Haram ha colpito ancora Maiduguri, il capoluogo del Borno State, nel nord-est della Nigeria. Il suo attacco nella serata del giorno di Pasqua, prima con una serie di attentati kamikaze e poi con un confronto armato con i militari dell'esercito nigeriano.

Dal 2009, l’organizzazione jihadista ha causato oltre 27.000 morti, circa 2,7 milioni di profughi interni e, a partire dal 2014, è responsabile di un numero imprecisato di rapimenti, principalmente ragazze adolescenti e studentesse (si parla di duemila, tra donne e bambini), e che poi costringe a convertirsi all'Islam, le costringe a sposarsi con gli stessi miliziani oppure, come in questo caso, le costringe a diventare bombe umane negli attentati kamikaze.

È il più grande attacco da quando il governo ha rivelato che era in trattative con i militanti islamici. Boko Haram colpisce ancora, nella Pasqua cristiana. Almeno 20 persone sono rimaste uccise e altre 84 ferite negli scontri avvenuti nella serata di domenica tra i terroristi islamici e l'esercito nigeriano nei pressi di Maiduguri, nel nord est del paese.

Benlo Dambatto, responsabile dei soccorsi, conferma che finora sono stati recuperati "20 corpi nelle zone di Bale Shuwa e Bale Kura", due quartieri alla periferia della città di Maiduguri. "Le vittime sono state uccise mentre cercavano di scappare dalla battaglia tra ribelli e militari". Secondo l'agenzia di stampa nigeriana Nan, ripresa da vari media, alcuni kamikaze, tra i quali alcune ragazzine, con giubbotti esplosivi si sono fatti esplodere fra la gente.

I kamikaze si sono fatti esplodere nella folla dei villaggi di Bale Shuwa e Bale Kura, sobborghi di Maiduguri, città in cui i terroristi hanno cercato di entrare. Secondo la dinamica finora ricostruita da Benlo Dambatto, gli attentati suicidi hanno preceduto l'intervento delle milizie di Boko Haram che, affrontate dall'esercito, hanno cominciato a sparare anche sulla folla in fuga.

Nella lingua locale hausa, Boko Haram significa "L'educazione occidentale è vietata". Il gruppo terrorista opera principalmente le aree degli stati del nord-est della Nigeria, in particolare Yobe, Kano, Bauchi, Borno e Kaduna. Nel 2002 il gruppo jihadista, che potrebbe essere esistito già dalla fine degli anni novanta, si è organizzato attorno al leader musulmano Mohammed Yusuf, poi ucciso nel 2009, e ha fatto base proprio a Maiduguri, la capitale dello stato nord-orientale del Borno State. Nel dicembre 2003 ci fu il primo attacco noto di Boko Haram quando circa 200 militanti attaccarono più stazioni di polizia nello stato di Yobe, vicino al confine con il Niger.

Le autorità governative fino al presidente Buhari hanno più volte affermato che l'organizzazione è praticamente sconfitta e in effetti nel 2016 una divisione interna, causata da un diverso riconoscimento della leadership dell'Isis, aveva fortemente indebolito Boko Haram, ma gli attacchi suicidi si sono intensificati in questi primi mesi del 2018.




Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


Paura in Kenya. La terra si apre in due

Complici le piogge, nel sud-ovest del paese africano si è spalancata una fessura del suolo lunga una decina di chilometri e larga fino a 20 metri. La grande spaccatura ha creato panico, tagliato strade e distrutto case. Ma secondo gli esperti fa parte dei normali processi geologici della zona.


Erano state settimane di piogge, alluvioni e terremoti. All'improvviso una crepa si aprì nel pavimento di casa e la terra si spalancò sotto ai loro piedi. Eliud Njoroge e sua moglie abbandonarono la cena e fuggirono via terrorizzati, pensando all'Apocalisse. Ma trovandosi nel sud-ovest del Kenya, in piena Rift Valley, la loro casa era semplicemente stata vittima di un fenomeno geologico non inedito da queste parti.

Per decine di chilometri, a partire dal 18 marzo, una fessura nel terreno larga fino a 20 metri e profonda 15 si era andata estendendo sulla linea di faglia che taglia il continente africano in due per circa quattromila chilometri. E che è stata tra l’altro battezzata “la culla della specie umana

Mia moglie urlava, chiedeva aiuto ai vicini” ha raccontato Njoroge alla Reuters. La casa della coppia, fatta di mattoni e lamiera, è stata prima svuotata dai mobili. Poi, all'allargarsi della frattura, è stata addirittura demolita. Anche altri abitanti della zona hanno subito la stessa sorte.

L’autostrada che unisce Nairobi, la capitale del Kenya, a Narok, nell’ovest, si è ritrovata tagliata in due. In piena stagione delle piogge, si teme che la fessura si allarghi ulteriormente. “Ma la spaccatura corre lungo una linea retta. Non è difficile prepararsi in anticipo” spiega con una nota di ottimismo David Adede, un geologo che sta analizzando il fenomeno.

La linea rossa divide la placca somala (a est) da quella nubiana (a ovest)

Le spiegazioni tecniche non hanno tranquillizzato del tutto la popolazione. Molti giornali della zona hanno titolato che l’Africa si sta spaccando in due. L’affermazione è un po’ esagerata per una fessura profonda venti metri. Ma se guardiamo ai tempi lunghi, decine di milioni di anni, non è nemmeno destituita di fondamento.

A est della Rift Valley infatti la placca somala si sta allontanando dal resto della placca africana (detta nubiana) al ritmo di 6-7 millimetri all'anno. Il processo si è attivato circa 25 milioni di anni fa. La fessura della crosta lascia risalire il magma, costellando la zona di vulcani attivi. Presto (fra una decina di milioni di anni a occhio e croce) al posto della casa dei Njoroge potrebbe esserci il mare.

A Mai Mahiu (acque calde nella lingua dei Kikuyu), il centro più vicino alla casa della coppia sfortunata, c’è preoccupazione anche per un possibile risveglio del vulcano Suswa, che si trova nel sud-ovest del Kenya. Ma l’effetto più visibile, in questi giorni, è proprio la creazione di vuoti all'interno del terreno, che si sta “stirando” per effetto dell’allontanamento delle placche. 

Alcuni dei vuoti si sono riempiti con il tempo con la cenere dei vulcani. Basta una stagione di pioggia più intensa delle altre per dilavarla e far cedere i “pilastri” della terra.
(La Repubblica)



Condividi su Facebook